Archivio mensile:maggio 2012

Livello 2.0

Sydney è troppo bella stanotte per farsi sopraffare dalla pigrizia e non scrivere questo posto dopo molti giorni di silenzio. Abbarbicato sul mio letto a castello che sembra quasi di stare in una nave pronta a salpare, scorgo una striscia di mare illuminata, la cattedrale, alcuni uffici con le luci ancora accese nel grattacielo di fronte. E’ una veduta che mi affascina, è così vivida ma immersa nel silenzio, tanto che mi sembra di essere l’unica persona sveglia in questo momento, in un posto in cui vivono milioni di persone. Sicuramente sono l’unica persona sveglia della casa.

Stanno per cambiare un sacco di cose. Il gioco diventa sempre più difficile. Cambieranno i sistemi di sicurezza nel giro di due settimane, ed entrare nel grattacielo sarà ancora più dura. Le nostre chiavi, che già non potevamo usare per la hall, non serviranno più nemmeno per l’ascensore, e la soluzione che ci ha proposto la thailandese è quella di salire con la prima persona che capita, andare allo stesso piano e poi – se non si è fortunati (perché francamente per beccare qualcuno che va proprio al 28esimo piano, su 35, c’è bisogno di culo) – farsi i restanti a piedi. Ti può andare bene, allora vorrà dire che ti devi fare qualche piano a scendere dalla scalda antincendio, ti può andare benino, cioè devi farti qualche piano a salire, sempre dalla stessa scala, oppure ti può andare male, se il tipo con cui sei salito ti molla al sesto piano: in questo caso o decidi di farti gli altri piani a piedi o, una volta sceso, chiami di nuovo l’ascensore, sperando di trovare qualcuno che salga più su, rischiando di incappare nella security. Ho pensato solo ora che può andarti ancora peggio, e cioè beccare qualcuno disperato quanto te, che non ha la chiave dell’ascensore e si aspetta che lo porti su. In questo caso, caro mio, si parte dal piano terra e sono tutti e 28. Non può certo star lì ad aspettare, proprio di fronte alla reception. Sarà una grande prova d’attore – e di sopravvivenza. La thailandese, come sempre, dice di non preoccuparsi più di tanto, tra qualche mese, massimo due (ed io mi chiedo: poi perché proprio due, non di meno e non di più?) i cinesi avranno inventato il modo di copiare le chiavi, di raggirare anche questo nuovo sistema di sicurezza. E noi continueremo a vivere come vogliamo, alla faccia della security, dell’owner, del nuovo sistema di sicurezza. Fino a quel momento, una chiave in due, non c’è altra scelta.

C’è una nuova voce che mi ronza per la testa che porta lontano, lontano da qui. Lontano dall’offerta di un internship che l’ennesima cosa che mi riporta al passato prossimo, che è fatto di elemosina, speranze e aspettative tradite. Il pigiama che indosso stanotte profuma di casa e mi rincuora, era a casa cinque giorni fa. Oltre a questo ho capito che c’è sempre qualcosa di casa che non si vede, che ho sempre dietro e che forse nessuno potrà mai avere: è qualcosa che proteggo dentro di me.

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il fuggitivo – playlist consigliata: Acido Acida…

Corro. Corro per George St per nascondermi all’Apple Store. Manca poco all’ora X. Stamattina sono stato buttato giù dal letto e la casa sembrava un’altra. Raggomitolato intorno al piumone ho aperto gli occhi. I letti a castello erano scomparsi. Smontati. Le due stanza ricavate nella sala non ci sono più, la scrivania e’ tornata al suo posto, vasi di fiori sopra i tavoli, specchi splendenti. Penetrava la luce dalla finestre della living room. Verso le 11 e mezza tutti dovevano scomparire, tranne uno. Il coreano e’ potuto rimanere al suo posto, gli asiatici sono ammessi. Stava dormendo, forse non si accorgerà dell’ispezione. E’ (quasi) tutto pronto. Raccolgo le cose utili per trascorrere un’ora fuori casa, come se fosse un’ora normale, anche se sono per me non e’ così. Nell’ascensore sono teso. Nella reception del building in cui vivo, c’e’ troppo fermento. Forse e’ il giorno delle ispezioni. Asiatici che si spostano. Non riesco ancora a distinguerli. Asiatici vestiti bene dopo la porta a vetri. Segnaletica. “Open Inspection Day”. Con la cuffia nelle orecchie mi dileguo. 

E le 10 valigie che sono nel nostro appartamento? E le 50 paia di scarpe? E’ come un teatro, abbiamo costruito il nostro palcoscenico perfetto, ma solo notando i particolari (ma quanti computer ci sono? – ma quella spina da dove viene? – ma cosa ci fate con un dizionario italiano-inglese inglese-italiano?) si capisce che la nostra casa e’ una parodia della realtà.  

In attesa del momento del rientro.

Inspection

Chi l’avrebbe mai detto. Che un giorno sarebbe arrivato l’owner, e avrebbe voluto vedere il suo appartamento com’era, presumo affittato per 4, e non per 11. E allora è iniziata la migrazione di cose, come quella della persone. Bunk bed da nascondere, il secondo frigo da far scomparire, valigia da lanciare dalla finestra, trasformare di nuovo una stanza in un balcone, e la sala in una sala, piuttosto che un dormitorio. E per prima cosa, domani viene la compagnia delle pulizie a pulire la moquette.

