L’Australia ieri e oggi

Mi interessa sempre parlare con persone che sono arrivate qui prima di me, per capire com’era questo Paese e soprattutto capire dove sta andando. Chi ho incontrato stasera è arrivato qui nel lontano 1984 (io ero nato da poco) e con poche battute ha rappresentato un piccolo mondo che sta dall’altra parte della nostra Italia.

Qui, negli ultimi dieci anni, c’è stato il boom degli asiatici. Basta guardarsi intorno, per le strade di Sydney, e ci si rende conto subito. Thailandesi, coreani, giapponesi, indonesiani, vietnamiti, molti cinesi. E’ il futuro dell’Australia, sono a un tiro di schioppo da qui e prima o poi conquisteranno questo Paese anche da un punto di vista politico. Il potere è ancora nelle mani dei “bianchi”, di origine inglese soprattutto, ma non per molto. Già quello economico, è condizionato dalla scelte della Cina. L’Australia è ricca di risorse minerarie, che sono fondamentali per un Paese come la Cina affamato di materie prime per le sue produzioni industriali e per il suo mercato interno. In cambio vengono investite qui ingenti quantità di denaro, in infrastrutture, necessarie per un Paese giovane come questo, nell’edilizia, nell’imprenditoria. E sopratutto vengono esportate risorse umane: manodopera più o meno specializzata ma anche figure di altro profilo, laureati, impiegati d’ufficio e di grandi corporation. Ancora una volta, basta guardarsi intorno per vedere che la giacca e la cravatta è indossata, almeno nella metà dei casi, da un’orientale, magari cresciuto qui, magari che ha studiato qui, magari che è integrato in questa società così variegata, ma che comunque affonda le sue radici verso Est.

Ovviamente Sydney non rappresenta tutta l’Australia. C’è un’Australia che è più simile a quella che ci si aspetta venendo dall’Europa, in cui ci piace crogiolarci negli stereotipi, ed è l’Australia dell’outback, l’Australia dei discendenti dei primi colonizzatori che si sono insediati nel deserto e hanno tirato su le grandi fattorie e le produzioni agricole. Questo è stato un Paese povero in cui c’era bisogno di produrre tutto per sopravvivere. Questa è ancora un’Australia un po’ razzista e diffidente. Che non risolve il problema degli aborigeni, in posti di frontiera come Alice Springs. Che vede di cattivo d’occhio un orientale nell’interno, cosa impensabile qui in città.

Tuttavia Sydney, con i suoi oltre 4 milioni di abitanti (quasi un quinto di tutta la popolazione del Paese), è sicuramente un centro importante di riferimento, un termometro per misurare il polso dell’Australia e capire dove sta andando e cosa sarà in futuro. Un tempo l’Australia era uno Stato “fortemente” britannico. Durante gli sport veniva suonato God Save the Queen e tutti si alzavano in piedi. Uno degli sport più curiosi era una specie di bocce chiamato bowls, in cui le palle hanno una forma schiacciata ai lati e il capo di gioco è un prato perfetto. Venti anni fa, di questo genere di campi se ne potevano vedere ancora molti a Sydney, affollati di uomini e donne vestiti di bianco, con la paglietta in testa. Quest’immagine mi ricorda molto l’Impero britannico, l’epopea delle colonie, l’India come l’Australia. Poi qualcosa è cambiato.

Se “fisicamente” l’Australia di oggi è asiatica, culturalmente è americana. Non c’è dubbio che se c’è una cosa in cui l’America ha battuto la Cina, questa è sicuramente la penetrazione della sua cultura negli stili di vita (non solo asiatici, ma anche nostri). Il fast food, i negozi di lusso, il consumo senza pensiero: non vedrete mai così tanti orientali vivere all’occidentale, o più che altro all’americana, quanti si possono incontrare qui a Sydney. E’ il luogo principe in cui si sono suggellate le nozze tra il mondo asiatico e la cultura americana. Ovviamente i primi ad aderire a questo nuovo stile di vita sono stati i primi colonizzatori europei. Un tempo l’Australia era un Paese britannico, in cui si poteva osservare il legame – anche culturale – con il suo Paese d’origine. Oggi quel che resta della Corona inglese è la lingua (con sacche linguistiche diverse non indifferenti numericamente), l’adesione al Commonwealth (troppo importante economicamente e strategicamente per farne a meno) e la figura della regina che ancora è riconosciuta a capo dello Stato. Anche se nell’ultimo referendum per “sganciarsi” dalla monarchia inglese ha ancora vinto la regina, è solo questione di tempo. Il numero delle persone favorevoli si assottiglia e prima o poi gli australiani si convinceranno a riconoscersi come popolo indipendente dal Regno Unito.

L’Australia del futuro sarà dunque un Paese con un primo ministro asiatico, che non disdegna le sue origini ma che condivide i valori dell’Occidente (e in particolar modo degli States), self-made man con forti interessi e legami economici con il resto dell’Asia.

Come avverrà questa transizione? Sarà solo il numero degli asiatici, diventati maggioranza, a ribaltare la situazione, o ci saranno inevitabili tensioni durante la fase di passaggio? Sicuramente la comunità britannica di origine non cederà il testimone molto facilmente, accontentandosi delle briciole. Come sempre il potere va a braccetto con l’economia.

Alla fine gli ho chiesto se mi conviene rimanere qui o tornare in Italia: senza ombra di dubbio, qui. In qualche modo, rimane ancora la terra delle opportunità, capace di generare nuova linfa vitale dalle proprie ceneri, come ha dimostrato l’incredibile cambiamento che è avvenuto in questi 20 anni. E’ come visitare un’altro Paese. Come contropartita, se penso all’Italia di 20 anni fa, quasi quasi mi sembra la stessa cosa di oggi: scandali, corruzione, stessi personaggi politici sulla scena, stessa paura di cambiare e di aprirsi al mondo che non ci aspetta.

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