Archivio mensile:dicembre 2012

Storie da farm

Abbiamo rivisto l’alba questa mattina. Una palla di fuoco sorgere sulla linea dell’orizzonte, tra le foreste di eucalipti. La volta scorsa eravamo al McDonald’s, punto di riferimento di ogni piccolo centro, soprattutto fuori dalla City. 

Il farmer ci ha parlato con orgoglio della sua piantagione di finger lime dalle diverse varietà, uno dei pochi coltivatori (sono solo 3 in Australia) a possederle tutte. A quanto dice le spedisce in tutto il mondo attraverso un mercato all’ingrosso di Melbourne, nei ristoranti più famosi, in cui è conosciuto anche come citrus caviar, il caviale di agrumi, per la somiglianza con le più note uova di storione. Nei giorni scorsi ci ha portato in giro nella sua land, a lavare i tappeti asiatici giù al fiume, tra le piante di macadamia, nel capanno degli attrezzi dove un marchingegno ingegnoso separa i frutti per grandezza.

Ho visto per la prima volta la pianta del caffè, ne abbiamo mangiato il guscio rosso e sputato i due chicchi bianchi, non  ancora maturi, gli stessi chicchi che una volta tostati e macinati produrranno il caffè come lo conosciamo noi, come ci è più familiare. E assurdo pensare che consumiamo caffè per tutta la vita e conosciamo solo il prodotto finale, quella polverina marrone scuro o quei chicchi dello stesso colore, così diversi da come appaiono in natura. Dovrebbero vederli tutti dal vivo, per capire quanto difficile sia raccoglierne i frutti, quanto sia laborioso il processo di tostatura: forse lo apprezzeremo di più tutte le volte che lo beviamo, forse saremo disposti a pagarlo di più ai produttori dell’Africa e dell’America Latina, forse ne consumeremo di meno, con più attenzione e parsimonia, come si fa quando si gusta qualcosa di prezioso e raro. Quella del caffè è una pianta delle dimensioni di un piccolo albero che ignoranti come siamo non sapremo riconoscere nemmeno se andremo a sbatterci contro. La nostra impreparazione in materia equivale a quella di chi s’immagina che le salcicce spuntano appese dagli alberi. Continuando di questo passo, non saranno pochi. E’ sconcertante. 

Ho raccolto un po’ di campioni di piante da portare con me. Come quella del pepe nero australiano, che non è una pianta del pepe vera e propria ma un suo sostituto. Dalle foglie, una volta essiccate e macinate, si ottiene una polverina simile per sapore alle bacche del pepe comune che conosciamo. Dalla corteccia di un albero si ricava la cannella – si, avete capito bene, cannella – con cui aromatizziamo i nostri piatti e produciamo perfino delle gomme da masticare. E poi ancora i frutti di macadamia, di finger lime, le piante di cannabis, le foglie di una pianta chiamata miraa o khat che, se masticate come le foglie della coca, fa rimanere svegli, allevia lo sforzo fisico e alimenta il desiderio sessuale. La cultura occidentale, con i suoi tabù e moralismi, è riuscita nell’assurdità di dividere perfino le piante, che sono qualcosa di naturale, in quelle buone e quelle cattive, in quelle utili e quelle inutili, in quelle di cui si può parlare e quelle di cui solo citarne il nome è un tabù e crea scompiglio. Ci sono delle piante che sono intrise nella cultura di un popolo da millenni, come la coca per nelle popolazioni indigene sudamericane o alcune spezie particolari per l’Asia. Toccare con mano questi frutti che almeno secondo i credenti sono stati creati per volere di Dio rende le nostre “leggine” e imposizioni ridicole e patetiche, perché pretendono di cancellare con un colpo di bacchetta magica storia, cultura, tradizioni, conoscenze. Certamente, l’uso distorto che l’Occidente ha fatto di alcuni derivati del mondo naturale, ha sconvolto il significato di alcune piante che invece andrebbero studiate per i loro sbalorditivi principi curativi ancora in parte sconosciuti.    

