Archivio mensile:aprile 2012

melancholia

Vivere da soli è terribilmente difficile. E’ come non esistere. E’ come essere un lupo cacciato dal branco. Bisogna pensare a tutto. A procurarsi del cibo. Ad avere ancora latte la mattina e un pasto caldo la sera. Ai vestiti. A prendersi cura del proprio corpo. A curarsi quando si è malati. A cercare di tirarsi su quando si è tristi. Non bisogna farsi mancare nulla, perché se una mattina mancasse il latte, si entrerebbe in quel vortice per cui non importa c’ho che manca, e piano piano ci si farebbero mancare altre cose, e piano piano non si avrebbe voglia di fare più nulla, e piano piano non ci si alzerebbe più dal letto la mattina, ma si guarderebbe il soffitto. Ci si specchierebbe in bagno senza riconoscere il proprio volto. Non ci si farebbe più la barba, la doccia. Non si comprerebbero più vestiti. Non si leggerebbe più nulla e non ci si interesserebbe al mondo circostante. Le cose si vedrebbero come casuali, di passaggio, occasionali. Non si mangerebbe più. Ci si spegnerebbe piano piano, senza accorgersene, senza che gli altri se ne accorgerebbero. 

Io non voglio spegnermi. Io sto lottando contro questo male con tutte le mie forze. C’è un velo invisibile agli occhi che mi separa dal mondo esterno e mi costringe a stare qui. Sto impiegando tutte le mie forze per ribellarmi dalle mie catene. Non so quando le ho attorcigliate intorno a me. Se lo avessi saputo, di certo non lo avrei fatto. Si sono sommate piano piano. E’ come se avessi aperto il mio corpo al mondo, pronto ad accoglierne tutti i mali, ed ora non fossi più in grado di espellerli. E’ come avere sangue nero nelle vene, vischioso, che ingolfa il cuore, che arriva fino alla punta delle dita, che si espande inarrestabile. Voglio liberarmi di tutto questo. Voglio ribellarmi.    

Quando morì mio padre (lamento per una madre)

Finalmente ho capito che quando si spezza la vita di un padre, una famiglia non rimarrà più la stessa. L’ho capito solo ora, dopo oltre vent’anni. Ne avevo otto quando è successo.

Quell’evento, così tragico ma cosi chirurgico, ha influenzato tutto di noi: i comportamenti, i gesti, le scelte. I segni di quell’evento sono evidenti ancora oggi nelle nostre vite.

Io non ho provato sofferenza per la sua scomparsa perché sono stato protetto da tutti, da mia madre per prima. Capisco solo ora la gravità di non aver provato quel dolore. 

 

Mio padre è stato l’unico uomo di mia madre, ne sono certo. Il primo e l’ultimo, con cui hanno avuto me e mia sorella. E dopo di lui, non ce ne sono stati altri.

Una vita di devozione assoluta, amore profondo, affetto indiscusso. Non è comprensibile nemmeno per me. Io continuo a ripetermi che il passato non può condizionare il mio futuro, ma è chiaro che non è così.

Io, unico figlio maschio, lascio una madre sola, abbandonata al suo destino. Io che sono stato la sua speranza e germoglio di vita, per tutti questi anni.

 

Mia madre mi ha dato tutto quello che aveva da offrirmi, con le sue attenzioni costanti, se stessa giorno dopo giorno, la sua vita dedicata a me.

Non aveva dubbio alcuno o bisogno di cercare altro: per lei quello era il suo compito, il compito di ogni madre.

Solo ora ho capito perché mia madre non ha più voluto farsi fotografare. Da quel giorno non voleva più ricordarsi il futuro che l’avrebbe attesa.  

   

la preghiera

“Ave Maria piena di grazia il Signore è con te tu sei benedetta tra le donne e benedetto è il frutto del seno tuo Gesù Santa Maria madre di Dio prega per noi peccatori adesso nell’ora della nostra morte Amen”.

Quanto si risvegliò nella stanza in penombra la prima cosa che udì fu questa litania, più volte ripetuta, che s’interpose tra il sonno e il risveglio, tra il sogno e la realtà. Le tapparelle abbassate facevano filtrare poca luce nella stanza da letto disadorna ma sontuosa. Così era casa di sua nonna. Pochi mobili ma massicci, vecchi e polverosi, “mobili di una volta, ben fatti” soleva dire, che avevano accompagnato tutta la vita dei suoi parenti, parte di quella dei suoi genitori nonché della sua. Faceva caldo. Dalla finestra chiusa passava un filo d’aria bollente, che faceva presagire una temperatura ancora più alta fuori da quella stanza. Intanto nella stanza affianco dovevano essere arrivate le prefiche che intonavano la veglia per la defunta, probabilmente anche conoscenti e amiche. A sentirle pregare in quel modo gli venne in mente che, molto probabilmente, la prossima su quel letto di morte sarebbe stata una di loro, e loro questo lo sapevano, ma non importava.

