Archivio mensile:marzo 2012

il significato di sopravvivere

Il mio grosso problema, come mi ha detto qualcuno, è che non riconosco l’autorità e Istituzione alcuna.

L’interesse di ciascuno per questa o quell’altra cosa mi sembra spinto, prima di tutto, dall’interesse personale. Questa grande ipocrisia che sprona la volontà di potenza dell’uomo spinge ad ambire a qualcosa per i vantaggi personali e sociali che ne derivano.

Non riesco a fare alcun sacrificio per questi benefici perché per me non hanno alcun valore. Anzi, più grande è il sacrificio (e il vantaggio) e più mi appare tutto inutile e insignificante, almeno nel cogliere il senso della vita.

Un tempo non lontano avevo dimenticato tutto questo e trovavo significato nell’amore quotidiano e nelle piccole cose, come ci ha ricordato il Pascoli, ma ho fallito.

Adesso non mi riconosco in nulla se non in me stesso. Non mi interessa appartenere a qualcosa con cui difendermi dal resto. Tutto questo non è abbastanza, non è mai troppo. Addirittura, è troppo semplice da raggiungere.

Questo o quest’altro Ente, la produzione di energia elettrica, le gestione di una multinazionale, perfino l’arte la scienza e la letteratura mi appaiono come un grande videogioco, un passatempo, con cui riempire un vuoto che deve rimanere tale.

Io sto cercando un’ideale universale per cui sacrificare tutto. Come quello di un monaco tibetano che decide di darsi fuoco e rinunciare alla propria vita per qualcosa che ritiene avere un valore più grande. Purtroppo, non sono nato in Tibet e non posso emularmi per una causa che non mi appartiene fino in fondo.

Se non troverò nulla a cui sacrificare la vita, continuerò ad ambire all’attenuamento del freddo, del caldo, del sonno, della fame, della sete, del dolore e del piacere. E qui sta il punto. Incomprensibile, da fuori.

Non riesco in altro se non sopravvivere perché fondamentalmente non desidero di più. Terzani la chiamava rivoluzione interiore, la vera rivoluzione. Per me “il di più” è la proiezione di me in qualcosa che mi dia forma nella società.

Una forma che vada bene agli altri, che sia riconoscibile e spiegabile, che non infastidisca, che mi spinga sempre più in alto secondo gli usi e riti del riconoscimento sociale. Una forma che non sono e a cui non ambisco.

Forse è per questo che mi è così difficile vivere, anziché sopravvivere, in questo mondo.

The Indian Pacific

Viaggiare senza scopo, senza meta, senza religione, senza pensiero, senza scrittura, senza foto, senza ricordi. Solo viaggiare.

Spostare il proprio corpo da un posto all’altro per sentirsi vivi e per superare quel malessere che si cova dentro, che cresce lentamente e che nulla fa germogliare.

Come il primo uomo vagabondo e sconsolato tra le terre emerse.

Nudo e privo di volontà.

Reminescenze

Ogni tanto mi confondo.

Camminando lungo un marciapiede in discesa, affastellato da insegne luminose di negozi uno a fianco all’altro, mentre il sole sta tramontando. A ovest il mare, prima Cipro e poi il Mediterraneo. Mi fermo a comprare un gelato confezionato. Qua Algida si chiama Strauss, ma il logo e il Magnum è lo stesso che in Italia.

Proseguendo tra le case in stile vittoriano, il senso di marcia contrario al nostro, Hyde Park. La temperatura sembra più mite del solito oggi. Insolito. Arrivato nel Business District, tra centri commerciali eleganti, negozi di lusso italiani, marciapiedi affollati, ogni angolo è un grattacielo.

Cosa gli manca a questa città per chiamarla in altro modo?

Un’identità precisa. Racchiude l’Occidente potente in un luogo solo, con le sue leggi, i suoi stili di vita, la sua estetica. E’ più entità indefinita, una Pangea postmoderna, un disarmonico ordine di cose e persone. Forse quello che sarà il Mondo del domani.

Elevato al quadrato.

l’itinerario degli scambi

Sto per finire Le Vie dei Canti e questo mi spaventa. Ho solo un altro libro con me, anch’esso regalato. Vivo in parte di narrativa, e trovarmi in un Paese con una lingua che non sento mia non mi permette di leggere e comprendere e mi fa stare un po’ male.

Ecco per ora alcuni dei passaggi più belli del libro di Chatwin:

1- [Preservare] la libertà di restare poveri, o, come diceva Arkady con più tatto, lo spazio in cui poter essere poveri, se poveri volevano essere.

2- “Questo commercio” disse “non era il commercio che conoscete voi europei. Non era il mestiere di comprare e vendere per profitto! Il nostro popolo barattava sempre alla pari”.

3- Oggi più che mai, disse, gli uomini dovevano imparare a vivere senza gli oggetti. Gli oggetti riempivano gli uomini di timore: più oggetti possedevano, più avevano da temere. Gli oggetti avevano la specialità di impiantarsi nell’anima, per poi dire all’anima che cosa fare.

