sogno prima di dormire

Erano le 2:05 del mattino. Lui non pensò di essere mai andato al letto cosi tremendamente tormentato come quella sera. La porta della cameretta socchiusa quasi del tutto, che lasciava comparire solo uno spiraglio di luce, i capelli arruffati che lo rendevano irriconoscibile, l’occhio destro arrossato, gonfio, come se si fosse malato e si stesse per staccare da un momento all’altro: tutto intorno a Lui, compreso il suo stato bestiale, contribuiva a renderlo ancora più irrequieto ed angosciato, quella sera. Erano queste le sue condizioni. Dall’esterno della sua stanza, proveniente dal giardino, si percepiva il canto ritmato e preciso di una cicala, mentre all’interno della sua stanza, e non dentro di Lui, in cui giaceva il silenzio, proveniva solo il ronzio di una zanzara, non troppo fastidiosa, ed il rumore di sordo e continuo ma naturale, quasi simile a un sibilo appena accennato, della nuova lampada a risparmio energetico che era stato costretto ad installare quel giorno nell’abat-jour in stile marinaresco.

Lui non aveva sonno quella sera, e rimuginava sui piccoli gesti che aveva compiuto prima di andare a dormire, che ormai si ripetevano di giorno in giorno, e il loro inizio gli pareva perdersi nella notte dei tempi. Dopo aver passato tutto il giorno a bivaccare dentro casa, come, è importante ripeterlo e ricordarlo, succedeva da tempo, dopo cena aveva deciso di lasciarsi andare tra le braccia protettive e sicure, ma a volte troppo strette e forzute, della televisione. Il suo stampo era lì, sul divano di cucina, originato dal troppo tempo trascorso a sedere o disteso. Quel giorno aveva letto molto, ma non le cose che doveva leggere, ma finalmente quello che gli interessava. Anche in questo caso, era passato molto tempo da quando aveva deciso di dimenticarsi dei suoi impegni, almeno per una volta, e di concedersi totalmente alla lettura ludica, di piacere e divertimento; lasciarsi andare e sciogliersi, come se quello fosse l’ultimo giorno della sua vita, i cui tutto è permesso e tutto è concesso, ma soprattutto non c’è la necessità di pensare a quello che sarà domani, non c’è bisogno di progettare un futuro che non sarà: finalmente l’esigenza costante dell’uomo che lo distingue dall’animale scomparve in Lui, anche se il suo aspetto rimaneva quello di una bestia.

Quel giorno finì di leggere la biografia di Nick Drake. Come scovo e dove comprò quel testo è un’altra storia. Ma come trovò più volte scritto in quel testo, c’erano molte cose che potevano dirsi su Nick, come sulla sua vita, ma in fin dei conti erano tutte congetture ed ipotesi di cultori, mitomani o semplici appassionati ammiratori, come Lui. Allo stesso modo c’erano molte cose su di Lui, su quell’uomo misterioso che aveva scelto come suo ultimo libro proprio la biografia del cantautore inglese morto suicida (almeno così sembrerebbe, altra congettura) all’età di soli ventisei anni, che avrebbero potuto dirsi. Nel compiere l’ultimo gesto quotidiano, prima di andare a dormire, quello di lavarsi i denti, ecco che tutto il suo passato riaffiorò alla sua mente, come se dopo quell’interminabile notte, come era successo al povero Nick, non si sarebbe più svegliato. Il suo però non era un suicidio intenzionale, di questo era certo, ma era da Lui avvertito come un’esecuzione forzata, anche se non sapeva quale tribunale avesse deciso quelli’ingiusta sentenza, chi fosse il mandate e chi fosse il boia, e soprattutto quali atroci dolori avrebbe dovuto sentire sotto lo strumento prescelto per la sua morte.  