La masseria della sua famiglia di origine si trovava in una delle zone più isolate del Paese. Era un vecchio rudere ormai, in una terra arida e inospitale, ma rigogliosa un tempo, in cui l’inverno era secco e rigido e l’estate era torrida e afosa. In quel posto di piante crescevano poche e animali si vedevano di rado. Tuttavia i suoi antenati, quasi in un impeto di coraggio o mossi dallo spirito di sacrificio perpetuo tanto caro alla tradizione cristiana, decisero di stabilirsi lì e furono in grado di sopravvivere per molto tempo.

Lui, da giovane, dopo che i genitori si erano trasferiti in un paesino poco distante, aveva deciso di attraversare tutto lo Stato fino alla città più popolosa del Paese. Non era più tornato nel paesino dei suoi parenti, e non aveva più rivisto sua nonna viva. Alla notizia della sua scomparsa, preso di sopravvento dai suoi ricordi d’infanzia, in un miscuglio con le domande che la sua nuova vita gli stava sottoponendo, aveva deciso di tornare in quella che non aveva mai definito casa. Quel posto inadatto a vivere, dove un uomo con un minimo di sale in zucca non avrebbe mai deciso di stanziarsi, pensava. Il viaggio di rientro era stato lungo e faticoso, reso ancora più complicato dal suo stato di salute cagionevole prima della partenza. Per distrarsi durante il tragitto aveva portato con sé il libro onirico e visionario di uno scrittore giapponese molto in voga in quel momento, ma fin dall’inizio si rese conto che non era stata una buona idea. Il suo stato d’animo irrequieto rispecchiava quello del protagonista, un giovane sospinto dalle vicende della vita in una metropoli orientale, alla ricerca di un senso dell’esistenza ripercorrendo a ritroso le tappe del suo passato, fino a quello che poteva essere considerata l’origine di tutti i suoi problemi. E anche se non voleva ammetterlo a se stesso, quello che lo aveva spinto ad assentarsi da lavoro per un  po’, ad allontanarsi dalla città in cui una volta giunto non era più riuscito ad andarsene – tanto che se ne sentiva attratto e nauseato allo stesso tempo – era la stessa ragione del suo attuale alter ego cartaceo, fantomatico e irreale.

La sua vita in città era piatta e priva di stimoli per Lui interessanti. Gli uomini, in un posto come quello, gli sembravano tutti uguali, “come formiche”, pensava. La costrizione di vivere tutti vicini, assiepati, un tempo voluta, gli aveva resi aridi e inospitali, scostanti con il prossimo e propensi a non avere fiducia degli sconosciuti, indifferenti alle sciagure altrui. Inizialmente la sua esperienza era risultata positiva ed interessante, ma mano a mano si era formata una gabbia invisibile intorno a Lui ed intorno a loro, che da dorata stava per giunta diventando sempre più tetra ed incolore.

La notizia della morte di sua nonna non lo colse di sorpresa. L’aspettava. Si ricordava di quella figura materna e paterna allo stesso tempo, severa prima che con gli altri con se stessa, schiva e riservata tanto quanto piena di spirito nobile, monolitica. Lui si sentiva come Lei, e questo lo faceva stare male e soffrire perché più non voleva esserlo e più si comportava alla sua maniera, diversa rispetto alle persone con cui condivideva il suo spazio vitale nella sua nuova vita, bloccato in tempo che ormai era lontano, perduto, introvabile. Dalla sua partenza, quando era ancora giovane, il suo spirito non era stato contaminato, ma viveva quotidianamente una lotta interiore tra i piaceri fugaci ed estemporanei che aveva assaporato in città ed il sacrificio di una vita solitaria e temeraria, di cui, se non in prima persona ma almeno per riflesso, aveva imparato non solo le sofferenze ma anche la serenità duratura e le gioie che essa comportava. Erano bastati pochi anni, prima della maggiore età, trascorsi nella masseria di famiglia, per forgiare il suo essere come le pietre della sua terra, inscalfibili ed immutabili.

Durante il tragitto del viaggio di ritorno, come il protagonista del suo ultimo libro, riaffioravano alla sua mente il ricordo di sua nonna, che era stata la sua insegnante e la sua tutrice, mentre i suoi genitori lavoravano alacremente nel paesino vicino. Lei era stata sempre distante e vicina allo stesso tempo, inflessibile e comprensiva a seconda dei casi. Ed ora era lì, distesa nella stanza affianco, la più grande della casa, dove erano stati concepiti i suoi genitori, dove aveva dormito per oltre ottanta anni sua nonna, tutte le sere in cui il sole era tramontato e risorto su questa terra, fino all’ultima alba della sua vita, e dove aveva dormito anche Lui, costretto a fargli compagnia quando i suoi genitori non rincasavano per lavoro.

