Archivio mensile:novembre 2012

Sulla cucina tradizionale

Ultimamente sto provando una cucina e del cibo che non conoscevo. Ho scoperto il Bibimbap, il Bulgogi e il Kimchi, tipici piatti della cucina coreana che ho iniziato ad apprezzare. Ho iniziato a comprare anche ingredienti che prima non usavo mai, come il mango o l’avocado: al primo approccio è stato difficile persino capire come utilizzarli, tagliarli e unirli a qualcosa che già conoscevo per farne un piatto nuovo. Devo dire che la pasta con il tonno e l’avocado la proverò di nuovo, e forse non è nemmeno questa grande novità.

Tutto questo sperimentare mi ha fatto riflettere su come, anche da come trattiamo le nostre tradizioni culinarie, emerge il nostro declino. Siamo chiusi a nuove sperimentazioni e a nuovi prodotti. Ci arrocchiamo sempre più a difesa di qualcosa che consideriamo tradizionale, senza ricordarci da dove arriva la “nostra” tradizione. Penso a tre ingredienti che sono sufficienti. Il pomodoro (indispensabile per la pizza), il mais (con cui si fa la polenta) e il caffè (chi non conosce l’espresso o il cappuccino?). Tutti provengono dall’estero: i primi due dall’America, il terzo dall’Africa. Tutti sono giunti in Europa quando Venezia era la porta d’ingresso per spezie di ogni genere e cibi sconosciuti,  quando eravamo più ricettivi alle contaminazioni dall’esterno, più curiosi nei confronti delle novità e di ciò che non conoscevamo, forse quando eravamo migliori. Circa cinquecento anni fa non si sapeva nemmeno l’esistenza di queste piante dalle nostre parti, ed ora l’uso che se ne fa nella cucina italiana viene riconosciuto, da noi e dall’estero, come la nostra tradizione culinaria.

Dobbiamo aprirci, non c’è altra soluzione. Dobbiamo tornare ad essere curiosi dei cibi che non conosciamo, voraci di piatti cinesi, thailandesi, coreani, etiopi, pakistani e nepalesi. Dobbiamo sperimentare, lasciarci andare alle contaminazione e alla fantasia, usare nuove piante, radici e frutti per creare abbinamenti unici come un tempo avevano fatto con successo i nostri antenati, che hanno creato dei piatti conosciuti in tutto il Mondo.

Cosa succede in Medio Oriente?

Per capirlo si potrebbe partire dalla fine della Prima Guerra Mondiale, e dalle pesanti condizioni inflitte alla Repubblica di Weimar, che ha favorito l’ascesa di Hitler, supportato da centinaia di migliaia di persone, che ha condotto fino all’Olocausto, anch’esso organizzato da una macchina infernale organizzata da (tanti) uomini cristiani, che ha spinto molti ebrei, minacciati dopo quello che era successo in Europa, ad emigrare in America e a sognare un nuovo Stato con capitale Gerusalemme, in una striscia di terra abitata per lo più da islamici da molto tempo ormai. Una striscia di terra complicata, un condominio in parte abbandonato, che potrebbe essere definita uno scatolone di sabbia come la Libia.

Forse tutto parte da noi, dai nostri antenati europei, dall’odio che abbiamo coltivato e nutrito in passato. Forse si potrebbe risalire a prima della Grande Guerra, anzi sicuramente è possibile. La Storia è sorprendente, perché si sviluppa nel corso di centinaia di anni, e un’azione o un’evento che ci appare come stupido e banale in una parte del Pianeta potrà avere conseguenze terribili solo secoli dopo dall’altra parte. E’ come la teoria del caos, è come la leggenda (o realtà?) dell’uragano provocato dallo sbattito d’ali di uno stormo di farfalle, è come il letto del Gran Canyon formato dallo scorrere di un fiume che adesso non vediamo più: procede lentamente, in maniera quasi impercettibile, ma il risultato è catastrofico (oltre che spettacolare). Non ci sembra vero, non ci sembra possibile, non crediamo ai nostri occhi, eppure è così. 

Perché diamo così importanza a questa terra, a queste pietre, a queste mura. Non è importante dove è avvenuto quello a cui diamo così tanto valore, è importante quello che è avvenuto, e come si sono comportati questi umani fragili. 

Non è importante sapere se Gesù sia esistito veramente o no, se era il figlio di Dio o meno, non è importante nemmeno crederci: quello che è importante è ciò che ha detto, il messaggio, come si è comportato, il fatto, e soprattutto l’insegnamento che ci ha trasmetto o almeno che ne potremmo trarre: noi dobbiamo concentrarci su questo. Non importa trovarci a Beirut, a New York o a Nuova Delhi in questo Mondo, ma quello che conta è come ci comportiamo a seconda dei casi, come la signora greca e ortodossa che ha aiutato un giovane e disperato afghano ad arrivare in Italia: lei chi era? Non si sa, ma sopratutto non è importante saperlo, l’unica cosa che conta è soltanto quello che ha fatto. Lei era chiunque si sarebbe comportato come lei, da cui dobbiamo trarre ispirazione ed esempio. 

