Archivio mensile:agosto 2012

Quando sei nato non puoi più nasconderti

Stasera ho focalizzato cosa significa essere un clandestino. Non è successo nulla in particolare, ma è come se avessi capito cosa si prova, e riuscissi per la prima volta ad esprimerlo a parole. L’ho capito perché è la stessa cosa che, anche se con delle differenze, provo io qui, temporaneamente regolare. 

Perché non posso stare qui più di un anno, quando c’è posto per tutti?

Espresso in maniera sintetica, nel posto dove lavoro sono contenti del mio operato, e non c’è nessuno australiano che vuole fare il mio lavoro, anche se a me piace.  

C’è un’altra domanda che devo pormi, più difficile: perché non sono stato in grado di fare la stessa scelta in Italia? E’ come un corto circuito: “da noi” il lavoro che noi non vogliamo fare lo fanno gli immigrati, in Australia il lavoro che gli australiani non vogliono fare lo facciamo noi. Funziona più o meno così, ovviamente con dei distinguo. 

In passato ho fatto degli errori di giudizio. Ammetterlo non è la soluzione, ma è un passo in più per guardare avanti. 

Il matrimonio perfetto

La thailandese e il giapponese che vivino in quella che definiscono sunny room (ma che ogni italiano – compreso il sottoscritto – definirebbe balcony) si sposano. E non manca molto. Lei è quella che gestisce il business degli appartamenti abusivi (oltre a studiare business – anche se non credo ne abbia bisogno – e lavorare sia come cameriera in un ristorante thailandese – ovviamente – sia come donna delle pulizie). Lui è quello che lavora come cameriere in un ristorante giapponese (ovviamente) e studia, anche lui,  business. Credo che in due non facciano cinquant’anni. E il bello è che mi hanno chiesto – a me, quello che vive da loro abusivamente, insieme ad altri quattro soltanto per il momento – di fargli da testimone. Penso che sia più che altro una cosa proforma, perché servono almeno due testimoni, ed uno sarà la sorella della sposa (anche lei vive con noi, nella living room, separata da quel che resta della sala per mezzo di una tenda). Già il fatto che viviamo tutti sotto lo stesso tesso – e si sposano – mi fa strano. Ma il fatto che mi abbiamo anche chiesto di fargli da testimone mi ha sorpreso ancor di più. La prima cosa che mi è venuta in mente è che potevano chiederlo a qualcuno che conoscevano da più di 5 minuti (sono passati appena 5 mesi da quando ci conosciamo). Poi ho iniziato a pensare a come fosse tutto così diverso rispetto a quello che mi immagino io, ma che ci immaginiamo noi (più che immaginarci, che è) riguardo al matrimonio. In Italia forse è vissuto più come un punto d’arrivo: bisogna metter su casa, acquistare i mobili, organizzare la cerimonia… insomma di acqua sotto i ponti ne passa. Per loro, più che altro, mi è parso un punto di partenza. Ho provato ad esporre le mie obiezioni/perplessità con gentilezza, derivanti più che altro per quello che io conosco – da italiano – sui matrimoni (all’italiana). E’ bastata una semplice risposta per farmi secco. “Ci amiamo, quindi ci sposiamo tra due settimane”. Non c’è nulla di strano e di più naturale, e dopo tutto la loro affermazione non fa una piega. Come dire che non importa se siamo un giapponese e una thailandese lontani da casa e con un futuro incerto in Australia, che vivono nel balcone di una casa nel frattempo subaffittata abusivamente a degli stranieri. Quando c’è l’amore il resto non conta. “Se sei libero la domenica mattina, potresti venirci a fare da testimone? E’ una cosa importante David”. Ammazza, altro che lo è! Questi fanno sul serio, e me lo hanno convalidato oggi quando, dopo avergli detto che mi trasferivo in un’altra casa tra una settimana (sempre da dieci, sempre abusivo), mi hanno chiesto conferma dell’impegno preso. Certo, lo farò. L’appuntamento è per domenica nove settembre alle undici e trenta al Municipio di Syndey (o qualcosa del genere). Il tutto dovrebbe concludersi in un’oretta. 