Il nostro amico che vive ai margini della società mi ha colpito. Ha studiato Social Science e Journalism all’Università, eppure dopo una vita da vagabondo e svariati lavori manuali ha deciso di ritirarsi, dodici anni fa, in quest’eremo. Tuttavia s’interessa ancora al mondo contemporaneo, e questo lo dimostra dal fatto che pochi giorni dopo la caduta del governo Monti e il ritorno di Berlusconi lui lo sapeva ed era pronto a discuterne con me. Negli anni Settanta aspetta che finisca la guerra del Vietnam, o almeno il coinvolgimento nel conflitto dell’Australia, uno degli alleati americani, e fugge in Sud Africa. Siamo nel 1973 e viaggiare non era certamente come oggi, non esistevano le maps e le applications di cui disponiamo, non poteva “geolocalizzarsi”, bisognava affidarsi al proprio intuito, acutizzare i sensi e qualche volta sperare nella buona sorte. Viaggia per quattro anni in Asia: non ho afferrato se ha partecipato o meno a quella famigerata guerra, anche se porta diverse cicatrici sul suo corpo, magari dovute a qualcos’altro. L’Asia dell’epoca, così differente, lenta ed esotica, gli è rimasta nel cuore, insieme a tutti gli oggetti provenienti da quel mondo con cui ha arredato la sua dimora: tavolini bassi e finemente decorati, amuleti di ogni sorta e piccoli buddha, tre statue cinesi che rappresentano la legge, la salute e la fortuna, utensili da cucina di bambù.  

Ci ha parlato della guerra, di come le proteste pacifiste siano iniziate, a suo dire, in Australia e poi solo successivamente negli States, ci ha raccontato di quando commerciava la marijuana in UK e come riusciva a trasportarla dal Marocco attraverso il Belgio con due passaporti diversi. Io non penso che le storie di questo vecchio siano tutte vere, ma piuttosto mezze verità. Ha imparato a fare il carpentiere navale, costruendo piccole imbarcazioni e barche a vela, una conservata nella rimessa insieme ad un container merci polacco grande abbastanza da contenere due trattori che solo Dio sa come sia arrivato fin lassù perché io non riesco ad immaginarmelo proprio. Insieme a qualche modellino di nave fatto da lui, ha tirato fuori due biciclette da corsa, che dopo qualche peripezia il giorno dopo lungo la costa abbiamo deciso di portarci via imballate dentro due scatoloni. La sua biblioteca è piccola ma ben fornita. Ho notato qualche classico, come Moby Dick, libri di sociologia e scienze sociali, probabilmente risalenti ai suoi studi, atlanti di cinquant’anni fa, libri di botanica sulle piante commestibili, la storia dell’arte di Gombrich e testi storici sulla gold rush australiana.  

Abbiamo fatto il bagno a Shelly beach, un tempo chiamata Italian beach per via di un gruppo di pescatori italiani stanziatisi alla foce del Nambucca negli anni Venti, chissà da quale borgo marino del nostro Paese – non so perché, ma mi piace immaginare dalla Liguria. Il nostro viaggio non è ancora finito, siamo quasi arrivati nella City, ma qualcuno ha deciso di buttarsi sui binari. Welcome back to civilization. 

Prove di velocità

Finalmente non sento più i rumori della città. Anche se siamo vicini ad un’autostrada tutto tace. Stanotte so già che non dormirò, sono sveglio come non mai. Di tanto in tanto si sente un colpo secco sui finestrini dell’autobus fermo nella stazione di servizio: sono scarabei. Ce ne sono a centinaia di forme e colori diversi, schiacciati dalle ruote delle auto, attratti dalle luci del benzinaio. Tanti di loro sono ribaltati, immobili, come morti, in attesa che qualcosa succeda, come essere schiacciati appunti. Osservo l’area di sosta: vendono lo stesso caffè del ristorante dove lavoro e riconosco le tazze che hanno in dotazione. Quando vado a pagare al bancone del bar, scopro due simpatiche mini torte natalizie a forma di stella gluten free. Vederle fin quaggiù mi fa sorridere, non perdo la speranza, sono tentato di comprarle ma alla fine non lo faccio. Ho chiesto all’autista se ci fa scendere in un punto in cui l’autobus non si ferma, in cui abbiamo appuntamento con il nostro contatto. E’ stato molto gentile, ha detto che non c’è nessun problema, basta ricordarglielo in prossimità della meta. Ho come l’impressione  – da come mi ha risposto – che tutti siano al corrente di cosa siamo venuti a fare. Ha ripetuto quel nome, rimarcandolo, come per dire “Ah, ecco dove siete diretti realmente”. Il luogo dell’appuntamento è un McDonald’s. E’ solo un presentimento, ma penso che ce ne siano parecchi da queste parti, come le chiese in Italia. Almeno una anche per la più piccola comunità.