In questi giorni la mia mente torna là. Tra le strade di quella città polverosa chiamata Gerusalemme, che sembra così fondamentale per tutti quanti, o almeno per molti. Torna sulle mura di cinta decorate con il filo spinato, nei quartieri divisi per etnie, tra le gite lungo la via crucis, sulle diffidenze e sulle paure. 

Io non so come, ma dobbiamo liberarci dei simboli materiali, dobbiamo liberarci della Basilica della Natività, del Muro del Pianto, della Spianata delle Moschee, a che cosa servono se poi ci comportiamo come ci comportiamo? Dobbiamo riconoscere come sacro quello che è intangibile. Dobbiamo smetterla di mitizzare l’uomo per poter spegnere il cervello e delegare la scelta delle nostre azioni a qualcun’altro. 

Questa mattina mi son svegliato e mi chiedo “a che cosa pensano questi umani fragili, a che cosa pensano questi umani stupidi, e ho di nuovo i brividi e mi lascio prendere da domande inutili”. 

La cicala non può fare sempre affidamento sulla formica

Io non vedo lo sviluppo. Girando per la periferia di Milano come in quella di Napoli, non vedo lo sviluppo. Come abbiamo pensato di poterci sviluppare in quella maniera? Cosa intendiamo per sviluppo? Vivendo a Londra non ho visto sviluppo (e integrazione): i bianchi stanno coi bianchi, i pakistani stanno coi pakistani, gli asiatici stanno tra di loro. Ho visto solo tanta miseria e difficoltà ad andare avanti. E’ veramente questo che volevamo creare? Ci basta qualche simbolo, come l’Opera House o il Big Ben, per accontentare tutti? Non potremmo ambire a qualcosa di più che sia anche qualcosa di meno spettacolare ma più utile, sensato? Non è possibile eliminare la sofferenza da questo Mondo, è parte di noi come la felicità, ci fa crescere. Però possiamo eliminare il fatalismo, le credenze, possiamo aiutare le persone a reggersi sulle proprie gambe. Nelle ultime settimane ho avuto piacere di conversare con una mia amica sul ruolo del volontariato. Lo scopo ultimo, mi diceva, è quella di far si che non ci sia più bisogno del volontariato. Penso che per la maggiorparte delle persone che lavorano in questo settore sia difficile da ammetterlo: lo scopo ultimo, della vostra attività, e non avere bisogno di voi. Pensando a me in questo campo, mi ha aperto gli occhi: non sono nessuno per pretendere di essere la soluzione definitiva dei problemi altrui. Non è questo lo scopo, non posso trovare il mio scopo in questo. Si può aiutare le persone fino a un certo punto, ma poi devono metterci del loro per risollevarsi. Se una persona sta male, non capiremo mai la sua condizione, e rendersi conto che quella persona è sopravvissuta finora senza di noi ci deve far comprendere, innanzitutto, che non siamo indispensabili per lei. Possiamo – e dobbiamo – fare qualcosa, senza dimenticare però che lo scopo ultimo sarà quello di non avere più bisogno di noi. Prima o poi, è nostro compito metterci da parte. Forse solo così possiamo fare qualcosa di veramente utile.   

Ah, oggi penso alle bistecche a cui hanno messo il bollino come antifurto. Mi sembra tutto senza senso. Non biasimo la scelta del supermercato, anzi. Siamo arrivati veramente al punto di rubare le bistecche per mangiare? Io non ci credo, o almeno non ci voglio credo, o semplicemente spero di no perché intorno a me vedo che c’è ancora molto da tagliare, tutto il superfluo – ma non il cibo. E’ vero, ci sono tante ingiustizie da risolvere, ma prima di farci mancare il cibo – che è vita – non potremmo rinunciare a tante cose che sono veramente inutili – anche se ci dicono che fanno girare l’economia, anche se ci fanno sentire senza motivo integrati nella società, anche se ci aiutano a “percepirci” come gli altri, anche se fanno sentire cool le persone insicure, anche se parzialmente facilitano la vita nel XXI secolo – cercando di riscoprire il piacere di stare con gli altri, senza motivo, perdendo tempo, trascorrendolo nella noia? Io non credo alle spese improduttive pur di spendere. E’ meglio non fare nulla, o continuare a cercare qualcosa che sia veramente utile. Nella nostra epoca, ma forze anche in passato, la forza d’animo di una persona deriva solo da queste rinunce, da quanto è in grado di non possedere, perché solo così facendo è ancora in grado di dimostrare agli altri quanto e come è possibile vivere felici. 

Dubbio made in USA

In queste ore il mio profilo facebook è stato inondato di status dei miei amici che si complimentavano per la vittoria di Obama alle elezioni presidenziali, che avevano seguito passo passo lo scrutinio dei voti, che magari erano stati svegli tutta la notte per sapere come andava a finire. Anche se non mi sono informato troppo della campagna elettorale e dei propositi dei due candidati, prima di qualunque critica, alzo la mano per dire che sono contento anch’io di come è andata a finire.

