Archivio mensile:settembre 2012

Update status

C’è un posto in cui non esiste il bancomat. Non è un mondo così lontano se ci pensi bene. E’ un posto che i tuoi nonni conoscevano bene. Ma non sto parlando di un posto del passato, ma un posto del presente, e del futuro, in cui vorresti andare. Riesci ad immaginarlo un posto così? Come ti comporteresti, come sopravviveresti? Puoi riuscirci? Ti spaventa un posto così, perché è talmente diverso da tutto quello che conosci, e non ci sarebbero le certezze che hai qui a cui appigliarti ancora. 

Se proprio sicuro di voler intraprendere questo cammino? Lo fai per te stesso, o per dimostrare qualcosa al mondo, senza che nessuno te lo abbia effettivamente chiesto? Lo fai per curiosità, o per morbosità e insofferenza, lo fai solo perché non hai niente di meglio da fare e la tua vita ti appare talmente piatta da sentire l’esigenza di un brusco risveglio? A volte la mattina, quando ti capita di catapultarti al quinto piano, ti sembra di non esserti svegliato dal sonno, e a te piace quella sensazione di essere piombato in un mondo parallelo, in cui ti domandi se ti sei realmente svegliato o stai ancora sognando. Non c’è nulla che il tuo sguardo scorga come familiare. Le insegne al neon, le scritte in cinese (mandarino o cantonese?), i parrucchieri, i manicure e i negozi di vestiti che sembrano presi in prestito dai cartoni animati. Eppure è tutto vero. E la cosa che ti disorienta di più è proprio questo: è tutto vero. Tutti si comportano come se fosse un mondo reale, e non potrebbero fare altrimenti, perché lo è. E’ solo il tuo immaginario ad essere distorto e compromesso, così diverso da quello a cui eri abituato e che ti porti dentro di te. Eppure ti ostini a demolire ogni punto di riferimento, in una sfiancante distruzione di tutto ciò che è noto, comprensibile, utile; non vuoi gettare l’àncora in un porto sicuro, vuoi direttamente buttarla a mare con tutta la catena e lasciare la tua nave in balia delle onde. Lasciarti trasportare dal flusso insensato del mondo senza ostinarti a voler cambiare direzione della corrente. 

Così, sotto la doccia, nudo, ti siedi e lasci correre i rivoli d’acqua insieme alle lacrime perché pensi che si notino meno, pensi di poter mentire a te stesso. E’ come un pianto liberatorio di una tribù arcaica durante il monsone tanto atteso nella stagione secca. In quel momento evapora ogni frustrazione, fallimento e paura e confidi nell’acqua perché ti purifichi. Pensi a quanto la tua vita sarebbe diversa se avessi accettato il compromesso ogni tanto, se non ti fossi posto delle domande a cui non è ammessa risposta, se avessi deciso che a te piace fare quello o questo, se non avessi costantemente ricercato l’assoluto, se non avessi ascoltato la fiamma dentro di te che brucia inesorabile e ti ripete soltanto che a te piace vivere. Perché non sei riuscito a sfuggire a tutto questo? Perché, adesso, ti ritrovi in questa situazione, in un vicolo cieco da cui non vedi più uscita?  

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Si candida

Mi candido. Fatemi fare qualunque cosa. Ho studiato per cinque anni Economia, so qualcosa di Finanza, Bilancio e materie affini. Ho studiato anche Arte e penso di avere una cultura umanistica di tutto rispetto, o almeno sopra la sufficienza. So leggere, scrivere e fare di conto, anche in più lingue (inglese e francese). Potete chiamarmi come un fumetto se preferite, visto che er Batman è già stato preso propongo Eta Beta o l’Uomo Allungabile.
Non assumerò altre persone per fare il mio lavoro, non prendererò nessuna decisione che avvantaggi qualcuno in particolare – nemmeno se dovessi essere me stesso (del resto, se sono qui, uno dei motivi è che non ho mai tratto un cazzo di vantaggio, o vantaggio da un cazzo). Lavorerò almeno 8 ore al giorno, ma se necessario anche di più, solo nell’interesse dei cittadini. Mi bastano 1200 euro al mese, pulite. Se volete potete pagarmi in nero, fare una colletta, come ve pare, basta che riesco a mantenermi. Non mi serve comprarmi una macchina ne andare in vacanza quando sono stressato. Non chiedo ostriche (che neppure mi piacciono), niente champagne, non organizzo party mascherati da antico romano o personaggio dei fumetti. Vi prego, so che sto bene mascherato da l’Uomo ragno ma ho deciso di smettere. Non chiedetemelo ancora, ho detto di no. Al massimo mi maschererò per Carnevale o ad Halloween (lo so, è un’americanata, ma spero che me lo concediate). Voglio pagare i mezzi pubblici per andare al lavoro, il cinema e il teatro come tutti i santi cristiani. Non ho amici, cugini o parenti che devo far assumere senza fare un tubo, per fortuna lavorano già tutti. Ora che ci penso c’è solo una cosa che non potrebbe andare bene: sono una persona onesta, con un profondo senso etico, che quando gli viene assegnato un compito da svolgere per la comunità lo fa con la massima responsabilità e senso del dovere. Spero possa andare bene lo stesso. 

