Archivio mensile:giugno 2012

Groupon e il mercato dei bidoni

Recentemente ho partecipato ad una riunione tra il manager del ristorante dove lavoro (proprietario di due ristoranti di medio alto livello a nord di Sydney) ed un “gruppo di acquisto collettivo” (vedi Groupon ed affini, che d’ora in avanti chiamerò GAC per comodità) abbastanza popolare in Australia. In pratica, lo scopo dell’iniziativa era quello di vendere su internet, tramite voucher, il menù degustazione del ristorante dove lavoro a meno della metà del prezzo à la carte, con l’obiettivo di attirare qualche nuovo cliente e farsi un po’ di pubblicità.

Quello che ho trovato interessante sta nei dettagli. Riporto brevemente alcuni numeri per comprendere meglio come funzionano i GAC . Se, ad esempio, il nostro menù degustazione ha come prezzo di listino 400 dollari (6 portate per due persone, con vini selezionati per ogni portata) sul GAC il prezzo “diventa” (si fa per dire) soltanto 179 dollari – alle stesse condizioni ma con uno sconto di oltre il 55%. Ma non finisce qui. La cifra pagata dal consumatore finale non corrisponde ai ricavi che intasca il ristoratore. Nel mio caso, grazie all’abilità di contrattare del mio manager (qua si vocifera perché è coreano), il 25% va al GAC e il restante 75% (finalmente!) spetta al ristoratore. Ricapitolando, il prezzo finale a cui il ristorante “vende” il suo menù degustazione è di 134,25 dollari a fronte di un prezzo à la carte di 400 dollari – lo sconto finale è quasi del 67%! – mica male per il consumatore finale! Per chiarezza, devo aggiungere che offerte di questo genere hanno una validità limitata nel tempo e solitamente si stabilisce un tetto massimo di voucher vendibili: nel nostro caso ipotizziamo 300. Si deduce facilmente che i ricavi per il ristoratore saranno di 40.275 dollari mentre quelli per il GAC saranno di 13.425 dollari. Se il ristorante dove lavoro vendesse 300 menù degustazione a prezzo pieno i ricavi sarebbero di 120.000 dollari.

Dove sono finiti parte dei ricavi e soprattutto dove vanno a finire i profitti? Qui entriamo nel merito della questione e nelle conseguenze che possono avere queste nuove “catene degli sconti” sui ristoranti.

Sicuramente parte dei profitti finiscono nei GAC, i cui costi (a parte la schiera di Senior Specialist Account, Senior Booking Account, Senior Business Specialist) si riducono grosso modo a quelli per la manutenzione del sito internet (il cuore in un business di questo genere) ed a quelli per la promozione, il marketing e la pubblicità. I GAC di fatto funzionano come un intermediario tra l’offerta di buon cibo (fatta dal ristorante dove lavoro) e la domanda di buon cibo (fatta dal generico consumatore) in un mercato polverizzato in tanti piccoli ristoratori e migliaia di potenziali clienti.

Un altro soggetto che (sembra) trarre beneficio immediato da tutta questa storia è indubbiamente il cliente che paga un menù degustazione ad un cifra enormemente inferiore rispetto a quella abituale.

Ma cosa succede al ristorante? Aprire un ristorante ma soprattutto riuscire a mantenerlo in funzione per lungo tempo non è cosa facile. L’investimento iniziale e i costi fissi sono notevoli, bisogna costantemente aggiornare il menù in base alle ultime tendenze, assicurare un servizio eccellente per i clienti regolari e continuare a promuovere la propria attività nella ricerca di nuovi consumatori. Colui che decide di aprire un’attività del genere, sicuramente lo fa per passione ma certamente anche per trarne un vantaggio economico che valga almeno il rischio che comporta. Il proprietario del ristorante dove lavoro ha alle sue dipendenze circa 10 persone (quasi tutte full-time) tra personale di sala e cucina. Una volta che io finisco il mio lavoro da cameriere, non devo pensare più nulla anche se ci sono i fornitori da pagare, le bollette che scadono, delle consegne errate da restituire, gli stipendi da versare, l’attività di promozione, ecc. ecc. ecc. Per i rischi e le asperità che ne conseguono presumo che il proprietario del ristorante dove lavoro abbia uno stipendio mensile maggiore del mio altrimenti non avrebbe molto senso prendersi la briga di aprire un’attività del genere (seppur con tutti i benefici immateriali che comporta – vedi la voce indipendenza) se facendo uno sforzo nettamente inferiore e rischiando praticamente quasi nulla (come fare il cameriere) è possibile guadagnare di più.