E’ il secondo matrimonio a cui partecipo da quando sono in Australia. Al primo sono stato invitato in qualità di fotografo, al secondo sarò testimone (ma anche fotografo), magari al terzo sarà la volta buona che farò lo sposo. Ho sempre più l’impressione che dall’altra parte del pianeta possa succedere veramente di tutto.

La mistificazione del reale

Mi è capitato, tante volte, di non condividere quello che ci veniva insegnato all’Università. Quello che viene impartito nelle lezioni di Economia non è come la legge di gravità, per cui non c’è uomo od oggetto che ne sfugga e che, fino ad ora, sia riuscito a provare il contrario (a meno di non trovarsi sulla Luna o su un altro pianeta). Eppure quello che ci viene insegnato assume sempre più spesso le sembianze di un dogma.

Ma la cosa più inquietante non era tanto chi, a modo suo, perpetuava un sistema attraverso un insegnamento assiomatico più che altro rivolto allo scopo comprensibile, ma non di certo nobile, di mantenere in essere il suo prestigio e la sua posizione sociale, quanto piuttosto chi mi sedeva a fianco e non cercava minimamente di leggere e vedere in maniera critica quello che gli veniva impartito come fosse quasi una fede.

Anziché cercare di capire quello che non è ancora chiaro (e non c’è disciplina come l’Economia che ne abbia un disperato bisogno, tanto più al giorno d’oggi), il senso ultimo di quello che ci veniva insegnato era semplicemente trarne vantaggio (una volta finita l’Università) per trovare lavoro. Senza mettere in discussione nulla. Alimentando ove possibile un sistema di aggiustamento dei risultati cosiddetti scientifici al fine di non contraddire quello che l’insegnamento economico in linea di massima impone.

Questa è stata forse la cosa più sbalorditiva. Vedere menti a mio avviso geniali, o potenzialmente tali, che non si facevano il minimo scrupolo nel far quadrare i conti, perché quello che contava non era tanto cercare di rappresentare la realtà in maniera più verosimile, quanto ottenere i risultati sperati. L’obiettivo era fare la tesi con questo piuttosto che con quel docente, su questo argomento di moda piuttosto che sull’altro stimolante ma poco utile per trovare lavoro. Io ho certamente attribuito al mio lavoro finale un significato maggiore, forse anche troppo. Ma mi stupivo di come lo scopo ultimo non fosse tanto la ricerca della verità, a volte così diversa da quella che ci viene proposta, quanto la prospettiva di un affermazione economica e sociale.

Per arrivare chissà dove e poi per fare cosa? I problemi che vedo intorno a me sono molti, tangibili e reali, tanto che a volte basterebbe poco per risolverli. Il grande problema della nostra epoca è che siamo, in  minima parte, tutti conniventi, complici e coscienti di un sistema che non funziona, ma essendo chiamati in causa in prima persona, non facciamo nulla perché le cose cambino, in quando intaccherebbe anche la nostra piccola vita e  i nostri privilegi e dopo tutto è più comodo continuare a lamentarsi ogni tanto senza agire che cominciare a vedere le cose per quello che sono e cambiare.

Lettera dal milite ignoto

A volte penso a come sarebbe se non ci rivedremo più. Posso dire con onesta che non è un pensiero che mi rattrista particolarmente quanto piuttosto mi turba e mi fa riflettere. E’ una situazione ipotetica che cerco di razionalizzare nel mio cervello, immaginando come sarebbe diverso il presente ma anche il futuro se solo riuscissi più spesso a mettere a fuoco questa possibilità remota, ma non così tanto da poterla ignorare completamente. Potrebbe succedere, per un motivo o per l’altro, che non ci rivedremo più.

