Archivio mensile:luglio 2012

mi sono innamorato

Mi sono innamorato di Wellington. E’ successo per caso, inaspettatamente, e l’ho capito dal primo momento che sono sceso dall’autobus alla stazione centrale, che è piccola e niente di speciale, ma ho subito pensato: Italia, Europa. E’ un amore di vecchia data il mio, che mi rimanda a ciò a cui tengo, questa è Wellington, chiamata dai suoi abitanti anche Welly o Windy, per il forte vento di alcuni giorni. E’ una città piccola ma internazionale, con le dimensioni delle città europee, strade strette, locali non troppo grandi, tutti caratterizzati da qualcosa di diverso che li rende unici, orari come i nostri.

Sono rimasto affascinato dal Cuba Mall, la strada pedonale nel cuore della città, con i suoi vecchi edifici, in stile coloniale e un po’ decadenti, i suoi café, i suoi negozi di abiti usati o ricercati. E’ una città con una forte influenza sud e mitteleuropea, con qualcosa di british. Si trovano costruzioni neoclassiche e vittoriane, in stile fascista, di art déco, liberty e grattacieli di vetro, tutto formato da poco più di 150.000 abitanti, meno di mezzo milione contando l’area metropolitana. Tanti sono i locali francesi. Tanti sono i teatri, cinema, festival. Il waterfront è moderno e curato, ricco di spazi espositivi, musei gratuiti, attrazioni per i turisti ma anche per chi vive qui. 

Passiamo la serata al Mighty Mighty, dove suona un gruppo neozelandese di Dunedin, i Bluenesses. Il posto è piccolo e affascinante, e a fine serata conosciamo praticamente tutti, compresa la band. Sanno cos’è un negroni, e il gin è Tanqueray, ne approfitto. Il giorno dopo raggiungo l’aeroporto col bus in 15 minuti. Si trova in una rada racchiusa dal mare in due estremità. Le case sulle colline intorno alla città mi ricordano i Paesi mediterranei. Anche se inverno il clima è gradevole. I voli internazionali sono quasi tutti verso l’Australia (Sydney, Brisbane, Melbourne) oppure verso qualche minuscola isola esotica più a est, nell’oceano Pacifico. Non c’è altro modo di lasciare la Nuova Zelanda, bisogna passare per forza dall’Australia per andare altrove.

Mi rendo conto anche da questo di quanto è isolata. Ma la tentazione è forte, comunque. In uno dei ristoranti italiani più rinomati della città è esposto un cartello: “Experienced wait staff requiered”.   

destinazione paradiso?

Sabato mattina nella downtown di Auckland non c’era nessuno e la città’ ci appariva deserta. La Sky Tower di Auckland era avvolta nella nebbia tanto fitta che non ne vedevamo la parte finale, sono forse a Milano? E’ la più’ alta dell’emisfero australe, 328 metri a detta di guida. Subito mi viene in mente Kuala Lampur con le sue torri gemelle… non e’ forse sotto l’equatore? Doesn’t matter for the moment. Nel Paese in cui hanno inventato il bungee jumping ce n’e’ uno proprio sotto la torre e un’altro più’ piccolo a pochi passi.

Sotto la Sky Tower e’ pieno di poliziotti in divisa questa mattina e la strada verso il Convetion Center e’ bloccata da entrambi i lati. Scatto qualche foto e chiedo informazioni in giro. C’e’ una protesta in corso contro il governo, nella persona del primo ministro John Key, che ha lavorato tra l’altro per Merrill Lynch. Mi dicono, ma non so quanto sia vero, che sta firmando importanti accordi con multinazionali americane per consentire ricerche minerarie a nord dell’isola. Adesso capisco la scritta “no mining”, scolpita a caratteri cubitali sul versante di una montagna, che abbiamo attraversato qualche giorno dopo nei pressi di Kaitaia. Scopro anche che nel 2009 il PIL della Nuova Zelanda si e’ ridotto dell’1% e c’e’ una forte disoccupazione tuttora, con una popolazione nell’isola a nord (dove ci troviamo) di circa 3 milioni e mezzo di persone (soltanto). Con l’isola a sud,  più grande, fredda e deserta, fanno quasi 4 milioni e mezzo in tutto. That’s it. Non e’ il paradiso, come ci viene descritto e forse come ci piace pensarlo. Dobbiamo aggiornarci. Qui, di fatto, non producono nulla. No tecnologie, no case automobilistiche, no industrie della moda, no grandi companies come in Europa o negli States o in Cina o Korea o Giappone. Niente di tutto questo. Controllo la tazza di porcellana in cui bevo un cappuccino: made in Italy. Il terzo giorno e’ made in China. Mi rendo conto che qui producono solo il necessario, il resto e’ importato. C’e’ bisogno innanzitutto di cibo, tanto pesce, mucche (più’ che pecore finora) un po’ ovunque lungo le pendici delle colline, quasi in libertà. Cuoio, lana, carne e latte, ma anche frutta e ortaggi.

