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C’è un posto in cui non esiste il bancomat. Non è un mondo così lontano se ci pensi bene. E’ un posto che i tuoi nonni conoscevano bene. Ma non sto parlando di un posto del passato, ma un posto del presente, e del futuro, in cui vorresti andare. Riesci ad immaginarlo un posto così? Come ti comporteresti, come sopravviveresti? Puoi riuscirci? Ti spaventa un posto così, perché è talmente diverso da tutto quello che conosci, e non ci sarebbero le certezze che hai qui a cui appigliarti ancora. 

Se proprio sicuro di voler intraprendere questo cammino? Lo fai per te stesso, o per dimostrare qualcosa al mondo, senza che nessuno te lo abbia effettivamente chiesto? Lo fai per curiosità, o per morbosità e insofferenza, lo fai solo perché non hai niente di meglio da fare e la tua vita ti appare talmente piatta da sentire l’esigenza di un brusco risveglio? A volte la mattina, quando ti capita di catapultarti al quinto piano, ti sembra di non esserti svegliato dal sonno, e a te piace quella sensazione di essere piombato in un mondo parallelo, in cui ti domandi se ti sei realmente svegliato o stai ancora sognando. Non c’è nulla che il tuo sguardo scorga come familiare. Le insegne al neon, le scritte in cinese (mandarino o cantonese?), i parrucchieri, i manicure e i negozi di vestiti che sembrano presi in prestito dai cartoni animati. Eppure è tutto vero. E la cosa che ti disorienta di più è proprio questo: è tutto vero. Tutti si comportano come se fosse un mondo reale, e non potrebbero fare altrimenti, perché lo è. E’ solo il tuo immaginario ad essere distorto e compromesso, così diverso da quello a cui eri abituato e che ti porti dentro di te. Eppure ti ostini a demolire ogni punto di riferimento, in una sfiancante distruzione di tutto ciò che è noto, comprensibile, utile; non vuoi gettare l’àncora in un porto sicuro, vuoi direttamente buttarla a mare con tutta la catena e lasciare la tua nave in balia delle onde. Lasciarti trasportare dal flusso insensato del mondo senza ostinarti a voler cambiare direzione della corrente. 

Così, sotto la doccia, nudo, ti siedi e lasci correre i rivoli d’acqua insieme alle lacrime perché pensi che si notino meno, pensi di poter mentire a te stesso. E’ come un pianto liberatorio di una tribù arcaica durante il monsone tanto atteso nella stagione secca. In quel momento evapora ogni frustrazione, fallimento e paura e confidi nell’acqua perché ti purifichi. Pensi a quanto la tua vita sarebbe diversa se avessi accettato il compromesso ogni tanto, se non ti fossi posto delle domande a cui non è ammessa risposta, se avessi deciso che a te piace fare quello o questo, se non avessi costantemente ricercato l’assoluto, se non avessi ascoltato la fiamma dentro di te che brucia inesorabile e ti ripete soltanto che a te piace vivere. Perché non sei riuscito a sfuggire a tutto questo? Perché, adesso, ti ritrovi in questa situazione, in un vicolo cieco da cui non vedi più uscita?  

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