Provo a immaginarmi cosa ne sarebbe della nostra corrispondenza, delle parole dolci che ci siamo scritti in questi mesi, nell’attesa che un domani tutto questo finirà per lasciar spazio a qualcos’altro che non sia solo vuoto. Che significato potremmo dare a questo momento che è vissuto pensando a quanto sarà bello quando finalmente ci rivedremo, dando per scontato che ciò succederà? Potrebbe non succedere. Che cosa ne sarà di tutta quest’attesa? Che senso ha mentre la viviamo e che senso potrebbe avere per il superstite? Quest’attesa ci spinge ad andare avanti oppure ci offusca la vista e non ci permette di guardare dove stiamo piantando i piedi?

Penso che il mio presente (ma forse anche il tuo) sarebbe diverso se considerassi più spesso la possibilità remota, neppure così tanto, che non ci rivedremo più. Forse mi renderei conto che il mio presente meriterebbe qualcosa in più di una semplice attesa di un futuro incerto. Meriterebbe di essere vissuto. Forse mi nutro troppo della speranza che un domani qualcosa cambierà. Vivo questo momento come passeggero, in attesa che succederà qualcosa che mi riporterà a quella vita che io considero dentro la mia testa normale. Qui sta il mio errore: non c’è vita normale se non quella che stiamo vivendo.

Godersi il presente

Dopo l’ennesimo messaggio di una mia amica che ha toccato l’argomento, oggi voglio porre l’attenzione su un problema che mi sta a cuore, un nervo scoperto che è ancora teso e che mi esporrà di prima persona ad eventuali (e pensati) critiche, che almeno spero mi permettano di capire dove sta la fallacia nel mio ragionamento.

Dopo quattro mesi a Sydney sono stato chiamato a fare un colloquio da Pirelli Australia, per un internship di sei mesi. Non importa quale fosse la funzione, non è una notizia rilevante. Quello che importa e che forse mi diranno tutti, è che era un internship, quindi sapevo fin dal principio a cosa andavo incontro. E’ sottopagato (e non trovo altro aggettivo per descriverlo meglio) e non ci sono molte prospettive di rimanere oltre i sei mesi (almeno in questo caso, non essendo cittadino australiano, ma come in tanti altri casi in Italia, vista la situazione di incertezza che aleggia). Dunque significava andare incontro ad un sacrificio fisico ed economico per sei mesi senza nessuna prospettiva. Ormai sembra che darti delle prospettive significhi trasformarti in un impiegato che non ha voglia di fare un tubo al lavoro perché gli viene fornita qualche certezza in più sul futuro: mi dispiace deludere chi ragiona in questo modo, ma non tutti si comportano così.

Le Risorse Umane (altro argomento che meriterebbe un post a parte) hanno fatto una selezione, presumo. Hanno intervistato 10-15 persone (magari anche un po’ di più), per capire quale fosse la più adatta. Hanno scelto me, mi hanno chiamato, e mi hanno fatto la loro proposta: 1.000 dollari al mese. Sono come 600 euro a Milano, con cui non riesci a mantenerti nemmeno qui, almeno se il tuo scopo è mantenerti con le tue forze. Che senso ha fare una selezione, se poi si deve passare al second best, al third best, o al primo candidato che accetti una proposta del genere? Magari anche io, nella mia ingenuità, ero già il third best perché gli altri due ovviamente avevano già rifiutato. Tanto valeva mettere un’annuncio con su scritto “Cercasi stagista per internship di 6 mesi disposto a lavorare per 1.000 dollari al mese”. Non ci sarebbe stata la necessità di selezionare, ne tanto meno di perdere tempo con colloqui, screening dei cv, ecc. Nell’annuncio si poteva aggiungere “società prestigiosa”, sarebbe stato più appealing. Si sarebbero presentati in tanti, sicuramente tutti quelli che possono farsi mantenere da qualcun’altro. Non c’era bisogno di fare nessuna costosa, specifica e mirata ricerca. In maniera rapida ed efficace, si sarebbe scelto il primo che a candidarsi che avrebbe accettato quelle condizioni. Vediamo se avrebbe lavorato con volontà e con cervello: forse non importava poi così tanto, visto che il costo che è stato deciso per quella “risorsa umana” non era poi così rilevante. Valeva la pena prendere il primo passante (ancora più cheap) e tenerlo lì per un po’, ed anche se non aveva molta voglia di lavorare, si presume che qualcosa avrebbe pur fatto in quei sei mesi (si spera sempre non troppi danni, ma sicuramente nulla di irreparabile).

