Il marinaio

Ore 4:40 am – Non c’è niente da fare, non riesco proprio a dormire. Sul balcone della camera incontro il tailandese che dorme nell’altro letto a castello, al piano di sotto. Mi sembra una persona tenace e interessante, da scoprire. Sta fumando. E’ freddo stanotte. E’ da due giorni che è brutto tempo. A me sembra normale, è ottobre, e di questo periodo in Europa sta arrivando l’inverno, o almeno così dovrebbe. La via sotto di noi, nel cuore di Chinatown è finalmente calma, deserta. Si sente un piccolo rumore continuo, di un motore, forse di un gruppo elettrogeno. All’altezza dei nostri occhi, c’è un multipiano coperto in cui parcheggiare le macchine, poco più sopra degli appartamenti. Non capisco la geometria di questi edifici. Le cose più disparate sono incastrate tra di loro. Se alzo gli occhi al cielo, riesco a vedere gli ultimi piani degli uffici di Ernst & Young. Se abbasso gli occhi scorgo un topolino che fruga trai sacchi dell’immondizia lasciati vicino al cassonetto.

Dico al thailandese che il balcone del nostro appartamento mi ricorda quello di una nave. Tutto il palazzo mi ricorda una nave, in navigazione verso qualche meta esotica. Come se non ci fossero gli edifici di fronte e la strada sotto di noi. Riesco a sentire perfino il leggero dondolio del mare. Lui mi dice che ha lavorato per un po’ di tempo, più di un anno, su una nave da crociera. Venti piani. Me lo aveva già detto, ma la storia mi incuriosisce. United States, Europa. Miami, New York, i Caraibi, Venezia. Quanto è bella Venezia, mi dice. Puoi camminare a piedi, andare in giro in barca, non ci sono macchine. Hai ragione, gli rispondo. La vita lenta, la Thailandia un po’ come l’Italia, forse. Mi racconta che sulle navi, non poteva sentire i suoi genitori, suo fratello, che tra l’altro non usano internet e fino a poco fa nemmeno facebook. Non c’era modo di contattarli in alto mare. Non aveva paura delle onde. Alte fino a 7, 8 metri, con la nave, grossa quanto un grattacielo sdraiato, che oscillava da una parte all’altra. Io credo che mi sarei un pochettino spaventato. Quando di nuovo sentiva sua madre, a volte dopo due mesi, lei piangeva. Quando finalmente è tornato in Thailandia, non gli hanno più il permesso di fare quel lavoro e gli hanno chiesto di decidere dove voleva andare: Australia. Il resto è cronaca recente.

Noi siamo abituati a sentirci spesso, forse troppo. Ma un secolo fa come facevano? Qualche strumento, un secolo fa, c’era già. Torniamo un po’ più indietro. Ultimamente penso sempre di più a Cristoforo Colombo, non tanto il personaggio che ha scoperto l’America pensando che fosse l’India, il cui cognome ha ispirato il nome di uno Stato del Sud America, ma piuttosto l’uomo. Sarà che anche io mi sento un po’ alla scoperta di un nuovo mondo, uno degli ultimi ad essere colonizzato. Beh, mi domando come si sentisse a partire per quel viaggio. Diciamo che non era messo come il mio coinquilino thailandese, che almeno dopo due mesi – sigh – poteva contattare i suoi familiari. Li si partiva, e chi s’è visto s’è visto. Si partiva ma non si sapeva se si tornava indietro, anzi, molto probabilmente le probabilità erano molto remote. Con quale coraggio si faceva tutto questo? Oggi sembra che senza navigatore non possiamo più spostarci, o non siamo in grado di farlo. Credo di non riuscire nemmeno lontanamente a provare quell’adrenalina che provò Colombo quando decise di partire, verso l’ignoto. Non c’era luogo o sentire tracciato. C’era la possibilità che durante il tragitto un suo amico, un suo familiare, qualcuno a cui teneva, morisse, e lo avrebbe saputo solo mesi dopo, se fosse tornato vivo. E indietro ci è tornato, scoprendo un nuovo mondo, cambiando il corso della storia. Un uomo incosciente si definirebbe ai giorni nostri. Un uomo incosciente seguito da una ciurma incosciente al seguito. Curioso al limite dell’incoscienza. A me, pensare ad un uomo così, mi sembra quasi di pensare ad un alieno. Chi sarebbe in grado di farlo ai giorni nostri? Eppure era un uomo in carne ed ossa, come me o te. E sono passati solo 500 anni. A me non sembrano tanti 500 anni, sarà che penso sempre a quanto è vecchio questo pianeta per rendermi conto che 500 anni sono uno sputo. E lui, che fa, decide di prendere e partire così, come Buzz Lightyear, verso l’infinito e oltre.

E 3000 anni fa? Mi vengono in mente Le Storie, in cui Erodoto racconta che Dario si mette in testa di conquistare dei posti che distano 3 mesi di cammino. Riesco a immaginarmeli 3 mesi di cammino? Nemmeno lontanamente. Vuol dire alzarsi tutti i giorni, e iniziare a camminare verso una direzione, sempre la testa, per ricapitare un messaggio, e poi tornare indietro per altri 3 mesi, totale 6.

Nel frattempo la nostra vita si è allungata da allora, e le distanze, le comunicazioni, si sono accorciate. Come impieghiamo il tempo? Forse ci annoiamo di più. Mi piacerebbe avere quello spirito. Riuscire a carpirlo almeno un briciolo. Ne percepisco la forza e la necessità.

E’ l’ora di andare a dormire. Saluto il tailandese, che si fuma un’altra sigaretta prima di una doccia. Non so perché, ma quando mi congedo avverto che lui un po’ di quello spirito ce l’ha ancora.

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