Archivio mensile:ottobre 2012

Il marinaio

Ore 4:40 am – Non c’è niente da fare, non riesco proprio a dormire. Sul balcone della camera incontro il tailandese che dorme nell’altro letto a castello, al piano di sotto. Mi sembra una persona tenace e interessante, da scoprire. Sta fumando. E’ freddo stanotte. E’ da due giorni che è brutto tempo. A me sembra normale, è ottobre, e di questo periodo in Europa sta arrivando l’inverno, o almeno così dovrebbe. La via sotto di noi, nel cuore di Chinatown è finalmente calma, deserta. Si sente un piccolo rumore continuo, di un motore, forse di un gruppo elettrogeno. All’altezza dei nostri occhi, c’è un multipiano coperto in cui parcheggiare le macchine, poco più sopra degli appartamenti. Non capisco la geometria di questi edifici. Le cose più disparate sono incastrate tra di loro. Se alzo gli occhi al cielo, riesco a vedere gli ultimi piani degli uffici di Ernst & Young. Se abbasso gli occhi scorgo un topolino che fruga trai sacchi dell’immondizia lasciati vicino al cassonetto.

Dico al thailandese che il balcone del nostro appartamento mi ricorda quello di una nave. Tutto il palazzo mi ricorda una nave, in navigazione verso qualche meta esotica. Come se non ci fossero gli edifici di fronte e la strada sotto di noi. Riesco a sentire perfino il leggero dondolio del mare. Lui mi dice che ha lavorato per un po’ di tempo, più di un anno, su una nave da crociera. Venti piani. Me lo aveva già detto, ma la storia mi incuriosisce. United States, Europa. Miami, New York, i Caraibi, Venezia. Quanto è bella Venezia, mi dice. Puoi camminare a piedi, andare in giro in barca, non ci sono macchine. Hai ragione, gli rispondo. La vita lenta, la Thailandia un po’ come l’Italia, forse. Mi racconta che sulle navi, non poteva sentire i suoi genitori, suo fratello, che tra l’altro non usano internet e fino a poco fa nemmeno facebook. Non c’era modo di contattarli in alto mare. Non aveva paura delle onde. Alte fino a 7, 8 metri, con la nave, grossa quanto un grattacielo sdraiato, che oscillava da una parte all’altra. Io credo che mi sarei un pochettino spaventato. Quando di nuovo sentiva sua madre, a volte dopo due mesi, lei piangeva. Quando finalmente è tornato in Thailandia, non gli hanno più il permesso di fare quel lavoro e gli hanno chiesto di decidere dove voleva andare: Australia. Il resto è cronaca recente.

Noi siamo abituati a sentirci spesso, forse troppo. Ma un secolo fa come facevano? Qualche strumento, un secolo fa, c’era già. Torniamo un po’ più indietro. Ultimamente penso sempre di più a Cristoforo Colombo, non tanto il personaggio che ha scoperto l’America pensando che fosse l’India, il cui cognome ha ispirato il nome di uno Stato del Sud America, ma piuttosto l’uomo. Sarà che anche io mi sento un po’ alla scoperta di un nuovo mondo, uno degli ultimi ad essere colonizzato. Beh, mi domando come si sentisse a partire per quel viaggio. Diciamo che non era messo come il mio coinquilino thailandese, che almeno dopo due mesi – sigh – poteva contattare i suoi familiari. Li si partiva, e chi s’è visto s’è visto. Si partiva ma non si sapeva se si tornava indietro, anzi, molto probabilmente le probabilità erano molto remote. Con quale coraggio si faceva tutto questo? Oggi sembra che senza navigatore non possiamo più spostarci, o non siamo in grado di farlo. Credo di non riuscire nemmeno lontanamente a provare quell’adrenalina che provò Colombo quando decise di partire, verso l’ignoto. Non c’era luogo o sentire tracciato. C’era la possibilità che durante il tragitto un suo amico, un suo familiare, qualcuno a cui teneva, morisse, e lo avrebbe saputo solo mesi dopo, se fosse tornato vivo. E indietro ci è tornato, scoprendo un nuovo mondo, cambiando il corso della storia. Un uomo incosciente si definirebbe ai giorni nostri. Un uomo incosciente seguito da una ciurma incosciente al seguito. Curioso al limite dell’incoscienza. A me, pensare ad un uomo così, mi sembra quasi di pensare ad un alieno. Chi sarebbe in grado di farlo ai giorni nostri? Eppure era un uomo in carne ed ossa, come me o te. E sono passati solo 500 anni. A me non sembrano tanti 500 anni, sarà che penso sempre a quanto è vecchio questo pianeta per rendermi conto che 500 anni sono uno sputo. E lui, che fa, decide di prendere e partire così, come Buzz Lightyear, verso l’infinito e oltre.