Quando arrivò alla masseria il suo malanno era all’apice. Aveva salutato sbrigativamente suo padre e sua madre, due persone quasi inesistenti nella sua vita terrena se non per il solo pensiero di essere sangue dello stesso sangue, anch’essi sopraffatti da quella che era stata la figura di sua nonna. Dopo aver scambiato qualche bacio con altri parenti e qualche conoscente della zona, si era disteso nella stanza contigua, con la testa pesante, le occhiaie e lo sguardo assente, dove si era risvegliato… “Ave Maria piena di grazia il Signore è con te tu sei benedetta tra le donne e benedetto è il frutto del seno tuo Gesù Santa Maria madre di Dio prega per noi peccatori adesso nell’ora della nostra morte Amen”.

il dilemma morale

Primi soldi risparmiati. O meglio, adesso i conti sono pari. Puoi tornare indietro con quello che hai speso per partire.

Ma subito ti viene in mente come spenderli. iPad. E’ lì, luccicante, l’ultima diavoleria moderna (lo so, già definirlo così denota una pregiudizio poco oggettivo) sfornata dalla Apple. Ma ancora prima di subito ti viene in mente quello che sai e non riesci proprio a scacciarti dalla testa. Quello che solo gli sciocchi e gli stolti non conoscono, ma che tutti gli altri sanno, e che riescono a dimenticare come se le informazioni che ci arrivano fossero ormai impotenti al cambiamento dei nostri comportamenti.

Come il battito d’ali di uno stormo di farfalle, comprare un souvenir dalla gita fuori porta significa continuare ad alimentare la produzione (inquinante, tra l’altro) di beni inutili dall’altra parte del pianeta, molto probabilmente in Asia (Cina, Thailandia, Vietnam: come le nazionalità dei miei attuali coinquilini). Molto probabilmente significa condizioni di lavoro disumane, lavoro minorile e sottopagato, sfruttamento. Ogni vestito che indossiamo, calze, magliette, pantaloni, scarpe, così come la maggior parte degli oggetti che ci circondano, portano quell’etichetta ben visibile che noi ignoriamo puntualmente, come se quella innocua azione, quel piccolo acquisto, che facciamo il sabato pomeriggio, per sopperire alla noia e al vuoto che proviamo dentro, alla solitudine e allo stress del lavoro settimanale, non abbia alcuna conseguenza, sia innocua, anzi, positiva, perché sopperisce alle nostre esigenze spirituali e “fa girare l’economia”. Invece ce l’ha e noi tutti ne siamo responsabili. Noi che non possiamo fare a meno di accumulare cose, di comprarne in continuazione per “sentirci al passo con i tempi”, “alla moda”, “cool”. Quell’azione ha delle conseguenza devastanti a partire dall’ipotetica famiglia del mio vicino, dove il padre che lavorava in un’azienda tessile è stato licenziato, ed ha deciso di farla finita, fino alla figlia di otto anni di una famiglia del Nuristan, che è costretta dai genitori a filare il cotone della maglietta che indosso, mentre sto imprimendo le mie dita su dei tasti incastrati ad arte da sua sorella, sei anni, che lavora in una baracca dove si producono computer. Vorrei che la mia mano, la prossima volta, quando sarà distesa verso un’oggetto del desiderio, cominciasse a tremare, a cedere, a indietreggiare, a farsi delle domande. Dove? Come? Perché? Posso saperlo? Devo scoprirlo? Cosa comporta?

Lo sappiamo da tempo cosa comporta e siamo indifferenti. Totalmente. Sempre più spesso mi sento dire “c’est la vie”, “che ci vuoi fare”, “che possiamo fare”. Non passiamo lamentarci del risultato che ci attende, del pareggio dei conti. Abbiamo perso l’immaginazione sull’infinità di modi in cui è possibile vivere. Eppure dipende solo da noi. Il prezzo che paghiamo non è sufficiente a nascondere la nostra vergogna e non metterà a tacere per sempre sul nostro silenzio. Siamo conniventi di un sistema che è così perché, con le nostre azioni quotidiane, continuiamo a mantenerlo in vita, perché prima di fare il primo passo, nel giusto, che conosciamo, ci guardiamo a destra e a sinistra per vedere se anche qualcun’altro, nelle fila insieme a noi, esce dai ranghi. Perché siamo delle pecore che trovano sicurezza e calore nel gregge, gioia nelle disgrazia di essere accomunate dalla stessa sciagurata sorte: essere sbranate dal lupo.

Dopo aver pensato a tutto questo, la domanda che sorge spontanea, anche qui, è sempre e una soltanto: mi serve veramente? La risposta è semplice, no. Ho sempre questa domanda che mi ronza per la testa prima di comprare qualcosa, e immancabilmente la risposta è no. Le cose mi permettono di soddisfare un bisogno contingente, temporaneo, ma se ci penso bene, non mi servono nel lungo periodo. E come sempre, i miei bisogni si riducono a quelli della sopravvivenza. Detta con le parole di qualcun’altro, penso che significhi accontentarsi.