La malattia

2:00 am – Mi ricordo ancora quando da adolescente mi recavo a scuola ridotto come uno straccio dal reffreddore e dalla sinusite perché sapevo che c’era un compito di matematica che non potevo saltare. Forse mi è rimasto impresso perché il mio professore di matematica me lo faceva notare. Non mi importava come stavo. Ho sempre avuto un carattere intransigente e un po’ despotico, prima di tutto con me stesso. E’ stato e sarò motivo di sofferenza e soddisfazione un carattere del genere. 

Mi ricordo ancora che i miei malanni erano talmente forti e potenti, diciamo pure fuori dal comune, da meritare innumerevoli soprannomi a riguardo, prima fra tutti malaticcio. Leggevo degli indiani d’America che morivano per un raffreddore e mi sentivo vicino ai loro problemi.

Con la febbre alta ed il raffreddore forte, quasi da non respirare, provo a distendermi ed è allora che inizio a mescolare il sogno con la realtà, a non distinguere dove finisce uno e inizia l’altro. E’ allora che cominciano le allucinazioni. Inizio a confondere vite passate e presenti, pensando che tutto questo, compreso il malanno, sia solo un sogno da cui io mi debba risvegliare tra poco. Tutte le cose o persone intorno a me, dalla più vicina alla più lontana, sembrano precarie e illusorie: la stanza in cui mi trovo, l’inquilino del letto di sotto, la città in cui vivo, il lavoro che faccio, la vita che conduco. Precario e sorprendentemente facile, transitorio, senza che mi provochi alcun problema o senso di impotenza/fallimento messo in confronto alla malattia. E’ allora che mi sembra quasi di scorgere una soluzione, di vedere tutto con più lucidità. 

Costantemente questo succede. Questi malanni non mi hanno abbandonato del tutto, anzi si ripresentano a cadenze regolari con la stessa intensità di un tempo, come se fossero parte integrante di me a cui non ci fosse rimedio, con cui ho imparato a convivere per diversi giorni all’anno. Forse, se non si presentassero più, mi stupirei e inizierei a preoccuparmi. Dopo la preoccupazione di un tempo, il loro significato sembra essere tramutato: rendono tutto più leggero, quasi insignificante, superfluo e fluido. 

Cronache di una cerimonia

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Domenica 9 Settembre 2012

Ore 10:43 am – Stamattina Jerry e Takuia si sposano e io non riesco a pensare ad altro. Voglio scrivere qualcosa sui brand, sui viaggi, sul mondo e i suoi meccanismi, invece non riesco a pensare ad altro che a questo tenero e strano matrimonio a cui sarò partecipe come fotografo e testimone. Dopo tanto tempo sento di partecipare a qualcosa e ne sono felice. Un po’ ingenuamente mi domando come sarà la sposa, che dovrò recuperare insieme allo sposo nel grattacielo di 28 piani in cui ho vissuto fino alla settimana scorsa, insieme a loro. Dove si sposeranno? Questo ancora non lo so.

Ore 11:01 am – Con la sorella della sposa andiamo a cercare un bouquet. Non può mancare, il bouquet. Non è per niente facile trovare un fioraio nel centro di Sydney aperto la domenica mattina. Ci accontentiamo di un piccolo negozietto sotto un centro commerciale, in cui compro un mazzo di rose bianche – visto che non ho fatto alcun regalo – con appiccicato un topolino vestito da sposa.

