Il mio collega

Il mio collega non si merita la mia compassione. Nessuno se la merita. Mi ricorda quanto siamo fortunati noi europei, come ci definisce lui (e come ci definiscono qui), senza (a volte) saperlo, senza (spesso) apprezzarlo. Non so quanti anni abbia il mio collega, so solo che ne dimostra sicuramente di più di quanti ne ha, forse per tutto quello che ha passato. Come quanto un militare indiano gli ha puntato un fucile alla tempia, nello Sri Lanka. Il mio collega mi ricorda quanto siamo fortunati. Ha lasciato il suo Paese a causa della guerra tra tamil e cingalesi. Non so nulla di fazioni o diverse etnie, so solo che il mio collega ha lasciato il suo Paese e vissuto per dodici anni a Riad. Quando me l’ha detto, non ricordavo (o meglio non sapevo) nemmeno dove fosse. Il mio collega mi fa sentire piccolo piccolo in questo mondo. Ha vissuto quattro anni in Italia, era in Sicilia durante le stragi di Falcone e Borsellino. Non gli abbiamo rinnovato il permesso di soggiorno ed è venuto in Australia, dove vive da quasi diciassette anni. E’ cittadino australiano, e mi parla con emozione del suo passaporto con su un canguro ed un emù con cui può andare (quasi) ovunque senza richiedere il visto. Toccare terra legalmente. E mi ricorda quanto siamo fortunati ad essere nati nell’altra metà del cielo, quella “giusta”. Il mio collega fa da dieci anni il lavapiatti nel ristorante dove lavoro come cameriere da cinque mesi. Dieci anni, tutto i giorni, escluso Natale. Il mio collega parla inglese e si è risposato due anni fa, e mi ha chiesto se stamattina gli facevo delle foto con sua moglie, da mostrare all’ufficio immigrazione come prova che sono effettivamente marito e moglie. Lei non ha ancora il passaporto australiano, non ha nemmeno la residenza permanente ed è qui solo da un anno. Stamattina mi sono alzato presto, ho preso il treno e sono andato a casa del mio collega, a quaranta minuti dal centro di Sydney, e mentre il treno attraversava una distesa di case tutte uguali, ad un piano, mi sono ricordato quanto sono fortunato. C’era la nebbia stamattina. Alcune case sembravano nuove, fatte bene, altre sembravano vecchie e abbandonate, anche se qualcuno ci viveva. Tutte con il giardino fuori. Percepivo il mio sguardo sul giardino (curato, sporco, bello, brutto) come un’intrusione dentro casa. Era il suo prolungamento. Lo stile delle case è quasi tutto inglese. Mi immaginavo come sarebbe questo posto se fossero arrivati prima i francesi, gli italiani o gli indiani. Palazzine e tempi indù. Forse lo è diventato lo stesso, almeno per come l’ho visto oggi. La casa del mio collega casca a pezzi ed è un’accozzaglia di cose che sembrano raccattate per strada. Il televisore è un soprammobile che funziona, che si copre con un lenzuolo ricamato quando non si usa. Ho iniziato a scattare le foto. Nel giardino sul retro c’è una cabina con un gabinetto dentro. Non son sicuro che la signora nelle foto sia la moglie del mio collega. Sono freddi l’un l’altro e si mettono in posa. Poi penso da dove vengono, e magari capisco che forse da loro le cose vanno così. Proviamo diverse pose, vicino al tavolo di cucina, nel dondolo in giardino, davanti a un cespuglio di rose o ad una stella di natale. La moglie del mio collega mi ha offerto del tè, ma mi sono dimenticato che qui usa con il latte dentro. Ho assaggiato del cibo che mi hanno offerto. Piccante. La moglie del mio collega non parla inglese, ed ha chiesto al mio collega se sono sposato. E’ una domanda che mi ha fatto ridere. Per le foto indossa due vestiti tradizionali, uno rosa e l’altro celeste. Siamo andati nel tempio indù a fare altri scatti. Un capannone lungo la superstrada con dei decori sul tetto in stile induista, eretto nel 1997 ma con lo stesso stile dei tempi di anni e anni e anni fa. Ho pensato alla chiesta greco-ortodossa di Newtown. Già le parole greco-ortodosso e Newtown accozzano. Di fronte al tempio bisogna togliersi le scarpe già nel marciapiede. Abbiamo scattato qualche foto fuori. Bambini e adulti tutti così diversi da me. A fianco stanno costruendo un parcheggio dove c’erano i tipici handyman australiani in tuta giallo e arancione fosforescenti. Indifferenti. Dentro non si possono scattare foto. Entriamo. Si sta meglio che fuori, e il mio collega inizia a roteare intorno a piccoli mausolei e a sdraiarsi qua è là. Non riesco a stargli dietro, penso che il suo sia un percorso obbligato che una volta entrato, devi fare per forza. In un angolo c’è una specie di ufficio informazioni/bar che vende frutta e da informazioni. Usciamo dal tempio e scattiamo altre foto fuori. “Ti succederà qualcosa di bello perché oggi sei stato dentro il tempio”, mi dice il mio collega. Ed aggiunge che un suo amico ha ottenuto la residenza permanente quanto è venuto al tempio. Spero che non mi accada nulla. Dobbiamo accompagnare la moglie al lavoro. Torniamo a casa, mi dice che deve cambiarsi con abiti australiani, maglietta e pantaloni. Arriviamo in un’industria dove confezionano parti di polli morti, quelli che poi io compro al supermercato e mi cucino per cena. La moglie del mio collega lavora lì, 6 ore al giorno. Non parla inglese, quando torna dal lavoro è stanca, vuole rimanere in Australia. Voglio tornare a Sydney anche se di fatto lo sono già. Il mio collega mi chiede cosa voglio mangiare per pranzo. Gli dico che non ho fame. Mi chiede dove voglio mangiare, e mentre mi accompagna alla stazione mi porta in un ristorante cinese. Ordino quello che ordina lui, la cosa meno cara. Per fortuna sanno che vuol dire gluten free. Mi racconta la sua vita e capisco che gli fa solo piacere pranzare insieme. Non c’è altro da aggiungere oggi.

Il mio collega non si lamenta mai. Le foto che ritraggono il mio collega, la sua casa, la signora che figura come la moglie del mio collega, un uomo che vive con loro, me, il giardino, il tempio, una signora fuori dal tempio, rimarranno per me, per il mio collega e per l’ufficio immigrazione. Incrociamo le dita, se è quello che la signora vuole, se è quello che vogliono, se sono felici. Vorrei sapere se quelli che si definiscono australiani sanno come vive il mio collega con il passaporto australiano. Invece so solo che noi ci lamentiamo sempre.

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