Pereira era solo?

Stasera ho bisogno di sfogarmi in qualche modo. Forse ho bisogno di sfogarmi come quando mi capita di leggere ancora Sostiene Pereira, che ho iniziato e finito oggi, quasi tutto d’un fiato. Ho bisogno di sfogarmi perché sono lontano da casa, perché mi accorgo di tante cose di cui nessuno si accorge oppure tutti se ne accorgono ma nessuno dice nulla, eppure io non riesco a trattenermi.

A noi non ci manca quasi nulla. Siamo stati fortunati, la mia generazione, ma anche quella che ci ha preceduto, è stata fortunata. Quando avevo l’opportunità di parlare con mia nonna ancora in vita, che mi raccontava di quando dalla città in cui viveva fu costretta, incinta, con bambini piccoli al seguito, a trasferirsi nelle campagne per via dei bombardamenti, della fame e della guerra, ero troppo piccolo per capirne il significato, per afferrare il valore e il significato di quel racconto, che serviva per ricordami di quanto sono stato fortunato, ma non solo: serviva da monito o da avvertimento, perché quella fortuna non era bendata, come la dea, ma dovevo conquistarmela per mantenerla viva nel tempo. Dobbiamo conquistarcela.

Guerra, bombardamenti, sono parole che mi ricordano qualche libro di Storia, qualche rivista o fumetto, qualche bel film di guerra, girato bene. In qualche modo è come se a tutto questo sia anestetizzato, le immagini che ci arrivano sono troppo lontane per curarcene veramente, i racconti che arrivano – anche se fanno parte della storia di famiglia – sono troppo lontani temporalmente per fermarci a riflettere. In qualche modo, in un modo che io non so nemmeno, mi sembra di essere incapace di comprendere che quello era tutto vero, che lo aveva vissuto, proprio lei che era la persona più placida di questo mondo, la povertà intesa non come la mancanza della borsa griffata o dell’orologio d’oro, ma intesa come la mancanza di cibo e del poco necessario per condurre una vita normale e dignitosa. Oggi noi ci lamentiamo di una crisi, tutti i santi giorni, costantemente e continuamente, eppure mi guardo intorno e vedo che non ci manca nulla, che non ci facciamo mancare nulla, che non siamo disposti a fare dei sacrifici, a riflettere sui problemi del mondo che ci circonda come se non ci riguardassero, come se con le nostre decisioni non potremmo fare la differenza. Discutiamo invece, discutiamo di cose futili, passeggere, temporanee, effimere anche se tangibili, molto più inconsistenti di un ideale, di un principio, anche se non lo posso toccare, non lo posso ne mangiare ne vedere ne tanto meno regale a qualcuno.

Forse dovremmo ascoltare di più questi vecchi che ci parlano della guerra, degli italiani che combattevano a fianco dei tedeschi ma contro i francesi, della guerra civile spagnola e di quella che in parte è stata la guerra civile italiana, tra partigiani e fascisti. Come è successo, che un giorno, ci siamo spinti al punto di vedere nel nostro vicino, quello di casa, che parla la nostra lingua, che vive più o meno come viviamo noi, secondo le nostre tradizioni, un nemico? E’ successo dall’oggi al domani, oppure è stato un processo un lento, un po’ come quello che sta avvenendo oggi in Grecia, a cui non diamo peso, di cui non discutiamo, non diciamo nulla, non interveniamo, ma continuiamo a trascorrere la nostra vita come se non ci riguardasse. E se la cosa cominciasse a riguardarci, saremo pronti a reagire? Quando lo faremo? Quando i problemi – della globalizzazione, dei profughi, delle immigrazioni di massa, della criminalità organizzata, legati all’ambiente, alla politica, alla corruzione, della fame, della malnutrizione, dello sfruttamento, della prostituzione, dei nuovi schiavi, dei nuovi ricchi, della Cina e di quant’altro – ci arriveranno fin sotto casa, nel pratino di fronte al portone? Forse non sarà troppo tardi allora? Ci siamo accorti di come è cambiato il Mondo, noi italiani, in questi ultimi dieci anni, cinque anni, oppure no? Quando, quando alzeremo il dito per dire quello che pensiamo, come la pensiamo, per fare delle proposte o almeno delle domande? Ci sono cose che sentiamo da anni ormai, senza che si trovi, o per meglio dire si cerchi una soluzione. Si parla, e noi riponiamo il problema nel cassettino, perché per ora, intanto, l’importante è vivere. Come se quel problema non riguardasse la vita, o fintanto non ci riguardasse. Fino a quanto potrà durare?