Ricapitolando, la conclusione è questa: la perdita del margine di profitto sulla vendita di 300 menù degustazione ad una cifra “simbolica” di 179 dollari anziché 400 deve essere in qualche modo compensata. Come? Nella stessa maniera descritta dal modello del “mercato dei bidoni” illustrato dall’economista George Akerlof in un articolo del 1970. Il mio manager, accettando l’offerta del GAC, è costretto a ridurre i costi partendo innanzitutto dalla qualità del cibo. Un menù degustazione pagato 179 dollari non varrà più 400 dollari ma molto di meno, probabilmente meno di 179 dollari, con conseguenze nefaste sull’immagine del ristorante e sulla qualità del servizio che viene offerto ai consumatori. Nel giro di poco tempo, come avviene nel mercato della auto usate in presenza di asimmetrie informative, il proprietario del ristorante dove lavoro sarà costretto a vendere cibo di pessima qualità, spacciando per un menù degustazione da 400 dollari un voucher da 179 dollari appena. Fortunatamente, il proprietario del ristorante dove lavoro ha deciso di non accettare l’offerta del GAC (ancora una volta mi dicono perché è coreano) e continuare a servire il menù degustazione alla cifra che ritiene più opportuna. Per chi non è disposto o semplicemente non può pagare quella cifra, abbiamo altro da offrire a dei prezzi alla portata di (quasi) tutti. E’ una strada in salita perché vuol dire non attirare nuova e facile clientela mediante i più popolari GAC, ma continuare a farsi pubblicità da soli, con i mezzi (certamente più limitati) che si hanno a disposizione, nella speranza che il cliente che viene da noi impari a riconoscere la differenza che c’è, rimanendo in tema, tra i bidoni e le auto usate in buono stato.

Noi immaginiamo di risparmiare e di “essere furbi” comprando voucher super scontati su un GAC. Per carità, può capitare che alcune volte sia effettivamente così, soprattutto per chi ha appena aperto un’attività e vuole farsi conoscere. Purtroppo però, non potrà andare avanti troppo a lungo in questo modo. Viceversa, sarà più probabile che quello che paghiamo corrisponde al valore di quello che ci viene offerto. La qualità, del resto, si è sempre pagata cara.

Un’ultima cosa: questo articolo non ha finalità promozionali, però se dopo questa lettura vi è venuta fame e vi interessa il menù degustazione del ristorante dove lavoro, l’indirizzo è 11 Hill St, Roseville, Australia.

l’ultimo europeo

Non riesco a prender sonno stanotte forse a causa del caffè delle sei forse a causa dei pensieri che si fanno più intensi. Penso al Mondo là fuori, ovunque esso sia, e mi viene voglia di fare qualunque cosa. Mi viene voglia di pensare di poter fare qualunque cosa. Di voler conoscere, di voler capire, senza porre limiti alla mia curiosità, senza porre limiti alla mia vita, senza rinchiudermi nell’abitudine o in un etichetta che mi dia delle sicurezze e una risposta certa alla domanda “cosa fai nelle vita?”. Senza sentire il peso dei potenti, senza sentirsi in soggezione di qualcuno o qualcosa, sempre disposto a interrogare e capire perché. Paragono gli equilibri casalinghi a quelli del pianeta. Sono l’ultimo europeo. 