Quando si dice che la Nuova Zelanda somigli all’Italia si ha ragione, in parte. I declivi a volte brulli e dediti al pascolo altre volte ricchi di alberi e vegetazione mi ricordano casa. Se non fosse per le case, di fattezze temporanea e anglosassone, il paesaggio sarebbe quasi come quello italiano. Ma la foresta che attraversiamo con la macchina e’ piu’ tropicale, ci sono palme e felci alte come alberi che non ho mai visto altrove e mi ricordano i designi delle piante preistoriche nei libri di scuola. Hanno dei colori intensi e sono fitte l’un l’altra tanto che mi aspetto che da un momento all’altro la nostra city car venga risucchiata. La terra e’ diversa. Roccia scura e lavica, liscia lungo le coste e più’ frastagliata nell’interno. Quando arriviamo a nord, a causa della pioggia, dobbiamo fermarci a Kaitaia, “una città di provincia dove nessuno si ferma se non per fare rifornimento di cibo e benzina”, come la descrive la guida. Parliamo di oltre 5,000 persone, che non sono poche se penso ai nostri piccoli centri. Mi rendo conto che qui, i piccoli centri, sono di frontiera. 5:30 del pomeriggio, nessuno in giro come se ci fosse il coprifuoco, quasi tutto chiuso.

Mi ricredo anche sulla maggiore integrazione dei maori, il popolo che era qui prima “kiwi”, rispetto agli aborigeni australiani. La prima impressione arrivato ad Auckland era stata positiva. Indicazioni linguistiche in maori ed inglese quasi ovunque, orgoglio maori anche per i discendenti degli  europei, nomi delle vie e delle località solo in maori (Pakaraka, Taupo, Rotorua, Takapuna, Puketona, Whangarei, e cosi’ via, con qualche eccezione importante pero’: Wellington, Auckland, Cambridge, Hamilton, tutte medio-grandi città’). Più a nord, e nel centro dell’Isola, ti accorgi che i discendenti dei maori sono di più e hanno una vita più dura. L’alcol, che era proibito, ha modificato profondamente la loro cultura ed e’ fonte di problemi anche qui. Basta entrare in un pub per accorgersene. Forse non e’ lo meno di un pub inglese in Inghilterra, questo non lo so.

Trascorriamo la notte in un motel, come nella migliore sceneggiatura di un film di David Lynch. L’incidente del giorno dopo, di cui non sono responsabile e che per fortuna non ha avuto ne conseguenze fisiche (per noi e per gli altri) ne conseguenze economiche (per noi) inizia a farmi venire seri dubbi sulla scelta del mio compagno di viaggio. Improvvisamente ci ritroviamo in un campo di olivi, piantati da poco, per fortuna incolumi e senza mucche o allagamenti intorno, come quanti ne abbiamo incontrato in questi giorni un po’ ovunque. In serata siamo riusciti a tornare ad Auckland. Riguardo all’accaduto, le differenze culturali tra me e l’Asia si fanno sentire forti e nette. Non riesco ad aggiungere altro, per ora. Durante il rientro, non dimenticherò facilmente il giovane maori vestito come un rapper (con tattoo e piercing annessi) che leggeva la Bibbia (la Genesi per la precisione). Io non ho mai letto la Bibbia, se non qualche passaggio, anche se ci ho provato. Maori + Hip pop + Bibbia = globalizzazione? Non saprei, anche San Paolo del resto e’ nato in Turchia e ne celebriamo la gloria in tante basiliche romane. Nel country side neozelandese la fede mi sembra importante. Piccole chiese con cimiteri sconquassati sorgono un po’ ovunque, a volte ricavate in capannoni industriali, in cui l’unico segno riconoscibile dall’esterno e’ una croce. In una di queste, che sembra più un circolo pubblico che una chiesa per come ce la immaginiamo, e’ in corso una funzione, si canta. Penso all’America. Capisco l’importanza vitale che può avere la fede in dei posti cosi’ lontani e isolati come questo. Ci sono tanti piccolissimi e curiosi musei che espongono attrezzi rurali, argenteria d’epoca, oggetti strani e curiosi (tipo un’ancora del 1789, forse quella di capitan Cook?). Alcune annotazioni: gli italiani hanno aperto ristoranti o caffè ovunque, e il cappuccino (assieme a degli spaghetti in lattina) posso permetterlo anche qui. Tanti dettagli mi sono sfuggiti di mente, uno dei tanti lo ricordo guardando fuori dal finestrino: alpaca. Alpaca in Nuova Zelanda.