Investirò quel denaro in esperienza. Vedere il mondo e conoscere l’altrui con i mie occhi, provando sulla mia pelle quello che altre persone, lontano da me ma così vicino alle mie cose, vivono.

sogno prima di dormire

Erano le 2:05 del mattino. Lui non pensò di essere mai andato al letto cosi tremendamente tormentato come quella sera. La porta della cameretta socchiusa quasi del tutto, che lasciava comparire solo uno spiraglio di luce, i capelli arruffati che lo rendevano irriconoscibile, l’occhio destro arrossato, gonfio, come se si fosse malato e si stesse per staccare da un momento all’altro: tutto intorno a Lui, compreso il suo stato bestiale, contribuiva a renderlo ancora più irrequieto ed angosciato, quella sera. Erano queste le sue condizioni. Dall’esterno della sua stanza, proveniente dal giardino, si percepiva il canto ritmato e preciso di una cicala, mentre all’interno della sua stanza, e non dentro di Lui, in cui giaceva il silenzio, proveniva solo il ronzio di una zanzara, non troppo fastidiosa, ed il rumore di sordo e continuo ma naturale, quasi simile a un sibilo appena accennato, della nuova lampada a risparmio energetico che era stato costretto ad installare quel giorno nell’abat-jour in stile marinaresco.

Lui non aveva sonno quella sera, e rimuginava sui piccoli gesti che aveva compiuto prima di andare a dormire, che ormai si ripetevano di giorno in giorno, e il loro inizio gli pareva perdersi nella notte dei tempi. Dopo aver passato tutto il giorno a bivaccare dentro casa, come, è importante ripeterlo e ricordarlo, succedeva da tempo, dopo cena aveva deciso di lasciarsi andare tra le braccia protettive e sicure, ma a volte troppo strette e forzute, della televisione. Il suo stampo era lì, sul divano di cucina, originato dal troppo tempo trascorso a sedere o disteso. Quel giorno aveva letto molto, ma non le cose che doveva leggere, ma finalmente quello che gli interessava. Anche in questo caso, era passato molto tempo da quando aveva deciso di dimenticarsi dei suoi impegni, almeno per una volta, e di concedersi totalmente alla lettura ludica, di piacere e divertimento; lasciarsi andare e sciogliersi, come se quello fosse l’ultimo giorno della sua vita, i cui tutto è permesso e tutto è concesso, ma soprattutto non c’è la necessità di pensare a quello che sarà domani, non c’è bisogno di progettare un futuro che non sarà: finalmente l’esigenza costante dell’uomo che lo distingue dall’animale scomparve in Lui, anche se il suo aspetto rimaneva quello di una bestia.

Quel giorno finì di leggere la biografia di Nick Drake. Come scovo e dove comprò quel testo è un’altra storia. Ma come trovò più volte scritto in quel testo, c’erano molte cose che potevano dirsi su Nick, come sulla sua vita, ma in fin dei conti erano tutte congetture ed ipotesi di cultori, mitomani o semplici appassionati ammiratori, come Lui. Allo stesso modo c’erano molte cose su di Lui, su quell’uomo misterioso che aveva scelto come suo ultimo libro proprio la biografia del cantautore inglese morto suicida (almeno così sembrerebbe, altra congettura) all’età di soli ventisei anni, che avrebbero potuto dirsi. Nel compiere l’ultimo gesto quotidiano, prima di andare a dormire, quello di lavarsi i denti, ecco che tutto il suo passato riaffiorò alla sua mente, come se dopo quell’interminabile notte, come era successo al povero Nick, non si sarebbe più svegliato. Il suo però non era un suicidio intenzionale, di questo era certo, ma era da Lui avvertito come un’esecuzione forzata, anche se non sapeva quale tribunale avesse deciso quelli’ingiusta sentenza, chi fosse il mandate e chi fosse il boia, e soprattutto quali atroci dolori avrebbe dovuto sentire sotto lo strumento prescelto per la sua morte.  

Il lento tragitto che lo separava dal lavandino, dove si accingeva a compiere l’ultimo gesto della giornata (anche se poi si accorse che non fu così), al letto, dove si sarebbe spento non si sa per quante ore, appariva ai più, e anche a Lui, come il percorso che il carcerato fa, soprattutto negli Stati Uniti d’America, dalla sua cella alla sedia elettrica, “come nel film Il miglio verde”, pensò. Ma prima che tutto questo si fosse materializzato, il suo passato tornò, come dicevamo. Prima il passato remoto. Era il passato di cui ormai non restava più traccia dentro di Lui, o almeno così Lui credeva. Era un passato lontanissimo, che non riaffiorava mai se non di rado, e anche tutte le volte che questo succedeva, veniva confuso con qualcos’altro, come l’istinto o il déjà vu. Invece, in quel preciso momento Lui capì che quei ricordi, non provenivano dal nulla o da qualcosa di inspiegabile e casuale per Lui, ma dal suo passato remoto. Erano ricordi felici, e raramente si traducevano in qualcosa di concreto, in immagini, aneddoti o racconti, ma piuttosto, anche se molto vaghi, inebriavano in Lui una sensazione di felicità, benessere e serenità. Tutto qui. “E non è poco”, pensò fra se e se.