Ore 11:28 am – Siamo arrivati nell’ufficio dove si è celebrata la funzione in taxi. L’insegna aveva qualcosa di sospetto secondo me: NSW Registry of Births Deaths & Marriages, non mi convincono per niente queste tre cose messe insieme. Lo spazio per i matrimoni è al primo piano, noi aspettiamo al piano terra in cui c’è qualche piccolo ufficio chiuso (è domenica) e un signore del servizio di sicurezza. Con noi aspetta un’altra coppia di sposi, che ci precede. Dietro di noi una gigantografia della City con un surfista in primo piano, troppo grande per essere vero. All’ingresso dell’edificio c’è un grande tabellone/legenda che spiega come muoversi nel bulding. E’ scritto in quattro lingue: inglese, arabico, chinese e vietnamita. L’ufficiale che è ha celebrato la funzione è una donna, all’interno di una stanzetta minimalista dalle pareti rosse, in cui erano presenti solo una scrivania con sopra un vaso di fiori (veri), due poltrone in pelle per gli sposi disposte di fronte a tre file di panche, vuote. E’ stata una cerimonia più che intima, perché oltre agli sposi c’erano solo i testimoni. Penso che questo rito nei Paesi di origine degli sposi sia molto diverso, perché non sapevano esattamente neppure dove mettersi a sedere (non sulla panca!). L’ufficiale di nozze ha chiesto ancora una volta i loro nomi (a volte veramente impronunciabili per un occidentale) e gli guidati a ripetersi alcune promesse di nozze in inglese. Poi c’è stato il momento delle fedi. Io ho passato la fede della sposa allo sposo, la testimone della sposa (che è sua sorella) a fatto lo stesso dopo di me.

Ore 12:02 am – A metà della cerimonia la canzone di sottofondo era chiaramente Claire de Lune di Debussy. Alla fine della cerimonia ho chiesto a Jerry se la conosceva, mi ha risposto di no. Forse era la prima volta che la sentiva, ma in quel momento non importava. Per andare al ristorante thailandese abbiamo preso un taxi, durante il tragitto ho messo di nuovo quella canzone, come sottofondo musicale. “In un taxi della city di Sydney una ragazza thailandese un ragazzo giapponese si sono da poco sposati, e stanno ascoltando Claire de Lune di Debussy” è quello che devo aver pensato mentre ci dirigevamo a pranzo. Tutti eravamo un po’ stanchi, anche se tutto si è svolto molto rapidamente. Ho provato la cucina thailandese per la prima volta, papaia tante spezie e qualche salsa dalla provenienza sconosciuta. Una volta finito, come da rito, abbiamo fatto delle foto “artistiche” a Darling Harbour, quelle da incorniciare e far vedere agli amici.

Il mondo alla rovescia

Mi stupisco sempre piu’ spesso delle persone che in qualche modo frequento o vivono intorno a me in questo momento. Hanno delle nazionalita’ con cui dire che siamo razzisti in Italia e’ un eufemismo. Eppure vogliono comprare quello che compriamo noi, vogliono vestirsi come ci vestiamo noi, vogliono mangiare quello che mangiano noi, vogliono vivere “all’occidentale”: in pratica vogliono vivere la nostra vita, e per farlo hanno molta piu’ determinazione di quanta a noi ci siamo rimasta.

Mentre in Europa stiamo li’ a predicare il ritorno ad una vita piu’ semplice e ad una armonia con la natura (ben inteso che sia per gli altri ma non per noi), prendendo come modello Paesi che chiamiamo del secondo o del terzo mondo, non ci siamo accorti che sono proprio le popolazioni di questi luoghi che non vogliono fare assolutamente questo tipo di vita ma piuttosto tutt’altra: forse e’ troppo tardi per tornare indietro. Ed in fin dei conti non lo vogliamo neanche noi e come si suol dire siamo bravi a predicare bene e razzolare male. Forse per le varie teorie della descrescita e’ troppo tardi. O meglio, possono riguardare solo noi stessi perche’ gli altri vogliono crescere, crescere e ancora crescere. E’ arrivato il loro turno mentre noi stiamo alla finestra a guardarli come se il paesaggio la’ fuori sia sempre lo stesso. E’ possibile che siamo diventati cosi’ ciechi? Cosa dovra’ succedere per cambiare veramente?

“Ci hanno cresciuti sazi, e finche’ non avremmo di nuovo appetito, o per dirla in maniera brutale, fame, non cambiera’ nulla”. Penso a chi resta in Italia, a 300 euro al mese, e lo comparo al mio conquilino thailandese (e non che la Thailandia sia proprio dietro l’angolo), con cui condivido la stanza, che quando mi ha detto che e’ stato a Venezia e a Genova io gli ho chiesto: “Ah si, in vacanza?”. “No”, mi ha risposto, “lavoraro sulle navi da crociera, ci ho lavorato per un po’ quando avevo 21 anni”. Ed e’ da 4 anni in Australia, ed avra’ solo 25 anni, ma lavora da quando ne ha 17. Ho l’impressione che queste persone hanno molta piu’ voglia di fare di noi. E ci mangeranno con tutti i panni addosso. E se c’e’ qualcuno che dobbiamo incolpare per questo, non sono loro, ma in primis siamo noi stessi, e subito dopo i nostri padri, che non ci hanno trasmesso il valore ed il significato della rinuncia e del sacrificio, che molto probabilmente avevano provato sulla propria pelle.