4- Aveva ventidue anni. Era ingenuo, intollerante, e il fascino del suo sorriso era irresistibile. Se qualcuno lo definiva ‘angelico’ sapeva diventare perfido.

5- In quel popolo apparentemente passivo, che stava seduto a guardare e ad aspettare manipolando il senso di colpa dell’uomo bianco, c’era un potere terrificante.

L’Australopiteko sopravvive e preferisce la 3, la 1, la 4, la 5 e per ultima la 2, che non è una novità. E gli piace mettere in corsivo alcune parti. Domani alla ricerca di un posto di, un posto dove, un posto per.

gli incivili #2

Problema: esaltazione dell'”io” o esaltazione della comunità?

1) Quanti aborigeni famosi conoscete?

2) Quanti bianchi famosi conoscete?

 

 

 

gli incivili #1

Entrando in contatto con delle tribù all’interno delle foreste o nella giungla più impenetrabile, tra le tante cose che si possono dire, sensate o meno che siano, si se sente spesso ripetere che finalmente, quelle che definiremo comunità tribali, sono entrate in contatto con il mondo che c’è qua fuori. Dire che esiste un mondo qua fuori è una mezza verità e dipende dal punto di vista dell’osservatore. Come esiste un mondo qua fuori (cioè dove noi siamo e viviamo) esiste anche un mondo là dentro, che noi non conosciamo e che per certi versi può essere migliore rispetto al nostro. Definirci “civili”, in quanto educati ad una certa maniera, non fa di noi delle persone migliori rispetto a quelle delle tribù (che definiamo tali). Alcune delle caratteristiche più comuni di queste comunità e l’incapacità di mentire e di essere cattivi nei confronti del prossimo. Fondamentalmente sono diversi da noi perché non c’è un “io” ben definito come negli individui della nostra società. Sono ancora in grado, forse a differenza di quanto noi non lo siamo più a sufficienza, di mettersi nei panni dell’altro. Nel vedere un’altra persona, appartenente alla loro comunità innanzitutto, ma mi verrebbe da dire anche estranea, non c’è ostilità: è come trovarsi di fronte allo specchio con se stessi e con la propria condizione (umana, che ci accumuna). Provano empatia e non hanno paura di nasconderlo, come invece avviene in quella che potremmo definire comunità occidentale, con una serie schemi e suddivisioni tra persone appartenenti a estrazione sociale o rango diverso (a cui le persone danno un significato reale e vero originato dalle consuetudini o dalla casualità), atte a creare delle distanze dall’altro, che a volte non permettono di capire ed entrare, appunto, in empatia con l’altro.

Nelle tribù non mancano quelli episodi o scelte, a vantaggio dell’intera comunità ma a scapito del singolo (come l’emarginazione di individui deformi o con caratteristiche fisiche diverse), che noi occidentali definiamo in maniera troppo superficiale come vere e proprie crudeltà: questo è uno dei motivi che più spesso ci fa apostrofare queste comunità come degli incivili. Questo perché il nostro punto di vista è praticamente ribaltato. Da noi non è tollerato che la comunità possa prendere scelte a scapito del singolo individuo, mentre il singolo individuo può prendere delle decisioni (ad esempio impiantando fabbriche inquinanti) a scapito dell’intera comunità. Nel nostro modo di pensare, la priorità spetta al singolo individuo ed alla sua libertà di scelta e decisione, anche a scapito degli altri.

Cambiando punto di osservazione, ossia mettendoci nei panni delle comunità tribali, le nostre forme di indifferenza potrebbero essere definite tranquillamente come forme di inciviltà. Dai noi infatti, essendo presente quella che potremmo definire una “non-comunità” basata solo sull’azione del singolo rispetto all’ambiente circostante, le persone che ci stanno fisicamente più vicino (dal condomino al senzatetto che incontriamo tutti i giorni) non sono considerati dei membri della nostra comunità. La forma di emarginazione sociale di molte persone che vivono tra di noi forse non sarebbe permessa all’interno delle comunità tribali, e per questo considerata alle stregua di quello che noi consideriamo incivile.

E’ chiaro che avere una comunità di riferimento è un’esigenza innata nell’uomo, oltre che necessaria ai fini della sopravvivenza. Questa esigenza non è scomparsa anzi si è amplificata nella nostra epoca della “non-comunità”. Ma ci sono delle differenze rilevanti rispetto alla comunità tribale. La prima indubbiamente è la possibilità della non-presenza fisica di uno dei membri della comunità: con i mezzi di comunicazione odierni anche chi è molto distante può far parte e sentirsi integrato all’interno di una comunità. Soprattutto nelle città, dove lo smarrimento del singolo individuo è maggiore rispetto ai piccoli centri urbani (in cui l’adesione alla comunità è più forte ma può essere anche più dolorosa), abbiamo una stratificazione di gruppi d’interesse a cui le persone partecipano in quanto membri, dal lavoro alla palestra, al corso di pittura piuttosto che al volontariato. Sempre più spesso possiamo trovare delle comunità, accomunate da un’ideale comune ma certamente con dei legami più flebili, soprattutto all’interno delle rete internet. Mi vengono in mente nuovi meccanismi di condivisione (dal Roadsharing al Couchsurfing) che permettono a persone che sposano gli stessi principi (dunque, come per le tribù, che hanno qualcosa in comune, anche se con un’intensità minore rispetto ai membri delle comunità tribali) di trovarsi e costruire delle comunità. La necessità di comunità dell’uomo tenderebbe quasi a giustificare quelle comunità, a cui diamo un’accezione negativa, come i gruppi illegali quali Mafia, Camorra, ecc.