Così si sceglie di barattare il salario con il prestigio che può significare (per alcuni) lavorare per Tizio, Caio o Sempronio, con la speranza, sempre più labile, che ci sia qualche specie di ritorno per il futuro. Ho pensato che forse l’offerta è stata così bassa perché quel tipo di lavoro da svolgere potrebbe farlo chiunque. Eppure c’è sempre qualcosa che mi sfugge, come il fatto che la Pirelli & C. S.p.A. (che presumo abbia il controllo della succursale australiana) è un’azienda che ha registrato, nel 2011, oltre 440 milioni di utili netti, ma senza avere soldi a sufficienza per pagare una “risorsa”, sempre se è quello che cercano veramente.

La visita

Stavolta il piano era il sette. “Non così in alto”, pensò. L’ingresso era proprio come tutti gli altri: assomigliava di più alla reception di un albergo, con le porte scorrevoli, un tipo sempre di guarda dietro ad un bancone, i divani con i tavolini bassi e le riviste. Chi dovrà aspettare all’ingresso di un grattacielo, se non si tratta di un albergo? Forse era solo una cortesia in più riservata agli ospiti, ai visitatori o agli abusivi, come in questo caso. 

C’erano tre ascensori ad attenderlo. Per accedere al piano desiderato, c’era bisogno di una chiave speciale, ma non lui non lo sapeva. L’ascensore era affollato quella sera, e per fortuna qualcuno premette sette. Anche lui lo fece poco prima, invano. Ogni piano era uguale all’altro. Un lungo corridoio si diramava dalla tromba degli ascensori, sviluppandosi come i rami di un albero. Ogni tanto appariva una porta numerata, contrassegnata da un logo stilizzato che raffigurava una piccola onda, il simbolo di quella specie di torre e della società che la gestisce. Di fronte agli ascensori, una freccia a destra portava i numeri 701-708, una freccia a sinistra indicava invece 709-718. Lui doveva andare al 712. Quel corridoio, così poco illuminato e senza finestre poteva perfettamente essere ovunque. Su una nave da crociera, in un albergo in una località di villeggiatura, forse anche in un grattacielo, anche se lui lo aveva immaginato sempre diverso. La cosa più sorprendente è che poteva essere in ogni città del mondo e non ci sarebbe stato nulla, nemmeno il più piccolo particolare, dalla spia antincendio alle luci, che avrebbero permesso di capire, con esattezza, dove fosse, di riconoscerlo. Non c’era nessuna scritta che almeno avrebbe aiutato, in parte, a svelarne il luogo. Solo numeri e quella onda sulla porta, già vista, se non proprio uguale ma simile, da tante altre parti. 

Anche l’appartamento trasmetteva lo stesso senso di alienazione e replicabilità. Era nuovo e pulito. I bagni erano rivestiti di marmi rossi e bianchi, ma non sapeva se si trattassero di marmi pregiati o meno. L’arredamento era volto all’utilità, sobrio e decoroso, sterile. Come per il corridoio, poteva essere perfettamente una stanza di albergo. Tenuta in ordine, asettica. Simile, se non uguale, all’appartamento di fianco, agli appartamenti di tutto il piano, se non di tutto l’edificio, e degli edifici a fianco, sparsi in tutta la città. Quell’appartamento non aveva segni distintivi particolari, non era unico ma poteva essere uguale ad altri milioni di appartamenti sparsi per il mondo. Ma questo, per ora, non importava. Non era lo scopo della sua visita. 

Tra le altre informazioni, si accennò alla piscina all’aperto sul rooftop, con palestra, sauna e altre amenità. Ormai, non gli sembrava così importate come valore aggiunto, anche perché ogni edificio la intorno offriva praticamente la stessa cosa. Sembrava che una volta entrati in questo mondo particolare, si sarebbe trovato tutto il necessario per non uscire più, a parte andare a fare la spesa e al lavoro. Ma qui, c’era qualcosa di più, forse c’era anche quello. Al quinto piano, gli è stato detto, “c’è un centro commerciale, a cui però non si può accedere senza la chiave per l’ascensore”. Quella sera, quando tornò indietro, due persone stavano andando proprio al quinto piano. Anche se aveva già premuto due, decise di scendere. 