Poi sopraggiunse il passato prossimo. E subito dopo, inaspettatamente, sopraggiunse Dickens con stupore. Questa storia dei passati remoti e prossimi gli ricordò Canto di Natale, quel libro che aveva tanto adorato in quell’età di mezzo, tra i due passati, e che parlava, appunto, degli spiriti dei Natali passati, presenti e futuri, ricordando al vecchio Ebenezer Scrooge quanto malvagio fosse stato in vita e in quale modo potesse porre rimedio alla sua malvagità. Con tutta quella confusione in testa, tra passati, Natali e futuri, sperò di non fare troppa confusione e ricordare anche un improbabile passato presente, che, non per chissà che cosa ma per non altro, sarebbe stata un’evidente contraddizione in termini, inaccettabile per Lui. Quasi come un ossimoro, il famoso esempio accademico del “ghiaccio caldo”, un esempio da manuale di lingua italiana in cui Lui, ricordò, non era molto ferrato da piccolo.

Liberatosi dagli spiriti del Natale e del libro di Dickens, che aveva notato proprio quella sera, sistemandolo sopra l’ultimo libro concluso, la biografia di Nick Drake, finalmente il passato prossimo riaffiorò. Era più vivido di ricordi rispetto al passato remoto, ricordi tangibili impastati di fatti e situazioni, persone e luoghi, cose a cui era affezionato. La sensazione che provò, nel ricordare il passato prossimo, era combattuta, poiché i momenti felici si mischiavano ai momenti tristi, momenti di insicurezza e di conforto, di meditazione e riflessione. Voleva elencarli mentalmente, tutti questi momenti, come quando si fa per preparare la valigia con i vestiti da portare in vacanza, per dipanare la matassa e separare, con la precisione di un chirurgo plastico o di un revisore dei conti, i momenti buoni dai momenti cattivi, per fare un bilancio più preciso… e più razionale, come suo solito. Fin da subito si rese conto che quella era un’altra storia, e quello non sarebbe stato il momento per discuterne, tra se e se, di tutto ciò.

Ma ancor di più, penso, era l’ora di finirla con quella stupida divisione, che si era imposto tra ricordi felici, da ricordare appunto (e di proposito), e ricordi tristi, da dimenticare, cancellare, eliminare. Così facendo non sarebbe stato tutto più bello, o tutto solo bello, perché la scomparsa degli uni comportava anche la scomparsa degli altri, e l’esistenza degli uni garantiva ed era indispensabile all’esistenza degli altri, in una perfetta logica di sana competizione, pensò. Così, dopo aver passato in rassegna tutte quelle cose, arrivò a Londra. E il ricordo lo rese felice. Lui a Londra aveva amato. Era successo poco tempo fa nel suo passato prossimo più recente, se vogliamo definirlo così. Però a Lui sembrava come qualcosa di lontano, di non vissuto, come se Lui non l’avesse mai vissuto. Forse aveva mitizzato quei mesi londinesi, una bolla di tempo memorabile ma allo stesso tempo smontabile e staccabile dalla sua vita, come un mattoncino Lego, ma non uno qualunque, il pezzo più importante, le fondamenta della sua stessa esistenza, che fino ad allora era stata piatta e monotona, come era tornata ad esserlo anche dopo quell’esperienza. A Londra si era realizzato e si sentiva realizzato con un lavoro, anche se era fittizio e non gli piaceva, con degli amici e con delle cene. A Londra Lui aveva amato come non mai, e non gli sembrava vero. Una volta finito quel periodo, pensò, l’incantesimo si ruppe. In quel momento si ruppe anche un’altra cosa. Accidentalmente, nel riporre lo spazzolino dentro il bicchiere che lo conteneva, sul pianale del lavandino, urtò quel contenitore e ne provocò la caduta, mandandolo in frantumi. Erano le 3:05 del mattino. Sua madre si svegliò, assonnata, si lamento con Lui per il rumore e per l’ora, borbottò qualcosa a Lui incomprensibile, mostrando la necessità di dover andare al bagno. Ai cocci, avrebbe pensato Lei il giorno dopo, aggiunse. Lui non si scompose troppo, rimase immobile di fronte al grande specchio sopra al lavandino illuminato timidamente da due lampade ai lati. Adesso nel bagno erano in due. Lui non uscì, e mentre sua madre si lamentava ancora per l’ora improbabile e per solo Dio sa cos’altro, Lui le rispose bruscamente dicendole di piantarla con queste storie e con tutto il resto.

Oltre ai suoi pensieri, così caotici e rocamboleschi, non ci voleva quell’incursione che l’aveva riportato alla realtà, prima dell’esecuzione della sua pena di morte, quando stava rimembrando i suoi passati senza ricordarsi a quale punto della narrazione fosse arrivato. “Ah, si”, esclamò, “il passato prossimo!”. Stavolta fu sua madre a non scomporsi, ancora presente nel bagno ed intenta a tirarsi su le braghe del pigiama, ormai abituata e rassegnata alle stravaganze, per non dire follie, del figlio. Il passato prossimo era finito.

Fortunatamente non sopraggiunse il passato presente, come Lui aveva ironicamente prospettato… ma il sol presente si, facendo riportare la sua mente ancora una volta, a distanza di poche righe, alle pene che lo attendevano in vista della sua fine.