A me non mi importa passare da bacchettone, se sono pesante, se non riesco a divertirmi. Lo so, è quello che sono. Eppure mi sembra di vedere solo amici che parlano con Siri, come se fosse una persona in carne ed ossa ed esistesse veramente, che sono coscienti dei problemi della nostra epoca come se l’unica cosa da fare è proprio quella di esserne coscienti, analizzarli nel modo migliore, farne ricerca, senza fare nulla per cercare di cambiare la situazione, forse dovremmo cambiare noi stessi in primis. Il senso di avere un problema è proprio quello di trovare una soluzione, di metterla in pratica, per cercare di risolverlo. Per cambiare, anche se il cambiamento non si sa mai in quale direzione possa condurre. E’ possibile che essere di moda, attraenti nei confronti degli altri, ci faccia effettivamente sentire meno soli? E’ possibile che l’unico modo, per far si che tutto vada bene, sia solo pensare al benessere individuale? Le cose, stanno andando effettivamente così, come abbiamo sperato o creduto? Abbiamo ancora un ideale, che sia durevole e vada aldilà delle esigenze materiali contemporanee per cui vale la pena combattere? E’ forse quello che ha spinto giovani come me, ormai più di centocinquant’anni fa, a costituire quella casa che chiamiamo Italia? E forse quella cosa che ha spinto la nascita di un senso di appartenenza a qualcosa di più grande come l’Europa dopo le tragedie della seconda guerra mondiale? Sarà solo la fame che ha spinto gli ideali della rivoluzione francese, oppure c’è qualcosa d’altro? E quando mi si dice che non faccio nulla per cambiare le cose provo pentimento perché è vero, come la vergogna che provo di fronte la mancanza di volontà che si arrende alla mia impotenza.

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2 thoughts on “Pereira era solo?

  1. gattolibero ha detto:

    Beh, molti hanno sbeffeggiato il Nobel per la Pace dato all’Europa per i 60 anni senza guerre in un continente che ne ha sempre avute. Io invece l’ho apprezzato molto e mi dispiace vedere la memoria corta della gente, o la semplice ignoranza e miopia che caratterizza buona parte delle persone. Mi fa piacere leggere il tuo post in merito e la tua consapevolezza! Fare qualcosa per migliorare il nostro Paese è dura, io ho provato a seguire alcuni movimenti politici, penso che ci vorranno tantissimi anni per riuscire a fare piccoli passi. Il modo per fare qualche passo è partecipare, costa tempo e fatica, alla fine uno dice “mi faccio la mia strada” e basta, penso alla mia nicchia e al mio benessere individuale, ma è difficile vivere bene se attorno a te tutto crolla.

  2. australopiteko ha detto:

    Hai ragione quando scrivi che “è difficile vivere bene se attorno a te tutto crolla”. Dovremmo pensarci bene, più spesso, la vita è fatta di relazioni, interazioni, altre persone. Senza, pensando solo a noi stessi, non è vita, è qualcos’altro.

    Anche a me il Nobel per la Pace all’Unione Europea sembra una scelta coraggiosa, un messaggio chiaro in un momento così difficile per tante persone: non dimentichiamoci di quello che è successo poco tempo fa.

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