Sydney Fish Market

Vagabondando tra il mercato del pesce di Sydney, mi sento un po’ come il flâneur di Edmund White. E’ affascinante come ogni altro mercato del pesce. Il pescatore che dipana la sua rete potrebbe essere a Genova, ad Hong Kong, a New Orleans come in ogni città di mare. Leggo la storia dei fratelli Bagnato, proveniente dalla Calabria negli anni ’60, che hanno fatto la storia di questo mercato, uno dei più importanti dell’Emisfero Sud. Riavvolgo velocemente i pensieri: Calabria – Emisfero Sud – anni 60′. Ma sono appena cinquant’anni fa! Che belle le storie degli altri. Scambio due chiacchere con Rasmus, un ragazzo danese che fin da subito vagabondava come me – e avrei scommesso che fosse danese. Me lo immagino confrontare il mercato del pesce di qui con quello che hanno lassù, mentre io faccio la stessa cosa con quello di Alghero magari, quello che conosco meglio. I pesci qua mi sembrano meno vivi, ma sono divertenti ugualmente da vedere. C’è una targa commemorativa sul muro di un molo, in onore di un certo Lo Surdo. Sorrido. Continuo a vagare osservando le persone mangiare di gusto qualsiasi genere di crostaceo – pesce – quant’altro. Tre cinesi mi fanno vedere dal loro cannocchiale Venere passare sopra il Sole. E’ un piccolo puntino nero che dovrà aspettare altri centocinque anni prima di fare lo stesso tragitto. Sono soddisfatto. Osservo i muri e i pavimenti delle case sopra il promontorio di Pirymont, e penso che magari sono le prime case ad essere state costruite qui: 1877, 1901, 1922. Questi sono alcune date che portano sopra il frontespizio dell’ingresso. Ricordano le costruzioni inglesi dei lavoratori delle fabbriche, ma qualcuno ha il gusto della villetta a schiera italiana. Mi piacciono. Alcuni sono abbandonate, altre sono sistemate mantenendo intatto il loro stile. Una lapide rende onore ai militari morti duranti la prima guerra mondiale. Non trovo cognomi italiani. I numeri romani sul lato dello scafo di una nave militare, a segnare la profondità presumo – o qualcosa del genere – mi fanno apprezzare la cultura latina di cui sono figlio. Mi ronza per la testa Fuck the British Armi e Walk on The Wild Side. All’uscita, gabbiani, pellicani e corvi svolazzano intorno alle barche appena arrivate. Preferisco i corvi, perché sono pochi, lucidi e scaltri.

Degrado e vitalità racchiuse nello stesso piccolo posto, parallelamente agli alberghi di lusso e gli homeless di fronte alle receptions. E quando cammino per questi luoghi, la mia voglia di tornare si affievolisce sempre di più ed è sopraffatta dalla mia curiosità. Cerco di sentire quello che hanno provato i primi uomini sbarcati qui, quello che può aver provato Colombo o qualsiasi altro viaggiatore, partito con una nave fatta di legno e ferro, con provviste limitate e senza una meta ben precisa, mettendo come posta in gioco la più alta possibile: la propria vita. Il coraggio di queste persone che hanno tracciato, nel bene e nel male, la Storia, non ha pari rispetto al nostro. Inseguivano un’idea, un concetto, un luogo immaginario, solcando il mare a perdita d’occhio.

Adesso devo scappare, sta suonando l’allarme antincendio e stanno evacuando il grattacielo. Che palle. Magari è la volta buona che si accorgeranno che siamo almeno il doppio a vivere qua dentro!

buongiorno Italia

Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto?

Come abbiamo fatto a scollarci così tanto dalla realtà, senza nemmeno accorgercene?

Proviamo a guardarci intorno, a guardare quella sveglia da due soldi che abbiamo sopra il comodino, guardiamo lo spazzolino con cui ci laviamo i denti, il contenitore dentro cui scongeliamo il pollo per cena … da dove provengono questi oggetti, di cui siamo i primi, in un modo o nell’altro, e con tanta solerzia, a promuoverne l’acquisto rinchiusi nei nostri uffici di Marketing?

Come faccio a fare una presentazione in Power Point su quanto è strafigo l’ultimo modello di rasoio, di bilancia, di accendino, di pantaloni, di magliette, di vestiti, di pneumatici, di orologi con tanta disinvoltura senza sapere nemmeno da dove vengono, come vengono prodotti, come vengono assemblati, da chi vengono fatti, con quale materiale? Come faccio ad essere indifferente a tutto questo, a percepirlo così distante, così lontano, come se fosse normale?

