La visita

Stavolta il piano era il sette. “Non così in alto”, pensò. L’ingresso era proprio come tutti gli altri: assomigliava di più alla reception di un albergo, con le porte scorrevoli, un tipo sempre di guarda dietro ad un bancone, i divani con i tavolini bassi e le riviste. Chi dovrà aspettare all’ingresso di un grattacielo, se non si tratta di un albergo? Forse era solo una cortesia in più riservata agli ospiti, ai visitatori o agli abusivi, come in questo caso. 

C’erano tre ascensori ad attenderlo. Per accedere al piano desiderato, c’era bisogno di una chiave speciale, ma non lui non lo sapeva. L’ascensore era affollato quella sera, e per fortuna qualcuno premette sette. Anche lui lo fece poco prima, invano. Ogni piano era uguale all’altro. Un lungo corridoio si diramava dalla tromba degli ascensori, sviluppandosi come i rami di un albero. Ogni tanto appariva una porta numerata, contrassegnata da un logo stilizzato che raffigurava una piccola onda, il simbolo di quella specie di torre e della società che la gestisce. Di fronte agli ascensori, una freccia a destra portava i numeri 701-708, una freccia a sinistra indicava invece 709-718. Lui doveva andare al 712. Quel corridoio, così poco illuminato e senza finestre poteva perfettamente essere ovunque. Su una nave da crociera, in un albergo in una località di villeggiatura, forse anche in un grattacielo, anche se lui lo aveva immaginato sempre diverso. La cosa più sorprendente è che poteva essere in ogni città del mondo e non ci sarebbe stato nulla, nemmeno il più piccolo particolare, dalla spia antincendio alle luci, che avrebbero permesso di capire, con esattezza, dove fosse, di riconoscerlo. Non c’era nessuna scritta che almeno avrebbe aiutato, in parte, a svelarne il luogo. Solo numeri e quella onda sulla porta, già vista, se non proprio uguale ma simile, da tante altre parti. 

Anche l’appartamento trasmetteva lo stesso senso di alienazione e replicabilità. Era nuovo e pulito. I bagni erano rivestiti di marmi rossi e bianchi, ma non sapeva se si trattassero di marmi pregiati o meno. L’arredamento era volto all’utilità, sobrio e decoroso, sterile. Come per il corridoio, poteva essere perfettamente una stanza di albergo. Tenuta in ordine, asettica. Simile, se non uguale, all’appartamento di fianco, agli appartamenti di tutto il piano, se non di tutto l’edificio, e degli edifici a fianco, sparsi in tutta la città. Quell’appartamento non aveva segni distintivi particolari, non era unico ma poteva essere uguale ad altri milioni di appartamenti sparsi per il mondo. Ma questo, per ora, non importava. Non era lo scopo della sua visita. 

Tra le altre informazioni, si accennò alla piscina all’aperto sul rooftop, con palestra, sauna e altre amenità. Ormai, non gli sembrava così importate come valore aggiunto, anche perché ogni edificio la intorno offriva praticamente la stessa cosa. Sembrava che una volta entrati in questo mondo particolare, si sarebbe trovato tutto il necessario per non uscire più, a parte andare a fare la spesa e al lavoro. Ma qui, c’era qualcosa di più, forse c’era anche quello. Al quinto piano, gli è stato detto, “c’è un centro commerciale, a cui però non si può accedere senza la chiave per l’ascensore”. Quella sera, quando tornò indietro, due persone stavano andando proprio al quinto piano. Anche se aveva già premuto due, decise di scendere. 

Aperte le porte, l’ambientazione cambiava. S’immaginava di trovarsi in un posto fantastico a cui, ad ogni piano, corrispondesse qualcosa di diverso: una giungla tropicale, un deserto di sabbia rossa, un spiaggia scogliosa, un ghiacciaio. Prima o poi, pensò, “avrebbero costruito qualcosa del genere”. C’era ancora qualcuno in giro. Si accorse che c’erano solo asiatici intorno a lui, ripensando anche a quando era arrivato.  Non poteva essere altrimenti, forse, trovandosi a ridosso di Chinatown. Alcuni ragazzi giocavano in una sala da biliardo, altri erano al pub. Qualche ristorante veloce era ancora aperto, così come negozi che vendevano cianfrusaglie insieme ad oggetti di uso quotidiano. Scese di due livelli con delle scale mobili poste al centro dell’edificio. Trovarsi di fronte a tanti negozi, di ogni genere, dentro a quello che considerava un condominio, ridusse il senso del suo orientamento. Al piano meno uno si trovava il karaoke e un locale di strip club. Seguì l’indicazione exit, che portava ad un corridoio stretto che si concludeva con una porta, chiusa. Risalì, cercando una via d’uscita da quel labirinto. Rivolgendosi al buttafuori, apprese che al quarto piano c’era anche la fermata della metropolitana. Purtroppo non era quello che cercava, desiderava solo ritrovarsi all’aria aperta, in quel momento.  

“Ci sono persone che non hanno bisogno nemmeno di uscire da qui”, pensò, ad esempio per andare a lavorare o fare la spesa. Possono dormire in un appartamento al settimo piano, lavorare (e fare la spesa una volta finito di lavorare al terzo), fare sesso nel locare di striptease al meno uno, godersi un po’ di sole al trentaduesimo, divertirsi con gli amici al quinto. E’ un mondo parallelo, scollato da quello che succede fuori. Se qualcuno non l’ha già fatto, credo che prima o poi ci sarà, in un futuro, un bambino che trascorrerà tutta la sua vita al suo interno, magari fin dalla nascita e forse anche da morto, dentro una piccola urna per le ceneri, da conservare tra il piano terra e il livello dei parcheggi.  

Fuori dal palazzo riprese fiato. Ancora non sapeva quale decisione avrebbe preso. 

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