Aperte le porte, l’ambientazione cambiava. S’immaginava di trovarsi in un posto fantastico a cui, ad ogni piano, corrispondesse qualcosa di diverso: una giungla tropicale, un deserto di sabbia rossa, un spiaggia scogliosa, un ghiacciaio. Prima o poi, pensò, “avrebbero costruito qualcosa del genere”. C’era ancora qualcuno in giro. Si accorse che c’erano solo asiatici intorno a lui, ripensando anche a quando era arrivato.  Non poteva essere altrimenti, forse, trovandosi a ridosso di Chinatown. Alcuni ragazzi giocavano in una sala da biliardo, altri erano al pub. Qualche ristorante veloce era ancora aperto, così come negozi che vendevano cianfrusaglie insieme ad oggetti di uso quotidiano. Scese di due livelli con delle scale mobili poste al centro dell’edificio. Trovarsi di fronte a tanti negozi, di ogni genere, dentro a quello che considerava un condominio, ridusse il senso del suo orientamento. Al piano meno uno si trovava il karaoke e un locale di strip club. Seguì l’indicazione exit, che portava ad un corridoio stretto che si concludeva con una porta, chiusa. Risalì, cercando una via d’uscita da quel labirinto. Rivolgendosi al buttafuori, apprese che al quarto piano c’era anche la fermata della metropolitana. Purtroppo non era quello che cercava, desiderava solo ritrovarsi all’aria aperta, in quel momento.  

“Ci sono persone che non hanno bisogno nemmeno di uscire da qui”, pensò, ad esempio per andare a lavorare o fare la spesa. Possono dormire in un appartamento al settimo piano, lavorare (e fare la spesa una volta finito di lavorare al terzo), fare sesso nel locare di striptease al meno uno, godersi un po’ di sole al trentaduesimo, divertirsi con gli amici al quinto. E’ un mondo parallelo, scollato da quello che succede fuori. Se qualcuno non l’ha già fatto, credo che prima o poi ci sarà, in un futuro, un bambino che trascorrerà tutta la sua vita al suo interno, magari fin dalla nascita e forse anche da morto, dentro una piccola urna per le ceneri, da conservare tra il piano terra e il livello dei parcheggi.  

Fuori dal palazzo riprese fiato. Ancora non sapeva quale decisione avrebbe preso. 

L’australopiteko (ri)parte presto

Ci sono tanti modi per investire 10.000 dollari.

Sono il risultato di un anno di lavoro fuori casa, sono il prezzo pagato per la lontananza dagli affetti più cari, sono gli anni che passano e il peso della solitudine. E’ come trattenere il respiro per un anno e sopportare la mancanza di un abbraccio quando serve. Sono quei ricordi profondi a cui teniamo di più, sono le memorie di me bambino: le corse nei campi di grano e il sole alto, il sudore, le guance rosse ed i capelli bagnati, le nuvole che passano insieme alle giornate senza far nulla, semplicemente alla scoperta del mondo intorno a noi, immaginando che la vita sarà sempre così bella. Sono il costo della libertà e il prezzo dei sogni. Piccolo o grande che io sia, aveva già deciso cosa fare da bambino: l’esploratore.

Ci sono tanti modi per investire 10.000 dollari. Un master prestigioso, una bella macchina, un mutuo per qualcosa di più grande. Eppure sento che non ho bisogno di tutto questo quanto di un viaggio di ritorno, come se non ci fosse un domani a cui pensare.

