buongiorno Italia

Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto?

Come abbiamo fatto a scollarci così tanto dalla realtà, senza nemmeno accorgercene?

Proviamo a guardarci intorno, a guardare quella sveglia da due soldi che abbiamo sopra il comodino, guardiamo lo spazzolino con cui ci laviamo i denti, il contenitore dentro cui scongeliamo il pollo per cena … da dove provengono questi oggetti, di cui siamo i primi, in un modo o nell’altro, e con tanta solerzia, a promuoverne l’acquisto rinchiusi nei nostri uffici di Marketing?

Come faccio a fare una presentazione in Power Point su quanto è strafigo l’ultimo modello di rasoio, di bilancia, di accendino, di pantaloni, di magliette, di vestiti, di pneumatici, di orologi con tanta disinvoltura senza sapere nemmeno da dove vengono, come vengono prodotti, come vengono assemblati, da chi vengono fatti, con quale materiale? Come faccio ad essere indifferente a tutto questo, a percepirlo così distante, così lontano, come se fosse normale?

Come se tutte queste cose che rappresentano il mio quotidiano, le mie mutande, il telecomando con cui cambio canale la sera spuntassero dagli scaffali del supermercato come funghi, dal giorno alla notte, crescessero dal terreno come gli alberi le piante. Cosa cazzo c’avevo per la testa mentre permettevo che tutto questo accadesse?

No, caro mio, non funzionano così le cose. Quel gadget che mi ha tanto divertito in occasione delle ultime Olimpiadi, oppure durante l’ultima cena di Natale aziendale, ha viaggiato per 10.000 km prima di arrivare nelle tue mani. Ci stanno dietro due anni di progettazione, tavole su tavole di AutoCAD, riunioni a cadenza mensile, scambio vorticoso di email, migliaia di file in ppt e xls, qualche volo in mete lontane, stage sottopagati, produzione in una fabbrica di plastiche nella regione del Jiangxi, trasporto in camion fino al porto di Hong Kong, imbarco su una nave cargo, scalo tecnico al porto di Singapore, altro scalo a Chennai per l’assemblaggio e gli ultimi ritocchi, tragitto verso il Golfo di Aden e il Canale di Suez, fino al porto di Genova. Solo dopodiché, posso dire che spunta come un fungo, nello scaffale del mio supermercato di fiducia sotto casa.

Questo è quel misero gadget che tengo tra le mani, che hanno toccato centinaia di mani, che ha fatto un viaggio che per un uomo sarebbe mortale e distruttivo, che dovrebbe rallegrarmi durante la cena di Natale offerta dall’azienda per cui lavoro, per ricordarmi quanto sono fortunato a vivere nell’altra metà del cielo, di fare parte della schiera di coloro che promuovono quel gadget senza sapere perché, senza domandarsi da dove viene, senza sapere come viene prodotto – ma ancora di più, senza porsi il minimo dubbio su come viene prodotto. E la sera, mentre ritorno a casa dopo aver bevuto un po’ troppo, dopo aver riposto il mio gadget nella borsa, mentre passeggio contento e felice nella mia beata ignoranza di chi ignora come funzionano le cose, arrivo di fronte al portone di casa, e mentre cerco le chiavi estraggo il mio gadget, e mi accorgo che accidentalmente nel tragitto si è già rotto. Lo guardo, è brutto, è fatto male, non mi trasmette nulla, non ha un’anima e adesso è pure rotto. Prima di salire, provo a centrare con il mio gadget il bidone là vicino, per sentirmi almeno quella sera come Michael Jordan. Non centro il bersaglio, e sono troppo stanco, sbronzo e stupido per fare quattro metri e raccattarlo per buttarlo dentro il cestino. “Tanto, guarda quanta immondizia c’è qua attorno. E io, che mi faccio il culo tutto il giorno nel mio ufficio a mandare email, a fare riunioni, a promuovere il mio gadget”. Questo è quello che penso prima di salire senza voltarmi indietro. Questo è la storia del mio gadget, che dopo migliaia di soldi spesi per la realizzazione in quantità industriale, ore di lavoro e sofferenze, peregrinazioni in giro per il mondo, esaurisce la sua utilità in una sera, per soddisfare la mia percezione distorta del mondo.

E allora al diavolo la cena aziendale, al diavolo la cultura aziendale, al diavolo l’aggregazione forzata e l’elemosina. Tenetevi pure il vostro gadget, a me  non interessa: io ho voglia di sapere, ho sete di conoscenza, dovete dirmi da dove viene, chi lo produce, tutto quello che ci sta dietro e mi nascondente abbagliandomi con mille luci artificiali. Io voglio svegliarmi dal mio torpore.

Quando abbiamo permesso di delegare così tanto, e così tanto in fretta, in maniera così sconsiderata? Quando abbiamo smesso di guardare al “made in” del contenitore, rivolgendo il nostro sguardo solo al contenuto?

Quando abbiamo sacrificato la nostra coscienza, i nostri valori, i nostri ideali per accontentarci di un misero stupido gadget. Abbiamo rinunciato a trascendere noi stessi, abbiamo soffocato la nostra voglia di spiritualità, sostituendola con una domanda sempre maggiore, pressante, spropositata, convulsa, di oggetti inutili. E con la nostra domanda, continuiamo ad alimentare quest’offerta mostruosa.

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One thought on “buongiorno Italia

  1. Lorenzo Olivotto ha detto:

    Come da promesse “social” ti allego un video di quelli fatti in buona sintesi ed efficacissimi! Sarà il 2012 ma un certo sistema secondo me sta per finire.. Un abbraccio dall’italia:

    L/

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