E 3000 anni fa? Mi vengono in mente Le Storie, in cui Erodoto racconta che Dario si mette in testa di conquistare dei posti che distano 3 mesi di cammino. Riesco a immaginarmeli 3 mesi di cammino? Nemmeno lontanamente. Vuol dire alzarsi tutti i giorni, e iniziare a camminare verso una direzione, sempre la testa, per ricapitare un messaggio, e poi tornare indietro per altri 3 mesi, totale 6.

Nel frattempo la nostra vita si è allungata da allora, e le distanze, le comunicazioni, si sono accorciate. Come impieghiamo il tempo? Forse ci annoiamo di più. Mi piacerebbe avere quello spirito. Riuscire a carpirlo almeno un briciolo. Ne percepisco la forza e la necessità.

E’ l’ora di andare a dormire. Saluto il tailandese, che si fuma un’altra sigaretta prima di una doccia. Non so perché, ma quando mi congedo avverto che lui un po’ di quello spirito ce l’ha ancora.

E la vecchia salta con l’asta

Notti insonni in quel di Sydney. Capita quando ci confrontiamo con la morte a distanza, che arriva e non preavvisa. Ma lo sappiamo, è fatta così. Quando si è giovani non si pensa alla morte. Si vuole vivere. Come Francesco Monteiro Rossi, anche se si è scritto tutta una tesi sulla morte. Eppure, anche da giovani, ci riguarda da vicino. Coinvolge i nostri familiari, i nostri amici, i nostri parenti. E’ una cosa che ci accomuna tutti quanti, a cui – aggiungerei, per fortuna – nessuno può sfuggire. Poco prima di quel punto siamo tutti veramente, finalmente, uguali. Non ci sono più distinzioni di classe, di censo, di forma o di colore. Siamo lì, pronti a fare i conti con la cosa più spaventosa, con un’unica preoccupazione, sopravvivere. Guardiamo chi è in vita intorno a noi, e un poco poco quasi li invidiamo, perché vorremmo essere al posto loro, vivere ancora un poco. Se sarà vero che poco prima di quel momento ci passa tutta la vita davanti almeno sarò stato tra i suoi ricordi lontani, come adesso che lui non c’è più rimarrà nei miei.

Pereira era solo?

Stasera ho bisogno di sfogarmi in qualche modo. Forse ho bisogno di sfogarmi come quando mi capita di leggere ancora Sostiene Pereira, che ho iniziato e finito oggi, quasi tutto d’un fiato. Ho bisogno di sfogarmi perché sono lontano da casa, perché mi accorgo di tante cose di cui nessuno si accorge oppure tutti se ne accorgono ma nessuno dice nulla, eppure io non riesco a trattenermi.

A noi non ci manca quasi nulla. Siamo stati fortunati, la mia generazione, ma anche quella che ci ha preceduto, è stata fortunata. Quando avevo l’opportunità di parlare con mia nonna ancora in vita, che mi raccontava di quando dalla città in cui viveva fu costretta, incinta, con bambini piccoli al seguito, a trasferirsi nelle campagne per via dei bombardamenti, della fame e della guerra, ero troppo piccolo per capirne il significato, per afferrare il valore e il significato di quel racconto, che serviva per ricordami di quanto sono stato fortunato, ma non solo: serviva da monito o da avvertimento, perché quella fortuna non era bendata, come la dea, ma dovevo conquistarmela per mantenerla viva nel tempo. Dobbiamo conquistarcela.