Con il presente entrò in confusione, di più di quanto già non lo fosse. Il presente è presente, pensò, ma è già passato. Si dicono tante cose sul presente: “godiamoci il presente, che del futuro è meglio non fidarsi e il passato non tornerà mai”… e … e tante altre, che Lui non era convito fossero riconducibili al presente, come “si campa una volta sola”, il famigerato carpe diem, finalmente qui trascritto in cogli l’attimo, e forse “di doman non c’è certezza”, di italica memoria, scritto in versi su Canzona di Bacco da Lorenzo de’ Medici detto il Magnifico.

A parte questo, a Lui non venivano in mente, come per il passato, citazioni di libri o modi di dire sul presente. Lui era convinto che ce ne fossero, e che se le avesse lette in passato, ma forse non gli erano rimaste impresse perché non lo avevano particolarmente colpito. Oppure perché, come aveva sostenuto in precedenza, ora parafrasando, il presente non è più quello di una volta (il passato), per cui non val la pena ricordarselo, pensò. A riguardo alcuni hanno scritto sulle strade e sui ponti di Milano, che addirittura il futuro non sia più quello di una volta, ma a Lui, questa, gli sembrava una visione troppo pessimistica. Anche se il presente è fugace e se ne va che è già passato, senza il futuro non val pena vivere il presente e tanto meno arrivare ad un sol giorno, una sola ora, un solo minuto e un solo secondo del passato. Senza futuro, pensò, c’è il nulla.

Eppure tornò a concentrarsi sul suo presente, che consisteva nell’incamminarsi lungo il corridoio verso la via della stanza da letto. Il lavaggio dei denti era già passato, e per di più aveva fatto pure danni. Ma quella sera, prima di spegnersi sul letto, pensò al futuro. Era la prima volta che lo faceva. Penso al futuro senza badare troppo al passato remoto e al passato prossimo che lo avevano tanto rassicurato e protetto, e nemmeno al presente, che come aveva sempre sostenuto Lui, oramai era già passato. Pensò al futuro e sorrise, e vide uno spiraglio nel domani, che gli ricordava quello stretto pertugio della sua porta accostata, da cui fuoriusciva la luce. Un giorno, quella porta, si sarebbe spalancata e avrebbe inondato di luce il passato, il presente e il futuro. Tornò a sognare e a progettare, con la voglia di realizzare le idee confuse che aveva in testa, con la voglia di fare anche se Lui non sapeva ancora bene cosa, con la voglia di risvegliarsi l’indomani mattina, ricordandosi ancora di Nick Drake, della sua musica e della sua vita, ma non della sua tragica fine. Quello era il futuro. Si, “quello era il futuro”, pensò. E si addormentò. Ormai erano le 4:05, e anche per oggi il futuro era già passato.  

corsivo libero

“L’hai fatto figliolo. Ma questo è il meno. Scoprire che Bertrand Russell per te è un eroe non mi stupisce affatto. In ogni campus ci sono sempre due o tre giovani intellettualmente precoci, saputelli che si autoproclamano membri di un’élite e hanno bisogno di sentirsi superiori ai compagni, superiori addirittura ai professori, e per questo attraversano la fase dell’ammirazione per l’agitatore o iconoclasta del tenore di Russell o Nietzsche o Schopenhauer. Comunque non siamo qui per parlare di tali visioni, e certamente tu hai il diritto di ammirare chi vuoi, per quanto a me possa sembrare deleteria l’influenza, e pericolose le conseguenze, di un cosiddetto libero pensatore e sedicente riformatore. Marcus, ciò che oggi ci porta qui insieme, ciò che oggi mi preoccupa, non è il fatto che per prepararti ai dibattiti della scuola superiore tu abbia memorizzato parola per parola le facinorose opinioni di un Bertrand Russell volte ad alimentare lo scontento e la ribellione. Ciò che mi preoccupa sono le scarse capacità di socializzazione che stai dimostrando qui al Winesburg College. Ciò che mi preoccupa è il tuo isolamento. Ciò che mi preoccupa è la tua aperta ostilità all’antica tradizione di Winesburg, come dimostra il mondo in cui hai reagito alla funzione in cappella, un impegno di poco conto, che agli altri studenti non sottrae che un’ora di tempo alla settimana per circa tre trimestri. Lo stesso impegno richiesto per l’educazione fisica, e non più insidioso di quello, come io e te ben sappiamo. In tutti i miei anni di esperienza a Winesburg, non mi sono mai imbattuto in uno studente che avesse qualcosa da obiettare a uno di questi due impegni ritenendoli una violazione dei suoi diritti o una condanna alla stregua dei lavori forzati nelle miniere di sale. Ciò che mi preoccupa è quanto poco ti sei inserito nella comunità di Winesburg. A me sembra una situazione da affrontare subito e da troncare sul nascere.”

Roth, Indignazione. 

