mi sono innamorato

Mi sono innamorato di Wellington. E’ successo per caso, inaspettatamente, e l’ho capito dal primo momento che sono sceso dall’autobus alla stazione centrale, che è piccola e niente di speciale, ma ho subito pensato: Italia, Europa. E’ un amore di vecchia data il mio, che mi rimanda a ciò a cui tengo, questa è Wellington, chiamata dai suoi abitanti anche Welly o Windy, per il forte vento di alcuni giorni. E’ una città piccola ma internazionale, con le dimensioni delle città europee, strade strette, locali non troppo grandi, tutti caratterizzati da qualcosa di diverso che li rende unici, orari come i nostri.

Sono rimasto affascinato dal Cuba Mall, la strada pedonale nel cuore della città, con i suoi vecchi edifici, in stile coloniale e un po’ decadenti, i suoi café, i suoi negozi di abiti usati o ricercati. E’ una città con una forte influenza sud e mitteleuropea, con qualcosa di british. Si trovano costruzioni neoclassiche e vittoriane, in stile fascista, di art déco, liberty e grattacieli di vetro, tutto formato da poco più di 150.000 abitanti, meno di mezzo milione contando l’area metropolitana. Tanti sono i locali francesi. Tanti sono i teatri, cinema, festival. Il waterfront è moderno e curato, ricco di spazi espositivi, musei gratuiti, attrazioni per i turisti ma anche per chi vive qui. 

Passiamo la serata al Mighty Mighty, dove suona un gruppo neozelandese di Dunedin, i Bluenesses. Il posto è piccolo e affascinante, e a fine serata conosciamo praticamente tutti, compresa la band. Sanno cos’è un negroni, e il gin è Tanqueray, ne approfitto. Il giorno dopo raggiungo l’aeroporto col bus in 15 minuti. Si trova in una rada racchiusa dal mare in due estremità. Le case sulle colline intorno alla città mi ricordano i Paesi mediterranei. Anche se inverno il clima è gradevole. I voli internazionali sono quasi tutti verso l’Australia (Sydney, Brisbane, Melbourne) oppure verso qualche minuscola isola esotica più a est, nell’oceano Pacifico. Non c’è altro modo di lasciare la Nuova Zelanda, bisogna passare per forza dall’Australia per andare altrove.

Mi rendo conto anche da questo di quanto è isolata. Ma la tentazione è forte, comunque. In uno dei ristoranti italiani più rinomati della città è esposto un cartello: “Experienced wait staff requiered”.   

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