Dubbio made in USA

In queste ore il mio profilo facebook è stato inondato di status dei miei amici che si complimentavano per la vittoria di Obama alle elezioni presidenziali, che avevano seguito passo passo lo scrutinio dei voti, che magari erano stati svegli tutta la notte per sapere come andava a finire. Anche se non mi sono informato troppo della campagna elettorale e dei propositi dei due candidati, prima di qualunque critica, alzo la mano per dire che sono contento anch’io di come è andata a finire.

Tuttavia, l’aspetto che più mi ha incuriosito, è il nostro – italiano, forse mondiale da quello che leggo – attaccamento viscerale a quelle che sono le elezioni di un Paese certamente ancora importante (con forti influenze geopolitiche ed economiche in tutto il Mondo) ma allo stesso tempo, come accade per l’Europa, in profonda crisi. Mi convinco sempre più che il miracolo più grande in cui sono stati abili gli Stati Uniti è stato e continua ad essere (e sarà?) quello di esportare, in poco più di 50 anni, la sua cultura nel Mondo, tanto diffusa semi coscientemente in Europa, in Australia, ma anche in paesi come la Cina o del Sud Est asiatico, quasi come se fosse la nostra, e certamente in parte lo è diventata.

Tutto questo interessamento, tifo, da parte nostra, a seguire dibattiti a volte anche mesi prima, durante la campagna elettorale statunitense, non mi è chiaro, o almeno mi fa sorgere qualche dubbio. Forse soffriamo di un fanatismo nei confronti, direi, di quella che è la nostra percezione dell’America, che non rispecchia tanto poi la realtà. E la stessa percezione distorta che abbiamo di quel Paese che ha esportato Sex and the City e Friends, facendoci dimenticare che quelli sono solo telefilm, e non rispecchiano la situazione reale del Paese. Come quando pensando all’Italia, qualcuno ci parla di pizza, mafia e mandolino (e ci infuriamo, o almeno dovremmo farlo). Non siamo più quello. O almeno non per come viene rappresentato nell’immaginario collettivo (nostro compreso). La mafia ad esempio si è organizzata, e non è certo quella con la lupara in spalla, ma piuttosto quella dei grandi appalti nel Nord Italia. Come quando basterebbe sapere che a Detroit – che ci fa venire in mente la grande industria americana – il centro città casca a pezzi e oltre l’80% della popolazione è di colore nero. Non è certo l’America che ti aspetti, non è certo quella che è rappresentata nei film di Hollywood.

Io ho l’impressione che soffriamo di un grosso provincialismo. Anche i nostri leader hanno bisogno di paragonarsi ad Obama per trovare una definizione (ogni tanto ritorna in voga “l’Obama italiano qua, l’Obama italiano là”, domanda: a chi si riferisce Obama, se tutti hanno come riferimento lui?). Non penso che nessuno dei miei amici farà la maratona per capire chi sarà, ad aprile, il prossimo Presidente della Repubblica italiana, a meno che Berlusconi non cambi idea ancora una volta e decida di candidarsi: in questo caso è molto probabile che si riuniscano i due schieramenti più faziosi, uno da una parte e uno dall’altra, a darsi battaglia a suon di exit poll tutta la notte. Invece dovremmo mobilitarci tra qualche mese, perché è una cosa che ci riguarda da vicino, che riguarda il nostro quotidiano e le nostre vite come nessun’altra cosa, ancor di più in un momento così difficile.

Se non è una questione culturale, perché allora non ci interessiamo delle elezioni – anche se non possono essere definite democratiche, ma questo è un altro discorso – in Cina, o di quelle di un grande Paese democratico come l’India? Non ci interessiamo delle elezioni di partner commerciali e politici più vicini a noi, come gli altri Stati europei, oppure di qualche organo dell’Unione Europea. Mi sembra che in questo siamo sempre un passo indietro, invece che cercare di comprendere le tendenze di fondo a cui assistiamo impotenti. Gli equilibri su cui si basa il Mondo sono palesemente anacronistici, lo erano già 20 anni fa, forse all’epoca era più difficile accorgersene, ma adesso è tutto molto più chiaro. Noi europei non lo vogliamo accettare, non siamo disposti ad informarci, a conoscere, a sapere cosa succede più a Est di noi, o più a Sud di noi invece che strizzare l’occhiolino sempre ad Ovest, lungo gli stessi paralleli per giunta. Parliamo ancora di Terzo mondo, senza accorgerci che ce le abbiamo dentro casa, a ben intendere non quello degli immigrati dai Paesi un tempo definiti così – ed è una definizione che dovremmo al più presto rivedere, sempre se vogliamo cercare di vedere le cose per come stanno – ma quello composto dal nostro vicino di casa, da noi “italiani”, sempre più poveri, senza futuro e senza prospettive, quasi rassegnati ad una lenta agonia prima della fine.

Forse cogliere i problemi che stanno intorno a noi (vicino, temporalmente e spazialmente), nella loro reale gravità, ci permetterebbe di ricorrere ad una soluzione che è indubbiamente alla nostra portata, di singoli esseri umani spesso ininfluenti nel Mondo ma potenti nel loro piccolo. O per dirla come il saggio, stiamo lì a fissare il dito mentre dovremmo riuscire a cogliere la luna, o almeno il suo riflesso.

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