Stasera va così.

distance from home

A 16.000 chilometri di distanza fisica da quella che percepisci come casa, ci si affeziona facilmente alle persone e alle cose nel giro di poco tempo. I nuovi coinquilini, sarà che sono asiatici silenziosi, sarà che hai seri dubbi sul fatto che siano sordomuti, morti o risucchiati da un buco nero nello loro stanze, ti risultano subito familiari. Anzi, quando torni a casa la sera e scopri che le tre tailandesi che vivevano nella stanza accanto alla tua, che ti hanno visto gironzolare in mutande per casa o scaccolarti sul divano la mattina presto, mentre facevi colazione, senza batter ciglio, se sono andate, puff, sparite nel nulla, quasi ti mancano. Erano quella presenza eterea, flebile e inconsistente di cui avevi tremendamente bisogno e di cui senti terribilmente la mancanza. Stessa storia per il francese che avevi in stanza con te, anche lui partito da un giorno all’altro per tornare in Francia dopo un anno passato qui, come se fosse la cosa più naturale del mondo, senza essere per ora rimpiazzato da nessuno. Ebbene, questo appartamento dal soffitto uguale al pavimento, ti sembra più vuoto che mai. Fuori sono scese le temperature, il vento segue delle rotte immaginarie e da quassù tu pensi di vivere ad alta quota, pensi che forse anche l’aria è più rarefatta, che se piove o nevica te ne accorgeresti prima sbirciando dal tuo letto a castello fuori dalla finestra. Per ora tutto tace a parte il vento. Trai soddisfazione dal nuovo acquisto di una padella dal fondo doppio, uno scolapasta ricavato da un cestello della ricotta, del basilico trafugato al supermercato e un piatto di pasta al pomodoro, quasi che ti senti a casa, come una tartaruga dal guscio spesso e duro, che può andare dove vuole, anche navigare per 16.000 chilometri nell’oceano, trovando l’indispensabile dentro di sé.

figlio di una selezione avversa

E’ il titolo del libro che avrei voluto scrivere ma che ancora non ha visto la luce. Ed è uno dei tanti titoli a cui ho pensato mentre studiavo sui banchi dell’Università. Non ho mai pensato al contenuto del testo, che avrei voluto sorgesse spontaneo. Solo recentemente ho provato a buttar giù una trama, dei personaggi, qualcosa di più strutturato.

Non ricordo a menadito il concetto di selezione avversa, ma ne sono rimasto affascinato perché in due semplici parole, sembra rispecchiare il quadro contemporaneo. Nella specie umana, avviene l’opposto di quello che abbiamo sintetizzato per la selezione naturale darwiniana: sempre più bidoni, in una spirale verso il basso che sembra non aver fine. Mi diverte poter utilizzare espressioni economiche, a volte così rigide, come aggettivi da accostare a significati confusi, vaghi e poco chiari, ma così essenziali e sublimi dal mio punto di vista. Chi sono i figli di una selezione avversa? Perché sono diventati tali? Che speranze hanno? E’ l’etichetta che voglio mettere alla mia generazione.

PS: da qualche giorno ho finito il libro di Chatwin, centellinando pagina per pagina e riga per riga. Bello. Migrazioni, viaggi, uomini, idee e fesserie. Un po’ di tutto racchiuso in un testo. Adesso non mi resta che Indignazione di Roth e poi dovrò, sigh, passare a letture più english. Mi torna in mente l’intervista ad un attore e regista italiano, che parlando della madre in fin di vita, racconta del pentimento per le troppe letture a sacrifico del tempo da dedicare agli altri, del troppo Rifkin (che non ho mai letto). Non penso che un giorno mi pentirò della letteratura, del troppo Roth, Coe, Tondelli, Poe. Forse mi stancherò delle idee degli uomini, perché come cantano gli Articolo 31 “ho il dubbio che la mia generazione muova una rivoluzione immaginaria”, e non solo la mia, ma anche quella precedente, di cui si lamentava una signora sconosciuta in fin di vita. Una mia amica domandava: a che pro?

A kathmandu

Ammettiamo che sia vero.
Che tutto quello che leggo da qui, dall’Australia, sulla Lega sia vero.

E’ disarmante perché hai studiato. Si, puoi dirlo forte e finalmente vantartene. Con i soldi dei tuoi genitori, anni di sacrifici, sia di loro che tuoi. Perché la tua famiglia ti ha insegnato dei valori, si, che sono quelli critistiani, e nei vai fiero, anche se gli altri pensano che sei un fondamentalista cristiano. Perché tu li metti in pratica. Perché pensi che la frase “chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra contro di lei” sta prendendo proprio una brutta piega se tende a giustificare qualunque azione. Ho voglia di urlarlo, di ribadirlo, di scagliare pietre.

Quanto spaventa la parola valori. Spaventa le coscienze postmoderne, che si permettono di parlare di ladri e rubare, che si permettono di parlare di fedeltà e mentire, che si permettono di parlare di castità e tradire. Quanto mi fanno pena le coscienze postmoderne. Una pena infinita, indescrivibile. Così scisse, così separate, che sono quello e quest’altro insieme, che parlano di questo di quell’altro insieme, che deridono le coscienze monolitiche in una società liquida. 