Guerra, bombardamenti, sono parole che mi ricordano qualche libro di Storia, qualche rivista o fumetto, qualche bel film di guerra, girato bene. In qualche modo è come se a tutto questo sia anestetizzato, le immagini che ci arrivano sono troppo lontane per curarcene veramente, i racconti che arrivano – anche se fanno parte della storia di famiglia – sono troppo lontani temporalmente per fermarci a riflettere. In qualche modo, in un modo che io non so nemmeno, mi sembra di essere incapace di comprendere che quello era tutto vero, che lo aveva vissuto, proprio lei che era la persona più placida di questo mondo, la povertà intesa non come la mancanza della borsa griffata o dell’orologio d’oro, ma intesa come la mancanza di cibo e del poco necessario per condurre una vita normale e dignitosa. Oggi noi ci lamentiamo di una crisi, tutti i santi giorni, costantemente e continuamente, eppure mi guardo intorno e vedo che non ci manca nulla, che non ci facciamo mancare nulla, che non siamo disposti a fare dei sacrifici, a riflettere sui problemi del mondo che ci circonda come se non ci riguardassero, come se con le nostre decisioni non potremmo fare la differenza. Discutiamo invece, discutiamo di cose futili, passeggere, temporanee, effimere anche se tangibili, molto più inconsistenti di un ideale, di un principio, anche se non lo posso toccare, non lo posso ne mangiare ne vedere ne tanto meno regale a qualcuno.

Forse dovremmo ascoltare di più questi vecchi che ci parlano della guerra, degli italiani che combattevano a fianco dei tedeschi ma contro i francesi, della guerra civile spagnola e di quella che in parte è stata la guerra civile italiana, tra partigiani e fascisti. Come è successo, che un giorno, ci siamo spinti al punto di vedere nel nostro vicino, quello di casa, che parla la nostra lingua, che vive più o meno come viviamo noi, secondo le nostre tradizioni, un nemico? E’ successo dall’oggi al domani, oppure è stato un processo un lento, un po’ come quello che sta avvenendo oggi in Grecia, a cui non diamo peso, di cui non discutiamo, non diciamo nulla, non interveniamo, ma continuiamo a trascorrere la nostra vita come se non ci riguardasse. E se la cosa cominciasse a riguardarci, saremo pronti a reagire? Quando lo faremo? Quando i problemi – della globalizzazione, dei profughi, delle immigrazioni di massa, della criminalità organizzata, legati all’ambiente, alla politica, alla corruzione, della fame, della malnutrizione, dello sfruttamento, della prostituzione, dei nuovi schiavi, dei nuovi ricchi, della Cina e di quant’altro – ci arriveranno fin sotto casa, nel pratino di fronte al portone? Forse non sarà troppo tardi allora? Ci siamo accorti di come è cambiato il Mondo, noi italiani, in questi ultimi dieci anni, cinque anni, oppure no? Quando, quando alzeremo il dito per dire quello che pensiamo, come la pensiamo, per fare delle proposte o almeno delle domande? Ci sono cose che sentiamo da anni ormai, senza che si trovi, o per meglio dire si cerchi una soluzione. Si parla, e noi riponiamo il problema nel cassettino, perché per ora, intanto, l’importante è vivere. Come se quel problema non riguardasse la vita, o fintanto non ci riguardasse. Fino a quanto potrà durare?

A me non mi importa passare da bacchettone, se sono pesante, se non riesco a divertirmi. Lo so, è quello che sono. Eppure mi sembra di vedere solo amici che parlano con Siri, come se fosse una persona in carne ed ossa ed esistesse veramente, che sono coscienti dei problemi della nostra epoca come se l’unica cosa da fare è proprio quella di esserne coscienti, analizzarli nel modo migliore, farne ricerca, senza fare nulla per cercare di cambiare la situazione, forse dovremmo cambiare noi stessi in primis. Il senso di avere un problema è proprio quello di trovare una soluzione, di metterla in pratica, per cercare di risolverlo. Per cambiare, anche se il cambiamento non si sa mai in quale direzione possa condurre. E’ possibile che essere di moda, attraenti nei confronti degli altri, ci faccia effettivamente sentire meno soli? E’ possibile che l’unico modo, per far si che tutto vada bene, sia solo pensare al benessere individuale? Le cose, stanno andando effettivamente così, come abbiamo sperato o creduto? Abbiamo ancora un ideale, che sia durevole e vada aldilà delle esigenze materiali contemporanee per cui vale la pena combattere? E’ forse quello che ha spinto giovani come me, ormai più di centocinquant’anni fa, a costituire quella casa che chiamiamo Italia? E forse quella cosa che ha spinto la nascita di un senso di appartenenza a qualcosa di più grande come l’Europa dopo le tragedie della seconda guerra mondiale? Sarà solo la fame che ha spinto gli ideali della rivoluzione francese, oppure c’è qualcosa d’altro? E quando mi si dice che non faccio nulla per cambiare le cose provo pentimento perché è vero, come la vergogna che provo di fronte la mancanza di volontà che si arrende alla mia impotenza.