Nel frattempo, a me e’ tornato un po’ di appetito. Da martedi’ si rischia e si cambia. New place to stay, new place to work.

Pensieri post Murakami

Ho finito Murakami, e questo e’ (parte) di quel che ne resta nella mia testa.

“Tu lo sai, caro Tengo, qual e’ la piu’ grossa differenza tra talento e intuito? – Non saprei. – E’ che per quanto uno possa essere dotato di talento, non e’ affatto sicuro che avra’ da mangiare a sufficienza, mentre uno che possiede intuito non avra’ problemi a pagarsi il pranzo”.

Peccato che nell’ultimo periodo troppo persone mi hanno detto che sono un ragazzo talentuoso – non saprei in che senso – e io che pensavo che fosse un complimento.

“Quindi era costretto a rifiutare sempre, dicendo qualcosa del tipo: ‘Mi dispiace, ma domenica prossima non posso’. A forza di sentirlo rifiutare, fu naturale per tutti smettere di invitarlo. Poi, a un tratto, si rede conto di non appartenere a nessun gruppo, di essere sempre solo.”

E’ andata piu’ o meno cosi’ anche nel mio caso.

“Che lei non sembri qualcosa in particolare non e’ affatto un cattivo segno. Vuol dire che non e’ ancora incasellato in un ruolo”.

Che dire, sante parole.

“Non era mai andato molto d’accordo con l’accademia, ma in quel periodo sentii di averne davvero abbastanza. Non me ne importava niente del sistema o dell’opposizione al sistema. Dopotutto, non si trattave che di uno sontro tra un’organizzazione e un’altra. E io, sia nelle grandi questioni che in quelle piccole, ho sempre diffidato delle organizzazioni.”

Idem, come prima.

“Pero’ quando non ti va di fare un normale lavoro d’ufficio e non hai competenze particolari, la gamma delle opportunita’ lavorative e’ molto limitata.”

Finalmente qualcuno che dice le cose come stanno.

“Cosa significhera’ per una persona diventare libera? – si chiedeva spesso. – Anche se uno riesce a fuggire da una gabbia, non finira’ con il ritrovarsi in un’altra, solo piu’ grande?”

E voi, che ne pensate?

Traslocando a piedi

Alla fine la casa al settimo piano ha avuto la meglio. Non cambierà molto. Sembra che in questa città esistano solo appartamenti di questo genere, come piccoli formicai asiatici, più o meno puliti. O forse sono io che vengo attratto da soluzioni di questo tipo, quando il mio lato riflessivo e pacato (quasi asiatico definirei) prende il sopravvento.

Ho sempre vissuto i traslochi con un po’ d’ansia. Anche se il numero di cose di mia proprietà è limitato il più possibile, dovuto più che altro all’irrequietezza perenne e al senso di oppressione che gli oggetti mi trasmettono, inevitabilmente negli ultimi giorni sono iniziate a saltar fuori cose che non ti ricordi nemmeno di possedere. Cose di cui faresti volentieri a meno, ma che allo stesso tempo non vorresti abbandonare. Proprio per questo realizzi quanto gli oggetti di cui ti circondi ti rendano schiavo. Migliaia di piccoli cose o parti di cose, che molto spesso prese singolarmente non hanno neppure un senso compiuto, rappresentano la tua vita temporanea nel luogo dove stai vivendo, sempre temporaneamente,  e devono essere spostate in un’altra sistemazione provvisoria. E’ strato pensare che quel poco che hai può essere compresso in due o tre bagagli. Provi spaesamento e capogiro, ti senti piccolo e indifeso. E’ tutto lì, oggetti dal valore troppo prezioso quando non si ha altro ma allo stesso tempo cose infime e sostituibili.

Fortunatamente tutto si è esaurito in un notte un po’ insonne e due ore di trasloco a piedi, tra le vie del centro e i grattacieli, con valigie e qualche sacchetto extra. Pensavi che un giorno tutto questo, che ti fa sentire un po’ randagio e un po’ barbone sarebbe finito, ma forse non è arrivato ancora il momento, o forse non è così, e magari non finirà mai perché è nella natura delle cose.