Cosa dovremmo fare. Cosa hanno fatto i figli di nessuno nel luglio del 1789? Mi sbilancio, mi sono già sbilanciato, avevano ragione e hanno fatto bene. Gli articoli dei direttori mi fanno sorridere. Io sono dovuto fuggire per sopravvivere, caro direttore. Perché ho sentito troppe volte dire “lo fanno tutti” come giustificazione. Bene, che tutti si aspettino il lancio delle prima pietra dietro la schiena. 

Come fanno, come fanno a guardarsi allo specchio le coscienze postmoderne? Voglio urlare che io posso, che io posso alzarmi la mattina e guardarmi allo specchio e vedermi invecchiare lavorando, senza passare per quello immodesto, presuntuoso e arrogante. E’ la verità. Anzi, dimostrate il contrario. Il vero problema è l’amicizia. Rinuncerei anche a quella per tutelare i valori in cui credo. Dove sono finiti? Gli abbiamo venduti? In cambio di cosa? Cosa stiamo aspettando? Continuiamo a dire che tutti fan così, continuiamo ad insegnare questo. Che pena infinita. 

Ma poi, finalmente, ti senti libero, libero come nessun altro. E anche questo posso dirlo. Ti senti puro, puro come nessun altro. Ti senti libero di pensare e di dire quello che pensi perché corrisponde perfettamente a quello che sei. Perché i tuoi ideali coincidono e si sovrappongono con le tue azioni. Ed è bello perché spaventa chi non è libero come te per raggiungere cose che per te non hanno alcun valore

all’ombra di un grattacielo

Passeggiando di notte nel tuo nuovo quartiere si incontrano solo asiatici. Non riesci a distinguerli. Coreani, giapponesi, cinesi, tailandesi. Non riesci a distinguerli nemmeno nel tuo appartamento, e questo ti infastidisce. Loro sanno molte più cose su di te, in quanto italiano, rispetto a quante tu ne sappia di loro. Cosa pensano?

Tu pensi che quando inizi a lavorare di notte non ne puoi più fare a meno, e te ne accorgi nel tuo giorno libero. La notte tutto si spegne piano piano, si affievolisce, si abbassano le saracinesche ed allora, in quel momento, inizi a fare i conti con te stesso. Non ci sono più rumori, suoni, confusione, persone, che ti possano distrarre dall’ascoltarti. Inizi a fare i conti con la tua solitudine. I clienti, tra una chiacchera e l’altra prima della chiusura, parlando di sogni, progetti e amarezze, ti mandano a letto sereno (e distrutto di lavoro). Ma se arrivi alla sera sveglio inizi a non prendere sonno, ad essere irrequieto, non sai cosa fare – che vedere – chi chiamare – e in preda al panico, prima che l’estate finisca, decidi di buttarti in strada e passeggiare tra i grattacieli. Le dimensioni della città non faciliteranno il tuo senso di disorientamento e la tua nausea, anzi, c’è il rischio che lo aggravino. Ma non puoi farne a meno. Rimanendo in casa, sicuramente, nulla cambierà. Rimarresti bloccato quassù, con 28 piani che ti separano dalla strada, ad ammirar le luci della città di notte, tra persone che non conosci, in uno spazio claustrofobico, una via di mezzo tra una cabina di una nave e un mini appartamento di Tokyo.

Allora decidi di scendere. Ti accordi che il mondo scorre anche a quest’ora. Non stai meglio. Fermarsi in una specie di Sturbucks a prendere qualcosa di caldo peggiora la situazione. Decidi di finire il tuo caffè decaffeinato più rapidamente possibile, perché lì in quel tavolino per due ti senti a disagio.  Torni all’aria aperta, prendi fiato e vaghi in attesa della scena più divertente con cui incorniciare la serata. Due asiatici (cinesi? giapponesi? tailandesi? ancora, non lo sai e forse non lo saprai mai) che trasportano – o almeno fanno un tentativo – un piccolo frigo in un carrello della spesa. Non c’entra, traballa, è scassato. Ti domandi: perché? Non trattieni le risate, e scoppi appena li superi.

Tornato a casa la situazione è sempre la stessa, non ti resta che scrivere. Ma per fortuna, abitando in un grattacielo succede anche questo. Senti il rumore di un elicottero, due elicotteri, tre elicotteri, sempre più forte. Tutti accorrono al balcone, anche dai palazzi vicini. Con calma, arrivi anche tu. Ti scruti intorno, centinaia di persone affacciate nell’oscurità, non puoi fare a meno di domandarti quanti sono, cosa fanno, da dove vengono. E vedi che dall’elicottero si calano uomini in mimetica sul tetto del grattacielo vicino. Al buio, con telecamere nascoste e fucili. Non capisci. Nessuno intorno a te capisce. Ride divertito, pensando che stia assistendo alla scena di un film in diretta. Forse è così. Anche per te è così. Fissi quell’immagine nella memoria, ti giri verso di loro, ti volti ancora e pensi che per te il film non è quello che stai vedendo, ma quello che stai vivendo.