Chi l’avrebbe mai detto di ritrovarsi abusivo, al di fuori di ogni regola, io che le regole del gioco, decise dagli altri e modificate dagli altri a seconda delle convenienze del momento, le ho sempre rispettate. Finalmente sono sulla buona strada.

Polanyi in my mind

[…] Dopo i turbolenti tentativi di ripristino durante gli anni Venti, il gold standard fu definitivamente abbandonato nel 1931, quando ormai, «gli sforzi frenetici per proteggere il valore esterno della moneta come mezzo di commercio estero»[1] avevano già ricondotto i popoli ad un’economia di tipo autarchico. Questo è il quadro che favorì lo stabilirsi dei regimi totalitari del ventesimo secolo. C’è una differenza tra «la tattica fascista e le tendenze effimere che nei diversi Paesi si fusero ad essa»[2], soprattutto in Germania e in Italia dove tali movimenti riuscirono a prendere il potere perché sfruttarono a proprio vantaggio, anche in maniera piuttosto semplice, le tensioni di una società di mercato che si rifiutava di funzionare secondo le regole del mercato. In entrambi i casi, infatti, non venne intrapresa nessuna rivoluzione nei confronti dell’autorità precostituita. In Italia, la formazione di un governo di stampo fascista avvenne per mezzo e con la tacita approvazione delle autorità, che fingevano di essere state schiacciate dalla forza. In Germania, Hitler venne nominato cancelliere dal Presidente del Reich nel 1933 dopo aver vinto le elezioni. Diventa dunque importante, come sottolinea l’autore, capire quando è la situazione (economica e sociale) a dare origini ai movimenti, rendendo possibile, in maniera quasi spontanea, la scalata alle istituzioni democratiche nella speranza di un cambiamento sociale prima che economico, anziché immaginare, sbagliando, che sia la forza del movimento (in questo caso fascista) a creare certe situazioni. Le crescenti tensioni e rivolte degli ultimi due secoli sono i segnali di difesa della società da un sistema capace di annullare la sostanza umana e naturale dell’uomo. Le misure prese in atto tuttavia, che ostacolavano l’autoregolazione del mercato e disorganizzavano la vita industriale, misero in pericolo la società in un altro modo, forse ancor più grave. Polanyi interpreta così i grandi movimenti intrisi di demagogia anticapitalista che hanno segnato il destino e le coscienze del Novecento[3], accomunando il socialismo di stampo sovietico con i fascismi sorti un po’ ovunque nel mondo, cogliendo in questo modo le similitudini piuttosto che le differenze che erano all’origine del malcontento popolare attraverso il quale tali forze avevano preso il potere. Tra la fine della Grande Guerra, che rappresentava un conflitto di potenze scatenato dalla caduta di un sistema di equilibrio, e la crisi del 1929, i movimenti fascisti appariranno nei Paesi più disparati, dagli sconfitti ai vincitori, dai cattolici ai protestanti, dai nordici ai mediterranei, appartenenti a culture e tradizioni diverse, ma tutti accomunati dall’impeto del mercato autoregolato dell’ultimo secolo. Fu così che politiche autarchiche e fasciste non si formarono solo in Italia, ma anche in Bulgaria, in Giappone, in Portogallo, in Austria e in Ungheria, in alcuni movimenti di Finlandia e Norvegia, perfino in Inghilterra e negli Stati Uniti[4], fino al nazionalsocialismo[5] tedesco.Quello che potremmo definire, al plurale, l’avvento dei fascismi diventa dunque la soluzione vista dalle masse per sfuggire ai danni e allo smembramento sociale provocato dal capitalismo liberale, anche al caro costo di estirpare la libertà individuale e quelle forme di istituzioni democratiche presenti nel campo dell’industria, della politica e dell’economia, con il rischio concreto di annientare la stessa società. Resta ferma la condanna delle torture e delle barbarie che hanno scosso per circa un ventennio le popolazioni europee e mondiali sottoposte a una nuova forma di religione che negava la fratellanza dell’individuo e lo sottoponeva ad una «rieducazione e snaturalizzazione»[6], così da renderlo incapace di far parte in maniera piena e responsabile del corpo politico.

 

 

[1] Ivi, p. 35.

 

[2] Ivi, p. 300.

 

[3] Ivi, p. 299. L’autore, scrive che il fascismo può essere chiamato «mossa» piuttosto che «movimento», per indicarne la natura impersonale, i sintomi vaghi ed ambigui e la presenza latente in ogni comunità industriale dopo gli anni Trenta.

 

[4] In Inghilterra, il politico O. Mosley fu il fondatore, nel 1932, del partito British Union of Fascists, formazione politica di estrema destra che ebbe inizialmente una certa popolarità negli ambienti conservatori e anticomunisti inglese. Non meno note sono le simpatie di alcuni industriali americani dell’epoca, tra cui H. Ford, nei confronti del nazismo tedesco.

 

[5] Il termine nazismo è controverso in quanto reca in sé un’antitesi: alla sua origine il movimento era fatto da ideologie anticapitaliste e socialiste “non cooperative”, di tipo nazionalistico e autoritario.

 

 

[6] K. Polanyi, La grande trasformazionecit., p. 297.