Ormai abbiamo buttato i nostri problemi alle spalle, o almeno spero. Proseguiamo per il nostro viaggio verso Taupo in autobus, tra la pioggia e i campi (ma a volte anche le strade) allagati. Per domani abbiamo prenotato bungee jumping, ma non sono sicuro di volerlo fare dopo tutto quello che ci e’ capitato. Sara’ l’emblema di questo genere di vacanza, forse per capire finalmente che non e’ il genere di viaggio che fa per me. Da qui stranamente sento la mancanza di Sydney, e ancor più forte la mancanza dell’Italia, apprezzando da lontano tutto quello che abbiamo e di cui non sono stato grato abbastanza. Qualcuno mi ha ricordato che, come Ulisse, bisogna far si che il viaggio sia lungo e insidioso prima di poter tornare ad Itaca. E finalmente, quando sara’ arrivato quel momento, sarò forte e determinato come non mai.

dalla casa

Giorni turbolenti. Tutto è cominciato ieri sera, con un Bastille Day infernale al ristorante francese. Il menù da sette portate lo sognavo anche stanotte, insieme al campanello della cucina e al numero dei tavoli. C’è stato un momento in cui non ho capito più nulla, non pensavo ma seguivo il flusso e basta. 

Al rientro c’era movimento nell’appartamento. Il coreano era tornato all’ovile, dopo giorni di assenza, ed era l’unico che dormiva come un agnellino. Il giapponese era nel letto ma sveglio, con il suo iPhone. “Usciamo?”, no grazie. L’egiziano è abituato ai turni di notte durante la settimana, quindi non riesce a dormire la notte nel weekend. Era sveglio, doccia e via giù per le strade della città, particolarmente in delirio ieri sera (saranno stati tutti francesi?). La temperatura era di 20° gradi ieri sera, e lo chiamano inverno.

Al rientro del secondo coreano, scopriamo che l’indonesiano ci ha piantato e non dorme più nel salotto. “Chi c’è dietro la tenda adesso?”, domando. La thailandese, che ho battezzato Tom perché è sempre in coppia con la sorella,  Jerry, che vive nel balcone (pardon, loro la chiamano sunny room) insieme al secondo giapponese nonché ragazzo. “C’è uno nuovo nella camera da tre”. “Ah si? Bè, io vado a letto”. 

Risveglio. Sono le 8:50. Si parla di barbecue sulla spiaggia, a Bondi Beach. Alle 9:30. Bene, ho tutto il tempo prepararmi, a stasera. Naaa, 9:30 am. Il coreano è in fermento, il giapponese è quasi pronto. Mi affaccio nella lounge room. C’è un tipo che dorme per terra. “No, non è Tom” penso, “troppi peli nelle gambe”. Sarà quello nuovo. Nella stanza affianco si russa la notte. Il thailandese superstite cucina granchi giganti impanati, as usual. Ormai mi sono abituato al fritto presto.

Per me è l’ora di cenare. 

 