Il lento tragitto che lo separava dal lavandino, dove si accingeva a compiere l’ultimo gesto della giornata (anche se poi si accorse che non fu così), al letto, dove si sarebbe spento non si sa per quante ore, appariva ai più, e anche a Lui, come il percorso che il carcerato fa, soprattutto negli Stati Uniti d’America, dalla sua cella alla sedia elettrica, “come nel film Il miglio verde”, pensò. Ma prima che tutto questo si fosse materializzato, il suo passato tornò, come dicevamo. Prima il passato remoto. Era il passato di cui ormai non restava più traccia dentro di Lui, o almeno così Lui credeva. Era un passato lontanissimo, che non riaffiorava mai se non di rado, e anche tutte le volte che questo succedeva, veniva confuso con qualcos’altro, come l’istinto o il déjà vu. Invece, in quel preciso momento Lui capì che quei ricordi, non provenivano dal nulla o da qualcosa di inspiegabile e casuale per Lui, ma dal suo passato remoto. Erano ricordi felici, e raramente si traducevano in qualcosa di concreto, in immagini, aneddoti o racconti, ma piuttosto, anche se molto vaghi, inebriavano in Lui una sensazione di felicità, benessere e serenità. Tutto qui. “E non è poco”, pensò fra se e se.

Poi sopraggiunse il passato prossimo. E subito dopo, inaspettatamente, sopraggiunse Dickens con stupore. Questa storia dei passati remoti e prossimi gli ricordò Canto di Natale, quel libro che aveva tanto adorato in quell’età di mezzo, tra i due passati, e che parlava, appunto, degli spiriti dei Natali passati, presenti e futuri, ricordando al vecchio Ebenezer Scrooge quanto malvagio fosse stato in vita e in quale modo potesse porre rimedio alla sua malvagità. Con tutta quella confusione in testa, tra passati, Natali e futuri, sperò di non fare troppa confusione e ricordare anche un improbabile passato presente, che, non per chissà che cosa ma per non altro, sarebbe stata un’evidente contraddizione in termini, inaccettabile per Lui. Quasi come un ossimoro, il famoso esempio accademico del “ghiaccio caldo”, un esempio da manuale di lingua italiana in cui Lui, ricordò, non era molto ferrato da piccolo.

Liberatosi dagli spiriti del Natale e del libro di Dickens, che aveva notato proprio quella sera, sistemandolo sopra l’ultimo libro concluso, la biografia di Nick Drake, finalmente il passato prossimo riaffiorò. Era più vivido di ricordi rispetto al passato remoto, ricordi tangibili impastati di fatti e situazioni, persone e luoghi, cose a cui era affezionato. La sensazione che provò, nel ricordare il passato prossimo, era combattuta, poiché i momenti felici si mischiavano ai momenti tristi, momenti di insicurezza e di conforto, di meditazione e riflessione. Voleva elencarli mentalmente, tutti questi momenti, come quando si fa per preparare la valigia con i vestiti da portare in vacanza, per dipanare la matassa e separare, con la precisione di un chirurgo plastico o di un revisore dei conti, i momenti buoni dai momenti cattivi, per fare un bilancio più preciso… e più razionale, come suo solito. Fin da subito si rese conto che quella era un’altra storia, e quello non sarebbe stato il momento per discuterne, tra se e se, di tutto ciò.

Ma ancor di più, penso, era l’ora di finirla con quella stupida divisione, che si era imposto tra ricordi felici, da ricordare appunto (e di proposito), e ricordi tristi, da dimenticare, cancellare, eliminare. Così facendo non sarebbe stato tutto più bello, o tutto solo bello, perché la scomparsa degli uni comportava anche la scomparsa degli altri, e l’esistenza degli uni garantiva ed era indispensabile all’esistenza degli altri, in una perfetta logica di sana competizione, pensò. Così, dopo aver passato in rassegna tutte quelle cose, arrivò a Londra. E il ricordo lo rese felice. Lui a Londra aveva amato. Era successo poco tempo fa nel suo passato prossimo più recente, se vogliamo definirlo così. Però a Lui sembrava come qualcosa di lontano, di non vissuto, come se Lui non l’avesse mai vissuto. Forse aveva mitizzato quei mesi londinesi, una bolla di tempo memorabile ma allo stesso tempo smontabile e staccabile dalla sua vita, come un mattoncino Lego, ma non uno qualunque, il pezzo più importante, le fondamenta della sua stessa esistenza, che fino ad allora era stata piatta e monotona, come era tornata ad esserlo anche dopo quell’esperienza. A Londra si era realizzato e si sentiva realizzato con un lavoro, anche se era fittizio e non gli piaceva, con degli amici e con delle cene. A Londra Lui aveva amato come non mai, e non gli sembrava vero. Una volta finito quel periodo, pensò, l’incantesimo si ruppe. In quel momento si ruppe anche un’altra cosa. Accidentalmente, nel riporre lo spazzolino dentro il bicchiere che lo conteneva, sul pianale del lavandino, urtò quel contenitore e ne provocò la caduta, mandandolo in frantumi. Erano le 3:05 del mattino. Sua madre si svegliò, assonnata, si lamento con Lui per il rumore e per l’ora, borbottò qualcosa a Lui incomprensibile, mostrando la necessità di dover andare al bagno. Ai cocci, avrebbe pensato Lei il giorno dopo, aggiunse. Lui non si scompose troppo, rimase immobile di fronte al grande specchio sopra al lavandino illuminato timidamente da due lampade ai lati. Adesso nel bagno erano in due. Lui non uscì, e mentre sua madre si lamentava ancora per l’ora improbabile e per solo Dio sa cos’altro, Lui le rispose bruscamente dicendole di piantarla con queste storie e con tutto il resto.