Tuttavia, l’aspetto che più mi ha incuriosito, è il nostro – italiano, forse mondiale da quello che leggo – attaccamento viscerale a quelle che sono le elezioni di un Paese certamente ancora importante (con forti influenze geopolitiche ed economiche in tutto il Mondo) ma allo stesso tempo, come accade per l’Europa, in profonda crisi. Mi convinco sempre più che il miracolo più grande in cui sono stati abili gli Stati Uniti è stato e continua ad essere (e sarà?) quello di esportare, in poco più di 50 anni, la sua cultura nel Mondo, tanto diffusa semi coscientemente in Europa, in Australia, ma anche in paesi come la Cina o del Sud Est asiatico, quasi come se fosse la nostra, e certamente in parte lo è diventata.

Tutto questo interessamento, tifo, da parte nostra, a seguire dibattiti a volte anche mesi prima, durante la campagna elettorale statunitense, non mi è chiaro, o almeno mi fa sorgere qualche dubbio. Forse soffriamo di un fanatismo nei confronti, direi, di quella che è la nostra percezione dell’America, che non rispecchia tanto poi la realtà. E la stessa percezione distorta che abbiamo di quel Paese che ha esportato Sex and the City e Friends, facendoci dimenticare che quelli sono solo telefilm, e non rispecchiano la situazione reale del Paese. Come quando pensando all’Italia, qualcuno ci parla di pizza, mafia e mandolino (e ci infuriamo, o almeno dovremmo farlo). Non siamo più quello. O almeno non per come viene rappresentato nell’immaginario collettivo (nostro compreso). La mafia ad esempio si è organizzata, e non è certo quella con la lupara in spalla, ma piuttosto quella dei grandi appalti nel Nord Italia. Come quando basterebbe sapere che a Detroit – che ci fa venire in mente la grande industria americana – il centro città casca a pezzi e oltre l’80% della popolazione è di colore nero. Non è certo l’America che ti aspetti, non è certo quella che è rappresentata nei film di Hollywood.

Io ho l’impressione che soffriamo di un grosso provincialismo. Anche i nostri leader hanno bisogno di paragonarsi ad Obama per trovare una definizione (ogni tanto ritorna in voga “l’Obama italiano qua, l’Obama italiano là”, domanda: a chi si riferisce Obama, se tutti hanno come riferimento lui?). Non penso che nessuno dei miei amici farà la maratona per capire chi sarà, ad aprile, il prossimo Presidente della Repubblica italiana, a meno che Berlusconi non cambi idea ancora una volta e decida di candidarsi: in questo caso è molto probabile che si riuniscano i due schieramenti più faziosi, uno da una parte e uno dall’altra, a darsi battaglia a suon di exit poll tutta la notte. Invece dovremmo mobilitarci tra qualche mese, perché è una cosa che ci riguarda da vicino, che riguarda il nostro quotidiano e le nostre vite come nessun’altra cosa, ancor di più in un momento così difficile.

Se non è una questione culturale, perché allora non ci interessiamo delle elezioni – anche se non possono essere definite democratiche, ma questo è un altro discorso – in Cina, o di quelle di un grande Paese democratico come l’India? Non ci interessiamo delle elezioni di partner commerciali e politici più vicini a noi, come gli altri Stati europei, oppure di qualche organo dell’Unione Europea. Mi sembra che in questo siamo sempre un passo indietro, invece che cercare di comprendere le tendenze di fondo a cui assistiamo impotenti. Gli equilibri su cui si basa il Mondo sono palesemente anacronistici, lo erano già 20 anni fa, forse all’epoca era più difficile accorgersene, ma adesso è tutto molto più chiaro. Noi europei non lo vogliamo accettare, non siamo disposti ad informarci, a conoscere, a sapere cosa succede più a Est di noi, o più a Sud di noi invece che strizzare l’occhiolino sempre ad Ovest, lungo gli stessi paralleli per giunta. Parliamo ancora di Terzo mondo, senza accorgerci che ce le abbiamo dentro casa, a ben intendere non quello degli immigrati dai Paesi un tempo definiti così – ed è una definizione che dovremmo al più presto rivedere, sempre se vogliamo cercare di vedere le cose per come stanno – ma quello composto dal nostro vicino di casa, da noi “italiani”, sempre più poveri, senza futuro e senza prospettive, quasi rassegnati ad una lenta agonia prima della fine.

Forse cogliere i problemi che stanno intorno a noi (vicino, temporalmente e spazialmente), nella loro reale gravità, ci permetterebbe di ricorrere ad una soluzione che è indubbiamente alla nostra portata, di singoli esseri umani spesso ininfluenti nel Mondo ma potenti nel loro piccolo. O per dirla come il saggio, stiamo lì a fissare il dito mentre dovremmo riuscire a cogliere la luna, o almeno il suo riflesso.