destinazione paradiso?

Sabato mattina nella downtown di Auckland non c’era nessuno e la città’ ci appariva deserta. La Sky Tower di Auckland era avvolta nella nebbia tanto fitta che non ne vedevamo la parte finale, sono forse a Milano? E’ la più’ alta dell’emisfero australe, 328 metri a detta di guida. Subito mi viene in mente Kuala Lampur con le sue torri gemelle… non e’ forse sotto l’equatore? Doesn’t matter for the moment. Nel Paese in cui hanno inventato il bungee jumping ce n’e’ uno proprio sotto la torre e un’altro più’ piccolo a pochi passi.

Sotto la Sky Tower e’ pieno di poliziotti in divisa questa mattina e la strada verso il Convetion Center e’ bloccata da entrambi i lati. Scatto qualche foto e chiedo informazioni in giro. C’e’ una protesta in corso contro il governo, nella persona del primo ministro John Key, che ha lavorato tra l’altro per Merrill Lynch. Mi dicono, ma non so quanto sia vero, che sta firmando importanti accordi con multinazionali americane per consentire ricerche minerarie a nord dell’isola. Adesso capisco la scritta “no mining”, scolpita a caratteri cubitali sul versante di una montagna, che abbiamo attraversato qualche giorno dopo nei pressi di Kaitaia. Scopro anche che nel 2009 il PIL della Nuova Zelanda si e’ ridotto dell’1% e c’e’ una forte disoccupazione tuttora, con una popolazione nell’isola a nord (dove ci troviamo) di circa 3 milioni e mezzo di persone (soltanto). Con l’isola a sud,  più grande, fredda e deserta, fanno quasi 4 milioni e mezzo in tutto. That’s it. Non e’ il paradiso, come ci viene descritto e forse come ci piace pensarlo. Dobbiamo aggiornarci. Qui, di fatto, non producono nulla. No tecnologie, no case automobilistiche, no industrie della moda, no grandi companies come in Europa o negli States o in Cina o Korea o Giappone. Niente di tutto questo. Controllo la tazza di porcellana in cui bevo un cappuccino: made in Italy. Il terzo giorno e’ made in China. Mi rendo conto che qui producono solo il necessario, il resto e’ importato. C’e’ bisogno innanzitutto di cibo, tanto pesce, mucche (più’ che pecore finora) un po’ ovunque lungo le pendici delle colline, quasi in libertà. Cuoio, lana, carne e latte, ma anche frutta e ortaggi.

Quando si dice che la Nuova Zelanda somigli all’Italia si ha ragione, in parte. I declivi a volte brulli e dediti al pascolo altre volte ricchi di alberi e vegetazione mi ricordano casa. Se non fosse per le case, di fattezze temporanea e anglosassone, il paesaggio sarebbe quasi come quello italiano. Ma la foresta che attraversiamo con la macchina e’ piu’ tropicale, ci sono palme e felci alte come alberi che non ho mai visto altrove e mi ricordano i designi delle piante preistoriche nei libri di scuola. Hanno dei colori intensi e sono fitte l’un l’altra tanto che mi aspetto che da un momento all’altro la nostra city car venga risucchiata. La terra e’ diversa. Roccia scura e lavica, liscia lungo le coste e più’ frastagliata nell’interno. Quando arriviamo a nord, a causa della pioggia, dobbiamo fermarci a Kaitaia, “una città di provincia dove nessuno si ferma se non per fare rifornimento di cibo e benzina”, come la descrive la guida. Parliamo di oltre 5,000 persone, che non sono poche se penso ai nostri piccoli centri. Mi rendo conto che qui, i piccoli centri, sono di frontiera. 5:30 del pomeriggio, nessuno in giro come se ci fosse il coprifuoco, quasi tutto chiuso.

