Polanyi in my mind

[…] Dopo i turbolenti tentativi di ripristino durante gli anni Venti, il gold standard fu definitivamente abbandonato nel 1931, quando ormai, «gli sforzi frenetici per proteggere il valore esterno della moneta come mezzo di commercio estero»[1] avevano già ricondotto i popoli ad un’economia di tipo autarchico. Questo è il quadro che favorì lo stabilirsi dei regimi totalitari del ventesimo secolo. C’è una differenza tra «la tattica fascista e le tendenze effimere che nei diversi Paesi si fusero ad essa»[2], soprattutto in Germania e in Italia dove tali movimenti riuscirono a prendere il potere perché sfruttarono a proprio vantaggio, anche in maniera piuttosto semplice, le tensioni di una società di mercato che si rifiutava di funzionare secondo le regole del mercato. In entrambi i casi, infatti, non venne intrapresa nessuna rivoluzione nei confronti dell’autorità precostituita. In Italia, la formazione di un governo di stampo fascista avvenne per mezzo e con la tacita approvazione delle autorità, che fingevano di essere state schiacciate dalla forza. In Germania, Hitler venne nominato cancelliere dal Presidente del Reich nel 1933 dopo aver vinto le elezioni. Diventa dunque importante, come sottolinea l’autore, capire quando è la situazione (economica e sociale) a dare origini ai movimenti, rendendo possibile, in maniera quasi spontanea, la scalata alle istituzioni democratiche nella speranza di un cambiamento sociale prima che economico, anziché immaginare, sbagliando, che sia la forza del movimento (in questo caso fascista) a creare certe situazioni. Le crescenti tensioni e rivolte degli ultimi due secoli sono i segnali di difesa della società da un sistema capace di annullare la sostanza umana e naturale dell’uomo. Le misure prese in atto tuttavia, che ostacolavano l’autoregolazione del mercato e disorganizzavano la vita industriale, misero in pericolo la società in un altro modo, forse ancor più grave. Polanyi interpreta così i grandi movimenti intrisi di demagogia anticapitalista che hanno segnato il destino e le coscienze del Novecento[3], accomunando il socialismo di stampo sovietico con i fascismi sorti un po’ ovunque nel mondo, cogliendo in questo modo le similitudini piuttosto che le differenze che erano all’origine del malcontento popolare attraverso il quale tali forze avevano preso il potere. Tra la fine della Grande Guerra, che rappresentava un conflitto di potenze scatenato dalla caduta di un sistema di equilibrio, e la crisi del 1929, i movimenti fascisti appariranno nei Paesi più disparati, dagli sconfitti ai vincitori, dai cattolici ai protestanti, dai nordici ai mediterranei, appartenenti a culture e tradizioni diverse, ma tutti accomunati dall’impeto del mercato autoregolato dell’ultimo secolo. Fu così che politiche autarchiche e fasciste non si formarono solo in Italia, ma anche in Bulgaria, in Giappone, in Portogallo, in Austria e in Ungheria, in alcuni movimenti di Finlandia e Norvegia, perfino in Inghilterra e negli Stati Uniti[4], fino al nazionalsocialismo[5] tedesco.Quello che potremmo definire, al plurale, l’avvento dei fascismi diventa dunque la soluzione vista dalle masse per sfuggire ai danni e allo smembramento sociale provocato dal capitalismo liberale, anche al caro costo di estirpare la libertà individuale e quelle forme di istituzioni democratiche presenti nel campo dell’industria, della politica e dell’economia, con il rischio concreto di annientare la stessa società. Resta ferma la condanna delle torture e delle barbarie che hanno scosso per circa un ventennio le popolazioni europee e mondiali sottoposte a una nuova forma di religione che negava la fratellanza dell’individuo e lo sottoponeva ad una «rieducazione e snaturalizzazione»[6], così da renderlo incapace di far parte in maniera piena e responsabile del corpo politico.

 

 

[1] Ivi, p. 35.

 

[2] Ivi, p. 300.

 

[3] Ivi, p. 299. L’autore, scrive che il fascismo può essere chiamato «mossa» piuttosto che «movimento», per indicarne la natura impersonale, i sintomi vaghi ed ambigui e la presenza latente in ogni comunità industriale dopo gli anni Trenta.

 

[4] In Inghilterra, il politico O. Mosley fu il fondatore, nel 1932, del partito British Union of Fascists, formazione politica di estrema destra che ebbe inizialmente una certa popolarità negli ambienti conservatori e anticomunisti inglese. Non meno note sono le simpatie di alcuni industriali americani dell’epoca, tra cui H. Ford, nei confronti del nazismo tedesco.

 

[5] Il termine nazismo è controverso in quanto reca in sé un’antitesi: alla sua origine il movimento era fatto da ideologie anticapitaliste e socialiste “non cooperative”, di tipo nazionalistico e autoritario.

 

 

[6] K. Polanyi, La grande trasformazionecit., p. 297. 

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