Sydney Fish Market

Vagabondando tra il mercato del pesce di Sydney, mi sento un po’ come il flâneur di Edmund White. E’ affascinante come ogni altro mercato del pesce. Il pescatore che dipana la sua rete potrebbe essere a Genova, ad Hong Kong, a New Orleans come in ogni città di mare. Leggo la storia dei fratelli Bagnato, proveniente dalla Calabria negli anni ’60, che hanno fatto la storia di questo mercato, uno dei più importanti dell’Emisfero Sud. Riavvolgo velocemente i pensieri: Calabria – Emisfero Sud – anni 60′. Ma sono appena cinquant’anni fa! Che belle le storie degli altri. Scambio due chiacchere con Rasmus, un ragazzo danese che fin da subito vagabondava come me – e avrei scommesso che fosse danese. Me lo immagino confrontare il mercato del pesce di qui con quello che hanno lassù, mentre io faccio la stessa cosa con quello di Alghero magari, quello che conosco meglio. I pesci qua mi sembrano meno vivi, ma sono divertenti ugualmente da vedere. C’è una targa commemorativa sul muro di un molo, in onore di un certo Lo Surdo. Sorrido. Continuo a vagare osservando le persone mangiare di gusto qualsiasi genere di crostaceo – pesce – quant’altro. Tre cinesi mi fanno vedere dal loro cannocchiale Venere passare sopra il Sole. E’ un piccolo puntino nero che dovrà aspettare altri centocinque anni prima di fare lo stesso tragitto. Sono soddisfatto. Osservo i muri e i pavimenti delle case sopra il promontorio di Pirymont, e penso che magari sono le prime case ad essere state costruite qui: 1877, 1901, 1922. Questi sono alcune date che portano sopra il frontespizio dell’ingresso. Ricordano le costruzioni inglesi dei lavoratori delle fabbriche, ma qualcuno ha il gusto della villetta a schiera italiana. Mi piacciono. Alcuni sono abbandonate, altre sono sistemate mantenendo intatto il loro stile. Una lapide rende onore ai militari morti duranti la prima guerra mondiale. Non trovo cognomi italiani. I numeri romani sul lato dello scafo di una nave militare, a segnare la profondità presumo – o qualcosa del genere – mi fanno apprezzare la cultura latina di cui sono figlio. Mi ronza per la testa Fuck the British Armi e Walk on The Wild Side. All’uscita, gabbiani, pellicani e corvi svolazzano intorno alle barche appena arrivate. Preferisco i corvi, perché sono pochi, lucidi e scaltri.

Degrado e vitalità racchiuse nello stesso piccolo posto, parallelamente agli alberghi di lusso e gli homeless di fronte alle receptions. E quando cammino per questi luoghi, la mia voglia di tornare si affievolisce sempre di più ed è sopraffatta dalla mia curiosità. Cerco di sentire quello che hanno provato i primi uomini sbarcati qui, quello che può aver provato Colombo o qualsiasi altro viaggiatore, partito con una nave fatta di legno e ferro, con provviste limitate e senza una meta ben precisa, mettendo come posta in gioco la più alta possibile: la propria vita. Il coraggio di queste persone che hanno tracciato, nel bene e nel male, la Storia, non ha pari rispetto al nostro. Inseguivano un’idea, un concetto, un luogo immaginario, solcando il mare a perdita d’occhio.

Adesso devo scappare, sta suonando l’allarme antincendio e stanno evacuando il grattacielo. Che palle. Magari è la volta buona che si accorgeranno che siamo almeno il doppio a vivere qua dentro!

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