Mi ricredo anche sulla maggiore integrazione dei maori, il popolo che era qui prima “kiwi”, rispetto agli aborigeni australiani. La prima impressione arrivato ad Auckland era stata positiva. Indicazioni linguistiche in maori ed inglese quasi ovunque, orgoglio maori anche per i discendenti degli  europei, nomi delle vie e delle località solo in maori (Pakaraka, Taupo, Rotorua, Takapuna, Puketona, Whangarei, e cosi’ via, con qualche eccezione importante pero’: Wellington, Auckland, Cambridge, Hamilton, tutte medio-grandi città’). Più a nord, e nel centro dell’Isola, ti accorgi che i discendenti dei maori sono di più e hanno una vita più dura. L’alcol, che era proibito, ha modificato profondamente la loro cultura ed e’ fonte di problemi anche qui. Basta entrare in un pub per accorgersene. Forse non e’ lo meno di un pub inglese in Inghilterra, questo non lo so.

Trascorriamo la notte in un motel, come nella migliore sceneggiatura di un film di David Lynch. L’incidente del giorno dopo, di cui non sono responsabile e che per fortuna non ha avuto ne conseguenze fisiche (per noi e per gli altri) ne conseguenze economiche (per noi) inizia a farmi venire seri dubbi sulla scelta del mio compagno di viaggio. Improvvisamente ci ritroviamo in un campo di olivi, piantati da poco, per fortuna incolumi e senza mucche o allagamenti intorno, come quanti ne abbiamo incontrato in questi giorni un po’ ovunque. In serata siamo riusciti a tornare ad Auckland. Riguardo all’accaduto, le differenze culturali tra me e l’Asia si fanno sentire forti e nette. Non riesco ad aggiungere altro, per ora. Durante il rientro, non dimenticherò facilmente il giovane maori vestito come un rapper (con tattoo e piercing annessi) che leggeva la Bibbia (la Genesi per la precisione). Io non ho mai letto la Bibbia, se non qualche passaggio, anche se ci ho provato. Maori + Hip pop + Bibbia = globalizzazione? Non saprei, anche San Paolo del resto e’ nato in Turchia e ne celebriamo la gloria in tante basiliche romane. Nel country side neozelandese la fede mi sembra importante. Piccole chiese con cimiteri sconquassati sorgono un po’ ovunque, a volte ricavate in capannoni industriali, in cui l’unico segno riconoscibile dall’esterno e’ una croce. In una di queste, che sembra più un circolo pubblico che una chiesa per come ce la immaginiamo, e’ in corso una funzione, si canta. Penso all’America. Capisco l’importanza vitale che può avere la fede in dei posti cosi’ lontani e isolati come questo. Ci sono tanti piccolissimi e curiosi musei che espongono attrezzi rurali, argenteria d’epoca, oggetti strani e curiosi (tipo un’ancora del 1789, forse quella di capitan Cook?). Alcune annotazioni: gli italiani hanno aperto ristoranti o caffè ovunque, e il cappuccino (assieme a degli spaghetti in lattina) posso permetterlo anche qui. Tanti dettagli mi sono sfuggiti di mente, uno dei tanti lo ricordo guardando fuori dal finestrino: alpaca. Alpaca in Nuova Zelanda.

Ormai abbiamo buttato i nostri problemi alle spalle, o almeno spero. Proseguiamo per il nostro viaggio verso Taupo in autobus, tra la pioggia e i campi (ma a volte anche le strade) allagati. Per domani abbiamo prenotato bungee jumping, ma non sono sicuro di volerlo fare dopo tutto quello che ci e’ capitato. Sara’ l’emblema di questo genere di vacanza, forse per capire finalmente che non e’ il genere di viaggio che fa per me. Da qui stranamente sento la mancanza di Sydney, e ancor più forte la mancanza dell’Italia, apprezzando da lontano tutto quello che abbiamo e di cui non sono stato grato abbastanza. Qualcuno mi ha ricordato che, come Ulisse, bisogna far si che il viaggio sia lungo e insidioso prima di poter tornare ad Itaca. E finalmente, quando sara’ arrivato quel momento, sarò forte e determinato come non mai.

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