Questo è il piano. Spedire le valigie a casa, con tutto quello che non mi serve, e rimanere solo con un borsone e lo stretto necessario, e poi partire. Mi aspetta un viaggio difficile, che non so quanto potrà durare perché la prossima tappa sarà decisa di volta in volta. Ci saranno dei posti che mi piaceranno e in cui mi vorrò fermare di più. Ci saranno delle persone che mi tratterranno, e io rimarrò più a lungo. Forse ci sarà un luogo da cui non tornerò più e in cui rimarrò per sempre, oppure un’altro in cui non vorrò rimanere un secondo di più. Seguirò le mie emozioni mutevoli, seguirò quello che sento dentro, seguirò la forza e l’energia che mi spinge sempre ad andare avanti, come un nomade nel deserto che non si arrende all’ineluttabile.

Ho una vaga idea di quello che sarà il percorso da seguire. La prima tappa saranno i ciliegi in fiore del Giappone, la confusione di Tokyo, i treni superveloci, il sushi. Sicuramente ci sarà una tappa a Seoul e Busan, per salutare gli amici di Sydney. L’infinita Cina, in cui non saprò da che parte cominiciare. Il Vietnam, per vedere che effetto mi fa rivedere una persona speciale dopo quasi 8 anni. Il Laos e la Thailandia. Il Bhutan in qualche modo e la casa degli amici di Kathmandu. L’India e il suo nemico di sempre, per poi proseguire nel cuore dell’antica Persia. Petra e i cedri del Libano. Le Piramidi d’Egitto e Creta. I monaci del Monthe Athos e finalmente il sud Italia nella speranza di incontrare qualche amico di vecchia data. Una volta arrivato qui potrò già dire di essere a casa. In quel momento credo che inizierò a correre. Solo meno di 350 km mancheranno alla meta.

Non so quanto durerà. Potrebbe durare tre mesi, come un anno. Dipenderà dai soldi e dalle energie ancora a disposizione, dagli imprevisti e dagli incovenienti piacevoli. So solo che la direzione sarà verso ovest, fino a spingersi lungo le coste del Mediterraneo, il mare nostrum. Poi dovrò affidarmi al fiuto, come i cani, per seguire la strada di casa, per tornare al punto di partenza, dove tutto è cominciato, finalmente svuotato e libero.

Se ce l’ha fatta Colombo 500 anni fa con tre Caravelle, posso farcela anche io.

Quando sarà arrivato il momento opportuno, sarà tutto pronto, devo solo staccare la spina.

PS: per tutti i consigli su luoghi, persone e cose che potrebbero svelarmi l’ineffabile, siete pregati di lasciare un commento. In alternativa, basta un augurio. Buon viaggio a tutti quanti.

appunti sparsi post conversazione #1

Tieniti stretti i tuoi valori e la tua integrità ma non trasformarli in integralismo.

– Devi modificare il parametro in base a quale le persone prendono le loro decisioni in moda da influenzare il loro comportamento nella direzione da te desiderata. 

– Ne ho conosciuta tanta di gente che… come si dice… float

– Rischi di passare i tuoi anni qui come un turista, per 3-4 anni. 

– Prima la strategia, poi la tattica ed infine la vittoria. 

– L’Italia ha dei problemi troppo grandi

– Ho uno studente turco nel corso di PhD che ha fatto un master a Catania

– Ci sono persone che riescono a galleggiare per anni, grazie alla loro attrattività/attitudine

– Tu hai fatto la tua follia di gioventù, una volta ti viene perdonata, la seconda no. 

– Hai ventotto anni, la bandiera può girare dalla parte giusta, oppure no. 

– Ci sono persone che da 400 anni sanno dove mettere il loro “metro cubo”, tu non lo sai, ma c’è spazio per tutti. 

– I tuoi valori sono importanti perché dimostri di essere una persona con un “sapore”. 

– Ricordati, non devi rinunciare al tuo “metro cubo”, ma adattarlo, è malleabile. 

– In ogni posto c’è almeno una persona illuminante e illuminata con cui condividere. 

– “Ho un cervello, due mani e due braccia, usatemi!”

– Cerca di prenderti un po’ alla leggera, a prenderti meno seriamente, a prenderti per il culo ogni tanto. 

– Una volta laureato non hai nulla da perdere: non hai una casa, non hai un lavoro, non hai un soldo e nemmeno una ragazza. Non hai nulla da perdere e tutto dipende da te.