Come se tutte queste cose che rappresentano il mio quotidiano, le mie mutande, il telecomando con cui cambio canale la sera spuntassero dagli scaffali del supermercato come funghi, dal giorno alla notte, crescessero dal terreno come gli alberi le piante. Cosa cazzo c’avevo per la testa mentre permettevo che tutto questo accadesse?

No, caro mio, non funzionano così le cose. Quel gadget che mi ha tanto divertito in occasione delle ultime Olimpiadi, oppure durante l’ultima cena di Natale aziendale, ha viaggiato per 10.000 km prima di arrivare nelle tue mani. Ci stanno dietro due anni di progettazione, tavole su tavole di AutoCAD, riunioni a cadenza mensile, scambio vorticoso di email, migliaia di file in ppt e xls, qualche volo in mete lontane, stage sottopagati, produzione in una fabbrica di plastiche nella regione del Jiangxi, trasporto in camion fino al porto di Hong Kong, imbarco su una nave cargo, scalo tecnico al porto di Singapore, altro scalo a Chennai per l’assemblaggio e gli ultimi ritocchi, tragitto verso il Golfo di Aden e il Canale di Suez, fino al porto di Genova. Solo dopodiché, posso dire che spunta come un fungo, nello scaffale del mio supermercato di fiducia sotto casa.

Questo è quel misero gadget che tengo tra le mani, che hanno toccato centinaia di mani, che ha fatto un viaggio che per un uomo sarebbe mortale e distruttivo, che dovrebbe rallegrarmi durante la cena di Natale offerta dall’azienda per cui lavoro, per ricordarmi quanto sono fortunato a vivere nell’altra metà del cielo, di fare parte della schiera di coloro che promuovono quel gadget senza sapere perché, senza domandarsi da dove viene, senza sapere come viene prodotto – ma ancora di più, senza porsi il minimo dubbio su come viene prodotto. E la sera, mentre ritorno a casa dopo aver bevuto un po’ troppo, dopo aver riposto il mio gadget nella borsa, mentre passeggio contento e felice nella mia beata ignoranza di chi ignora come funzionano le cose, arrivo di fronte al portone di casa, e mentre cerco le chiavi estraggo il mio gadget, e mi accorgo che accidentalmente nel tragitto si è già rotto. Lo guardo, è brutto, è fatto male, non mi trasmette nulla, non ha un’anima e adesso è pure rotto. Prima di salire, provo a centrare con il mio gadget il bidone là vicino, per sentirmi almeno quella sera come Michael Jordan. Non centro il bersaglio, e sono troppo stanco, sbronzo e stupido per fare quattro metri e raccattarlo per buttarlo dentro il cestino. “Tanto, guarda quanta immondizia c’è qua attorno. E io, che mi faccio il culo tutto il giorno nel mio ufficio a mandare email, a fare riunioni, a promuovere il mio gadget”. Questo è quello che penso prima di salire senza voltarmi indietro. Questo è la storia del mio gadget, che dopo migliaia di soldi spesi per la realizzazione in quantità industriale, ore di lavoro e sofferenze, peregrinazioni in giro per il mondo, esaurisce la sua utilità in una sera, per soddisfare la mia percezione distorta del mondo.

E allora al diavolo la cena aziendale, al diavolo la cultura aziendale, al diavolo l’aggregazione forzata e l’elemosina. Tenetevi pure il vostro gadget, a me  non interessa: io ho voglia di sapere, ho sete di conoscenza, dovete dirmi da dove viene, chi lo produce, tutto quello che ci sta dietro e mi nascondente abbagliandomi con mille luci artificiali. Io voglio svegliarmi dal mio torpore.

Quando abbiamo permesso di delegare così tanto, e così tanto in fretta, in maniera così sconsiderata? Quando abbiamo smesso di guardare al “made in” del contenitore, rivolgendo il nostro sguardo solo al contenuto?

Quando abbiamo sacrificato la nostra coscienza, i nostri valori, i nostri ideali per accontentarci di un misero stupido gadget. Abbiamo rinunciato a trascendere noi stessi, abbiamo soffocato la nostra voglia di spiritualità, sostituendola con una domanda sempre maggiore, pressante, spropositata, convulsa, di oggetti inutili. E con la nostra domanda, continuiamo ad alimentare quest’offerta mostruosa.