Il fascino del male

A volte avrei voluto drogarmi pesantemente. Qualsiasi cosa fossi riuscito ad ingerire, senza preoccuparmi delle conseguenze. Acidi, pasticche, LSD e l’ultimo ritrovato della tecnica in fatto di droghe. Avrei voluto sniffare. Fumare qualunque cosa. Magari se l’avessi fatto, sarei riuscito a diventare parlamentare. Avrei voluto vendere il culo e andare a puttane. Se avessi fatto questo, magari mi avrebbero fatto Presidente. Avrei voluto non sapere nulla, oh quanto vorrei non sapere nulla! Forse è così: non so nulla, ma mi sembra di conoscere le cose.

Avrei voluto non studiare. Fare le sette di mattina tutti i giorni, dormire sul marciapiede. Fregarmene degli altri, degli impegni e delle responsabilità. Cercare di sopravvivere calpestando il prossimo, chi mi è più vicino, maltrattare gli amici e cercare di usarli solo per il mio tornaconto. Avrei dovuto fare tutto questo. Sicuramente, se l’avessi fatto, ora le cose andrebbero meglio. Magari, avrei anche risollevato l’economia italiana, lavorando in qualche multinazionale.

Avrei voluto non avere una casa dove stare. Vagabondare per la città come un barbone che pensa solo a come procurarsi il cibo e qualche mozzicone di sigaretta. Rubare a destra a manca. Qualche rapina. Forse avrei voluto anche sparare e uccidere qualcuno. Purtroppo non l’ho mai fatto.

Avrei dovuto affiliarmi con qualche gruppo anarchico-insurrezionalista, non importa se di destra o di sinistra, bastava spaccare tutto, lanciare sassi e qualche bomba artigianale, picchiare a sangue qualche povero disgraziato che, come me, non aveva mai fatto nulla di tutto questo. Un pavido, un codardo, la classica insulsa persona che viene definita perbene.

Sicuramente adesso avrei un lavoro, una bella macchina, una ragazza, un casa con vista mare. Magari mi avrebbero dato qualche medaglia per gli anni gloriosi. Sarei entrato anche io nella cricca, nella cerchia, nel cerchio magico, nella loggia. Qualsiasi stronzata avessi fatto, sarebbe stata osannata come una cosa di successo.

Avrei voluto avere di meno: forse in questo momento avrei di più. Oh se avessi fatto tutto questo! Forse in questo momento non vorrei drogarmi, avere voglia di fare un cazzo, rubare per sopravvivere, fregarmene di tutto e di tutti. Forse sono ancora in tempo per rimediare.

L’Australia ieri e oggi

Mi interessa sempre parlare con persone che sono arrivate qui prima di me, per capire com’era questo Paese e soprattutto capire dove sta andando. Chi ho incontrato stasera è arrivato qui nel lontano 1984 (io ero nato da poco) e con poche battute ha rappresentato un piccolo mondo che sta dall’altra parte della nostra Italia.

Qui, negli ultimi dieci anni, c’è stato il boom degli asiatici. Basta guardarsi intorno, per le strade di Sydney, e ci si rende conto subito. Thailandesi, coreani, giapponesi, indonesiani, vietnamiti, molti cinesi. E’ il futuro dell’Australia, sono a un tiro di schioppo da qui e prima o poi conquisteranno questo Paese anche da un punto di vista politico. Il potere è ancora nelle mani dei “bianchi”, di origine inglese soprattutto, ma non per molto. Già quello economico, è condizionato dalla scelte della Cina. L’Australia è ricca di risorse minerarie, che sono fondamentali per un Paese come la Cina affamato di materie prime per le sue produzioni industriali e per il suo mercato interno. In cambio vengono investite qui ingenti quantità di denaro, in infrastrutture, necessarie per un Paese giovane come questo, nell’edilizia, nell’imprenditoria. E sopratutto vengono esportate risorse umane: manodopera più o meno specializzata ma anche figure di altro profilo, laureati, impiegati d’ufficio e di grandi corporation. Ancora una volta, basta guardarsi intorno per vedere che la giacca e la cravatta è indossata, almeno nella metà dei casi, da un’orientale, magari cresciuto qui, magari che ha studiato qui, magari che è integrato in questa società così variegata, ma che comunque affonda le sue radici verso Est.

