il dilemma morale

Primi soldi risparmiati. O meglio, adesso i conti sono pari. Puoi tornare indietro con quello che hai speso per partire.

Ma subito ti viene in mente come spenderli. iPad. E’ lì, luccicante, l’ultima diavoleria moderna (lo so, già definirlo così denota una pregiudizio poco oggettivo) sfornata dalla Apple. Ma ancora prima di subito ti viene in mente quello che sai e non riesci proprio a scacciarti dalla testa. Quello che solo gli sciocchi e gli stolti non conoscono, ma che tutti gli altri sanno, e che riescono a dimenticare come se le informazioni che ci arrivano fossero ormai impotenti al cambiamento dei nostri comportamenti.

Come il battito d’ali di uno stormo di farfalle, comprare un souvenir dalla gita fuori porta significa continuare ad alimentare la produzione (inquinante, tra l’altro) di beni inutili dall’altra parte del pianeta, molto probabilmente in Asia (Cina, Thailandia, Vietnam: come le nazionalità dei miei attuali coinquilini). Molto probabilmente significa condizioni di lavoro disumane, lavoro minorile e sottopagato, sfruttamento. Ogni vestito che indossiamo, calze, magliette, pantaloni, scarpe, così come la maggior parte degli oggetti che ci circondano, portano quell’etichetta ben visibile che noi ignoriamo puntualmente, come se quella innocua azione, quel piccolo acquisto, che facciamo il sabato pomeriggio, per sopperire alla noia e al vuoto che proviamo dentro, alla solitudine e allo stress del lavoro settimanale, non abbia alcuna conseguenza, sia innocua, anzi, positiva, perché sopperisce alle nostre esigenze spirituali e “fa girare l’economia”. Invece ce l’ha e noi tutti ne siamo responsabili. Noi che non possiamo fare a meno di accumulare cose, di comprarne in continuazione per “sentirci al passo con i tempi”, “alla moda”, “cool”. Quell’azione ha delle conseguenza devastanti a partire dall’ipotetica famiglia del mio vicino, dove il padre che lavorava in un’azienda tessile è stato licenziato, ed ha deciso di farla finita, fino alla figlia di otto anni di una famiglia del Nuristan, che è costretta dai genitori a filare il cotone della maglietta che indosso, mentre sto imprimendo le mie dita su dei tasti incastrati ad arte da sua sorella, sei anni, che lavora in una baracca dove si producono computer. Vorrei che la mia mano, la prossima volta, quando sarà distesa verso un’oggetto del desiderio, cominciasse a tremare, a cedere, a indietreggiare, a farsi delle domande. Dove? Come? Perché? Posso saperlo? Devo scoprirlo? Cosa comporta?

Lo sappiamo da tempo cosa comporta e siamo indifferenti. Totalmente. Sempre più spesso mi sento dire “c’est la vie”, “che ci vuoi fare”, “che possiamo fare”. Non passiamo lamentarci del risultato che ci attende, del pareggio dei conti. Abbiamo perso l’immaginazione sull’infinità di modi in cui è possibile vivere. Eppure dipende solo da noi. Il prezzo che paghiamo non è sufficiente a nascondere la nostra vergogna e non metterà a tacere per sempre sul nostro silenzio. Siamo conniventi di un sistema che è così perché, con le nostre azioni quotidiane, continuiamo a mantenerlo in vita, perché prima di fare il primo passo, nel giusto, che conosciamo, ci guardiamo a destra e a sinistra per vedere se anche qualcun’altro, nelle fila insieme a noi, esce dai ranghi. Perché siamo delle pecore che trovano sicurezza e calore nel gregge, gioia nelle disgrazia di essere accomunate dalla stessa sciagurata sorte: essere sbranate dal lupo.

Dopo aver pensato a tutto questo, la domanda che sorge spontanea, anche qui, è sempre e una soltanto: mi serve veramente? La risposta è semplice, no. Ho sempre questa domanda che mi ronza per la testa prima di comprare qualcosa, e immancabilmente la risposta è no. Le cose mi permettono di soddisfare un bisogno contingente, temporaneo, ma se ci penso bene, non mi servono nel lungo periodo. E come sempre, i miei bisogni si riducono a quelli della sopravvivenza. Detta con le parole di qualcun’altro, penso che significhi accontentarsi.

Investirò quel denaro in esperienza. Vedere il mondo e conoscere l’altrui con i mie occhi, provando sulla mia pelle quello che altre persone, lontano da me ma così vicino alle mie cose, vivono.

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3 thoughts on “il dilemma morale

  1. Silver Silvan ha detto:

    Suvvia, per ripulirsi la coscienza c’é sempre una bella adozione a distanza disponibile.

    • australopiteko ha detto:

      Penso sia più utile andare dall’altra parte del Mondo e vedere (con i propri occhi) che le cose stanno per cambiare, e pure in fretta, anzi qua sono già cambiate. Mi stupisco di come le informazioni che ci arrivano siano così frammentarie e poco verosimili.
      Tra un po’ non saranno più necessarie le adozioni a distanza. O magari saranno necessarie, ma sarà qualche Paese asiatico che adotterà gli italiani.

      • Mery ha detto:

        Hai scritto delle parole bellissime, illuminanti. Ho passato 4 mesi ad insegnare nelle scuole l'”educazione al consumo consapevole” e mi sono resa conto di quanto sia difficile far capire ai ragazzi (e non solo!!!) che tutto questo “superfluo” non ci serve, ma forse ci attanaglia solo di più al vuoto che cerchiamo di riempire. A (quasi) 25 anni, laureata in una facoltà umanistica (sbaglio colossale in questa società capitalistica) mi chiedo cosa fare del mio futuro: prendere un’altra laurea che mi permetta di fare qualcosa di buono per il mondo (ma a 28 anni-data di possibile fine- sei già vecchio vecchio vecchio, ormai siamo solo usa e getta, come i prodotti che compriamo) o fare come hai fatto tu, andare dall’altra parte del mondo, vedere come si vive down-under per capire meglio come si vive nel nostro Paese. Scusa la sfogo, ma ho visto che siamo un po’ sulla stessa onda e mi serviva mettere “nero su bianco” (anche sul pc in fondo, è nero su bianco) le mie angosce. Chiederei anche consigli, la paura di sbagliare scelta (di nuovo!!!) è tanta, ma non voglio rompere troppo ^^
        In bocca al lupo per tutto.

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