Oltre ai suoi pensieri, così caotici e rocamboleschi, non ci voleva quell’incursione che l’aveva riportato alla realtà, prima dell’esecuzione della sua pena di morte, quando stava rimembrando i suoi passati senza ricordarsi a quale punto della narrazione fosse arrivato. “Ah, si”, esclamò, “il passato prossimo!”. Stavolta fu sua madre a non scomporsi, ancora presente nel bagno ed intenta a tirarsi su le braghe del pigiama, ormai abituata e rassegnata alle stravaganze, per non dire follie, del figlio. Il passato prossimo era finito.

Fortunatamente non sopraggiunse il passato presente, come Lui aveva ironicamente prospettato… ma il sol presente si, facendo riportare la sua mente ancora una volta, a distanza di poche righe, alle pene che lo attendevano in vista della sua fine.

Con il presente entrò in confusione, di più di quanto già non lo fosse. Il presente è presente, pensò, ma è già passato. Si dicono tante cose sul presente: “godiamoci il presente, che del futuro è meglio non fidarsi e il passato non tornerà mai”… e … e tante altre, che Lui non era convito fossero riconducibili al presente, come “si campa una volta sola”, il famigerato carpe diem, finalmente qui trascritto in cogli l’attimo, e forse “di doman non c’è certezza”, di italica memoria, scritto in versi su Canzona di Bacco da Lorenzo de’ Medici detto il Magnifico.

A parte questo, a Lui non venivano in mente, come per il passato, citazioni di libri o modi di dire sul presente. Lui era convinto che ce ne fossero, e che se le avesse lette in passato, ma forse non gli erano rimaste impresse perché non lo avevano particolarmente colpito. Oppure perché, come aveva sostenuto in precedenza, ora parafrasando, il presente non è più quello di una volta (il passato), per cui non val la pena ricordarselo, pensò. A riguardo alcuni hanno scritto sulle strade e sui ponti di Milano, che addirittura il futuro non sia più quello di una volta, ma a Lui, questa, gli sembrava una visione troppo pessimistica. Anche se il presente è fugace e se ne va che è già passato, senza il futuro non val pena vivere il presente e tanto meno arrivare ad un sol giorno, una sola ora, un solo minuto e un solo secondo del passato. Senza futuro, pensò, c’è il nulla.

Eppure tornò a concentrarsi sul suo presente, che consisteva nell’incamminarsi lungo il corridoio verso la via della stanza da letto. Il lavaggio dei denti era già passato, e per di più aveva fatto pure danni. Ma quella sera, prima di spegnersi sul letto, pensò al futuro. Era la prima volta che lo faceva. Penso al futuro senza badare troppo al passato remoto e al passato prossimo che lo avevano tanto rassicurato e protetto, e nemmeno al presente, che come aveva sempre sostenuto Lui, oramai era già passato. Pensò al futuro e sorrise, e vide uno spiraglio nel domani, che gli ricordava quello stretto pertugio della sua porta accostata, da cui fuoriusciva la luce. Un giorno, quella porta, si sarebbe spalancata e avrebbe inondato di luce il passato, il presente e il futuro. Tornò a sognare e a progettare, con la voglia di realizzare le idee confuse che aveva in testa, con la voglia di fare anche se Lui non sapeva ancora bene cosa, con la voglia di risvegliarsi l’indomani mattina, ricordandosi ancora di Nick Drake, della sua musica e della sua vita, ma non della sua tragica fine. Quello era il futuro. Si, “quello era il futuro”, pensò. E si addormentò. Ormai erano le 4:05, e anche per oggi il futuro era già passato.  

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