Cosa succede in Medio Oriente?

Per capirlo si potrebbe partire dalla fine della Prima Guerra Mondiale, e dalle pesanti condizioni inflitte alla Repubblica di Weimar, che ha favorito l’ascesa di Hitler, supportato da centinaia di migliaia di persone, che ha condotto fino all’Olocausto, anch’esso organizzato da una macchina infernale organizzata da (tanti) uomini cristiani, che ha spinto molti ebrei, minacciati dopo quello che era successo in Europa, ad emigrare in America e a sognare un nuovo Stato con capitale Gerusalemme, in una striscia di terra abitata per lo più da islamici da molto tempo ormai. Una striscia di terra complicata, un condominio in parte abbandonato, che potrebbe essere definita uno scatolone di sabbia come la Libia.

Forse tutto parte da noi, dai nostri antenati europei, dall’odio che abbiamo coltivato e nutrito in passato. Forse si potrebbe risalire a prima della Grande Guerra, anzi sicuramente è possibile. La Storia è sorprendente, perché si sviluppa nel corso di centinaia di anni, e un’azione o un’evento che ci appare come stupido e banale in una parte del Pianeta potrà avere conseguenze terribili solo secoli dopo dall’altra parte. E’ come la teoria del caos, è come la leggenda (o realtà?) dell’uragano provocato dallo sbattito d’ali di uno stormo di farfalle, è come il letto del Gran Canyon formato dallo scorrere di un fiume che adesso non vediamo più: procede lentamente, in maniera quasi impercettibile, ma il risultato è catastrofico (oltre che spettacolare). Non ci sembra vero, non ci sembra possibile, non crediamo ai nostri occhi, eppure è così. 

Perché diamo così importanza a questa terra, a queste pietre, a queste mura. Non è importante dove è avvenuto quello a cui diamo così tanto valore, è importante quello che è avvenuto, e come si sono comportati questi umani fragili. 

Non è importante sapere se Gesù sia esistito veramente o no, se era il figlio di Dio o meno, non è importante nemmeno crederci: quello che è importante è ciò che ha detto, il messaggio, come si è comportato, il fatto, e soprattutto l’insegnamento che ci ha trasmetto o almeno che ne potremmo trarre: noi dobbiamo concentrarci su questo. Non importa trovarci a Beirut, a New York o a Nuova Delhi in questo Mondo, ma quello che conta è come ci comportiamo a seconda dei casi, come la signora greca e ortodossa che ha aiutato un giovane e disperato afghano ad arrivare in Italia: lei chi era? Non si sa, ma sopratutto non è importante saperlo, l’unica cosa che conta è soltanto quello che ha fatto. Lei era chiunque si sarebbe comportato come lei, da cui dobbiamo trarre ispirazione ed esempio. 

In questi giorni la mia mente torna là. Tra le strade di quella città polverosa chiamata Gerusalemme, che sembra così fondamentale per tutti quanti, o almeno per molti. Torna sulle mura di cinta decorate con il filo spinato, nei quartieri divisi per etnie, tra le gite lungo la via crucis, sulle diffidenze e sulle paure. 

Io non so come, ma dobbiamo liberarci dei simboli materiali, dobbiamo liberarci della Basilica della Natività, del Muro del Pianto, della Spianata delle Moschee, a che cosa servono se poi ci comportiamo come ci comportiamo? Dobbiamo riconoscere come sacro quello che è intangibile. Dobbiamo smetterla di mitizzare l’uomo per poter spegnere il cervello e delegare la scelta delle nostre azioni a qualcun’altro. 

Questa mattina mi son svegliato e mi chiedo “a che cosa pensano questi umani fragili, a che cosa pensano questi umani stupidi, e ho di nuovo i brividi e mi lascio prendere da domande inutili”. 

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