Ovviamente Sydney non rappresenta tutta l’Australia. C’è un’Australia che è più simile a quella che ci si aspetta venendo dall’Europa, in cui ci piace crogiolarci negli stereotipi, ed è l’Australia dell’outback, l’Australia dei discendenti dei primi colonizzatori che si sono insediati nel deserto e hanno tirato su le grandi fattorie e le produzioni agricole. Questo è stato un Paese povero in cui c’era bisogno di produrre tutto per sopravvivere. Questa è ancora un’Australia un po’ razzista e diffidente. Che non risolve il problema degli aborigeni, in posti di frontiera come Alice Springs. Che vede di cattivo d’occhio un orientale nell’interno, cosa impensabile qui in città.

Tuttavia Sydney, con i suoi oltre 4 milioni di abitanti (quasi un quinto di tutta la popolazione del Paese), è sicuramente un centro importante di riferimento, un termometro per misurare il polso dell’Australia e capire dove sta andando e cosa sarà in futuro. Un tempo l’Australia era uno Stato “fortemente” britannico. Durante gli sport veniva suonato God Save the Queen e tutti si alzavano in piedi. Uno degli sport più curiosi era una specie di bocce chiamato bowls, in cui le palle hanno una forma schiacciata ai lati e il capo di gioco è un prato perfetto. Venti anni fa, di questo genere di campi se ne potevano vedere ancora molti a Sydney, affollati di uomini e donne vestiti di bianco, con la paglietta in testa. Quest’immagine mi ricorda molto l’Impero britannico, l’epopea delle colonie, l’India come l’Australia. Poi qualcosa è cambiato.

Se “fisicamente” l’Australia di oggi è asiatica, culturalmente è americana. Non c’è dubbio che se c’è una cosa in cui l’America ha battuto la Cina, questa è sicuramente la penetrazione della sua cultura negli stili di vita (non solo asiatici, ma anche nostri). Il fast food, i negozi di lusso, il consumo senza pensiero: non vedrete mai così tanti orientali vivere all’occidentale, o più che altro all’americana, quanti si possono incontrare qui a Sydney. E’ il luogo principe in cui si sono suggellate le nozze tra il mondo asiatico e la cultura americana. Ovviamente i primi ad aderire a questo nuovo stile di vita sono stati i primi colonizzatori europei. Un tempo l’Australia era un Paese britannico, in cui si poteva osservare il legame – anche culturale – con il suo Paese d’origine. Oggi quel che resta della Corona inglese è la lingua (con sacche linguistiche diverse non indifferenti numericamente), l’adesione al Commonwealth (troppo importante economicamente e strategicamente per farne a meno) e la figura della regina che ancora è riconosciuta a capo dello Stato. Anche se nell’ultimo referendum per “sganciarsi” dalla monarchia inglese ha ancora vinto la regina, è solo questione di tempo. Il numero delle persone favorevoli si assottiglia e prima o poi gli australiani si convinceranno a riconoscersi come popolo indipendente dal Regno Unito.

L’Australia del futuro sarà dunque un Paese con un primo ministro asiatico, che non disdegna le sue origini ma che condivide i valori dell’Occidente (e in particolar modo degli States), self-made man con forti interessi e legami economici con il resto dell’Asia.

Come avverrà questa transizione? Sarà solo il numero degli asiatici, diventati maggioranza, a ribaltare la situazione, o ci saranno inevitabili tensioni durante la fase di passaggio? Sicuramente la comunità britannica di origine non cederà il testimone molto facilmente, accontentandosi delle briciole. Come sempre il potere va a braccetto con l’economia.

Alla fine gli ho chiesto se mi conviene rimanere qui o tornare in Italia: senza ombra di dubbio, qui. In qualche modo, rimane ancora la terra delle opportunità, capace di generare nuova linfa vitale dalle proprie ceneri, come ha dimostrato l’incredibile cambiamento che è avvenuto in questi 20 anni. E’ come visitare un’altro Paese. Come contropartita, se penso all’Italia di 20 anni fa, quasi quasi mi sembra la stessa cosa di oggi: scandali, corruzione, stessi personaggi politici sulla scena, stessa paura di cambiare e di aprirsi al mondo che non ci aspetta.