Il mio collega

Il mio collega non si merita la mia compassione. Nessuno se la merita. Mi ricorda quanto siamo fortunati noi europei, come ci definisce lui (e come ci definiscono qui), senza (a volte) saperlo, senza (spesso) apprezzarlo. Non so quanti anni abbia il mio collega, so solo che ne dimostra sicuramente di più di quanti ne ha, forse per tutto quello che ha passato. Come quanto un militare indiano gli ha puntato un fucile alla tempia, nello Sri Lanka. Il mio collega mi ricorda quanto siamo fortunati. Ha lasciato il suo Paese a causa della guerra tra tamil e cingalesi. Non so nulla di fazioni o diverse etnie, so solo che il mio collega ha lasciato il suo Paese e vissuto per dodici anni a Riad. Quando me l’ha detto, non ricordavo (o meglio non sapevo) nemmeno dove fosse. Il mio collega mi fa sentire piccolo piccolo in questo mondo. Ha vissuto quattro anni in Italia, era in Sicilia durante le stragi di Falcone e Borsellino. Non gli abbiamo rinnovato il permesso di soggiorno ed è venuto in Australia, dove vive da quasi diciassette anni. E’ cittadino australiano, e mi parla con emozione del suo passaporto con su un canguro ed un emù con cui può andare (quasi) ovunque senza richiedere il visto. Toccare terra legalmente. E mi ricorda quanto siamo fortunati ad essere nati nell’altra metà del cielo, quella “giusta”. Il mio collega fa da dieci anni il lavapiatti nel ristorante dove lavoro come cameriere da cinque mesi. Dieci anni, tutto i giorni, escluso Natale. Il mio collega parla inglese e si è risposato due anni fa, e mi ha chiesto se stamattina gli facevo delle foto con sua moglie, da mostrare all’ufficio immigrazione come prova che sono effettivamente marito e moglie. Lei non ha ancora il passaporto australiano, non ha nemmeno la residenza permanente ed è qui solo da un anno. Stamattina mi sono alzato presto, ho preso il treno e sono andato a casa del mio collega, a quaranta minuti dal centro di Sydney, e mentre il treno attraversava una distesa di case tutte uguali, ad un piano, mi sono ricordato quanto sono fortunato. C’era la nebbia stamattina. Alcune case sembravano nuove, fatte bene, altre sembravano vecchie e abbandonate, anche se qualcuno ci viveva. Tutte con il giardino fuori. Percepivo il mio sguardo sul giardino (curato, sporco, bello, brutto) come un’intrusione dentro casa. Era il suo prolungamento. Lo stile delle case è quasi tutto inglese. Mi immaginavo come sarebbe questo posto se fossero arrivati prima i francesi, gli italiani o gli indiani. Palazzine e tempi indù. Forse lo è diventato lo stesso, almeno per come l’ho visto oggi. La casa del mio collega casca a pezzi ed è un’accozzaglia di cose che sembrano raccattate per strada. Il televisore è un soprammobile che funziona, che si copre con un lenzuolo ricamato quando non si usa. Ho iniziato a scattare le foto. Nel giardino sul retro c’è una cabina con un gabinetto dentro. Non son sicuro che la signora nelle foto sia la moglie del mio collega. Sono freddi l’un l’altro e si mettono in posa. Poi penso da dove vengono, e magari capisco che forse da loro le cose vanno così. Proviamo diverse pose, vicino al tavolo di cucina, nel dondolo in giardino, davanti a un cespuglio di rose o ad una stella di natale. La moglie del mio collega mi ha offerto del tè, ma mi sono dimenticato che qui usa con il latte dentro. Ho assaggiato del cibo che mi hanno offerto. Piccante. La moglie del mio collega non parla inglese, ed ha chiesto al mio collega se sono sposato. E’ una domanda che mi ha fatto ridere. Per le foto indossa due vestiti tradizionali, uno rosa e l’altro celeste. Siamo andati nel tempio indù a fare altri scatti. Un capannone lungo la superstrada con dei decori sul tetto in stile induista, eretto nel 1997 ma con lo stesso stile dei tempi di anni e anni e anni fa. Ho pensato alla chiesta greco-ortodossa di Newtown. Già le parole greco-ortodosso e Newtown accozzano. Di fronte al tempio bisogna togliersi le scarpe già nel marciapiede. Abbiamo scattato qualche foto fuori. Bambini e adulti tutti così diversi da me. A fianco stanno costruendo un parcheggio dove c’erano i tipici handyman australiani in tuta giallo e arancione fosforescenti. Indifferenti. Dentro non si possono scattare foto. Entriamo. Si sta meglio che fuori, e il mio collega inizia a roteare intorno a piccoli mausolei e a sdraiarsi qua è là. Non riesco a stargli dietro, penso che il suo sia un percorso obbligato che una volta entrato, devi fare per forza. In un angolo c’è una specie di ufficio informazioni/bar che vende frutta e da informazioni. Usciamo dal tempio e scattiamo altre foto fuori. “Ti succederà qualcosa di bello perché oggi sei stato dentro il tempio”, mi dice il mio collega. Ed aggiunge che un suo amico ha ottenuto la residenza permanente quanto è venuto al tempio. Spero che non mi accada nulla. Dobbiamo accompagnare la moglie al lavoro. Torniamo a casa, mi dice che deve cambiarsi con abiti australiani, maglietta e pantaloni. Arriviamo in un’industria dove confezionano parti di polli morti, quelli che poi io compro al supermercato e mi cucino per cena. La moglie del mio collega lavora lì, 6 ore al giorno. Non parla inglese, quando torna dal lavoro è stanca, vuole rimanere in Australia. Voglio tornare a Sydney anche se di fatto lo sono già. Il mio collega mi chiede cosa voglio mangiare per pranzo. Gli dico che non ho fame. Mi chiede dove voglio mangiare, e mentre mi accompagna alla stazione mi porta in un ristorante cinese. Ordino quello che ordina lui, la cosa meno cara. Per fortuna sanno che vuol dire gluten free. Mi racconta la sua vita e capisco che gli fa solo piacere pranzare insieme. Non c’è altro da aggiungere oggi.

Il mio collega non si lamenta mai. Le foto che ritraggono il mio collega, la sua casa, la signora che figura come la moglie del mio collega, un uomo che vive con loro, me, il giardino, il tempio, una signora fuori dal tempio, rimarranno per me, per il mio collega e per l’ufficio immigrazione. Incrociamo le dita, se è quello che la signora vuole, se è quello che vogliono, se sono felici. Vorrei sapere se quelli che si definiscono australiani sanno come vive il mio collega con il passaporto australiano. Invece so solo che noi ci lamentiamo sempre.