E’ interessante osservare come i nuovi meccanismi e sistemi di comunità online mettono in discussione il principio di proprietà (uno dei pilastri portanti della società occidentale) a vantaggio del principio d’uso (molto più frequente nelle tribù in cui in primis non esiste il concetto di proprietà della terra). Da noi si parla di proprietà individuale e cosa pubblica: la seconda, a cui non riusciamo a dare un’importanza ed un valore quando alla prima, viene più facilmente ma più astrattamente accomunata allo Stato, con il rischio di percepirla come qualcosa di distaccato dall’individuo, di non importante per la sua sopravvivenza e per la fruizione dello spazio pubblico, in fin dei conti necessario alla vita più della proprietà individuale. Le comunità tribali presenti ancora (per poco) in molte parti del mondo, stanziate nello stesso territorio da generazioni, non riconosco e concepisco il ruolo dello Stato, e delle volte risultano di fatto autonome, espressione concreta di un’alternativa sociale e di vita all’apparato statale.

Quanto detto prima spiega anche come comportamenti affini alla menzogna siano, all’interno della nostra comunità, più tollerati e giustificati. Il raggiungimento del successo personale reso possibile dall’esaltazione delle capacità del singolo individuo (rispetto al traguardo o all’obiettivo dell’intera comunità) fa si che quella che noi definiamo astuzia (il cui significato oscilla tra scaltrezza e abilità, furbizia e accortezza) venga considerata una dote positiva oltre che vantaggiosa, a discapito dell’ingenuità. La menzogna diventa qualcosa di sminuibile e più praticabile grazie agli stessi mezzi forniti dalla tecnologia: in quanto membri di comunità virtuali, possiamo dire, o meglio comunicare, qualcosa di diverso rispetto a quello che è successo realmente o che abbiamo fatto realmente, senza compromettere l’appartenenza al gruppo ma soprattutto senza creare quel corto circuito che si presenterebbe nell’individuo della comunità tribale, che non si percepisce come un membro del gruppo, ma come il gruppo; che non vede nell’altro qualcosa di diverso da se stesso. Possiamo essere più cose contemporaneamente, a volte a discapito di una coerenza interiore. Queste caratteristiche hanno comportato nell’uomo che conosciamo dei cambiamenti che definirei quasi biologici rispetto all’uomo delle comunità tribali.

Le posizioni che vengono considerate più razziste sostengono che gli uomini delle comunità tribali non possono essere considerati dei veri e proprio essere umani, per via del loro modo di vivere molto più simile a quello degli animali. Indubbiamente, per quanto riguarda banalmente l’aspetto fisico, e più seriamente la genetica, sono degli uomini come noi. Il loro modo di vivere, più che il loro aspetto, ha plasmato il loro modo di agire in una maniera così diversa dal nostro (come il mondo in cui siamo cresciuti ha plasmato noi) che ci sembrano, tra noi e gli animali, più affini a quest’ultimi. Il nostro giudizio ovviamente è condizionato dal fatto che percepiamo e autodefiniamo il nostro modo di vivere sostanzialmente differente rispetto a quello degli animali. Paradossalmente, potremmo sostenere che loro sono molto più simili agli animali, e proprio per questa affermazione (oltre ad essere definiti razzisti) noi potremmo essere definiti più “umani”, ma non nel significato positivo che viene comunemente dato a questo aggettivo (es. “persona umana”, “comportamento umano”, ecc.), quanto piuttosto per il complesso di artifici e barriere che separano il nostro stile di vita dalla Natura. Vien da se che siamo i primi a parlare dell’uomo e della Natura, come se fossero due cose distinte e separabili, senza che una fosse componente indistinguibile dell’altra. Cosa non farebbe un lupo, e forse un uomo delle comunità tribali. Forse in queste comunità non ci si è posto il problema di definire l’”io” o il “noi” rispetto a qualcosa di esterno, come la Natura, lo Stato, o semplicemente gli altri uomini, con una visione certamente più olistica della nostra .

il dilemma

Immagina che tu debba rimanere qui per sempre, come ti comporteresti?

Sforzati di pensare che non puoi tornare più indietro, che il tuo posto è qui, che tutto quello che hai vissuto in precedenza è stato solo un sogno, ci riesci? Puoi riuscirci?

Bene, cosa faresti?

Ricominceresti a comprare le stesse cose, mangiare lo stesso cibo, incontrare lo stesso tipo di persone e frequentare gli stessi posti?

Oppure sperimenteresti altre strade non battute?

Pensalo. Forse avresti più iniziativa, più coraggio, più slancio, perché tutto quel che ti resta è qui.