Osservo i miei compagni di viaggio dormire, forse dovrei farlo anche io. I nostri compagni di viaggio sono una decina, un gruppo assortito. Abbiamo subito socializzato con un italiano, c’è una ragazza che mi incuriosisce dietro di me, riconosco qualche tedesco e backpackers europei, ci sarà certamente qualche australiano. Non può mancare il locco di turno, che lo osservo ciondolarsi nei pressi della stazione di servizio, né un signore di mezza età che ha destato la mia curiosità fin da subito, vestito come un esploratore d’altri tempi.

Non ho voglia di tornare indietro tra qualche giorno. Amo viaggiare. Chissà come sarà quando partirò veramente?

Natale al fronte

Recandomi al lavoro oggi, in maglietta, pantaloncini corti ed infradito, ho incontrato dentro la stazione del metrò un ragazzotto che chiedeva l’elemosina, forse un backpacker, forse no. Di fronte a lui, esattamente di fronte a lui, c’erano due signore di mezza età, con un cappello da babbo natale in testa, in piedi, che intonavano canzoni natalizie e chiedevano delle offerte ai passanti. “Erano gli uni di fronte agli altri ma non si guardavano”, si potrebbe dire. Le signore avevano un secchiello colorato, il giovanotto un cappello sgualcito. Lui era (o anche “se faceva finta” poco importa in questo caso) il povero, loro erano quelle che raccoglievano soldi per i poveri. Loro il povero ce l’avevano di fronte. Lui aveva loro di fronte a cui poteva chiedere una mano. Era uno scontro tra titani in qualche modo, indifferenze e diffidenze, solitudini allo stesso modo. Non siamo più capaci di comunicare tra umani sconosciuti. Non penso sia una dote, è uno stato d’essere che si insegna, è un’empatia che va allevata e nutrita. Sono due lati di una sola medaglia diventati la cosa più difficile da fare: dare una mano a chi ha bisogno e chiedere aiuto a chi può darlo. Ci hanno detto che non dobbiamo immischiarci dei fatti altrui, e con questa scusa stiamo a debita distanza. Ci hanno detto che dobbiamo cavarcela da soli, che essere forti vuol dire non chiedere mai nulla a nessuno: non è vero. Non so cosa sia più difficile, se permettere di farsi aiutare quando se ne ha bisogno oppure riuscire a essere fattivamente utili, non solo allo scopo di lavarci la coscienza e stare “meno” male. Avrei voluto rivolgere le mie parole alle signore, per dirgli che avevano di fronte un giovane che forse aveva bisogno di un supporto, avrei voluto rivolgere le mie parole a quel giovane, per dirgli che poteva rivolgersi a quelle signore se ne avesse sentito la necessità, senza vergogna e arroganza. Non l’ho fatto, sono rimasto impalato a guardare quella scena per qualche istante, ipnotizzato, come sempre senza fare nulla, sopraffatto da quella sensazione che mi hanno inculcato – di questo ne sono convinto – di intromissione e impotenza.

Il Natale si avvicina, anche se a me qua non pare Natale. Sarà il sole, le magliette corte e i pantaloncini, le infradito, le decorazioni kitsch, le piante in fiore e quant’altro. Farà strano solo a me perché per chi è nato e cresciuto qui (anche) questo è il Natale. A prescindere dagli alberi decorati con i fiocchi di neve, dalle renne vestite di sciarpe e cappelli di flanella, dai cartoni animati tra valli innevate e paesini di montagna. No, questo Natale sarà diverso.

Alla ricerca di qual(cosa)

Prendendo spunto dall’ultimo libro, mi è venuta voglia di contare gli oggetti – ogni singolo oggetto – che ho intorno a me. Devo dire che io mi sono annoiato quasi subito. A una certa, dopo che siete arrivati a un centinaio, magari per i più coraggiosi il doppio, vi stancherete. Questo passatempo, che dovrebbe aiutare a farci riflettere, è vecchio come il cucco, quindi non vi consiglio di perderci troppo tempo, non vi aiuterà a cambiare. Tuttavia, proseguendo nella conta, quello che ho fatto piuttosto che numerarli, è stato guardarli più attentamente: e a voi, come vi sembrano?

In questi giorni, dopo l’ennesimo trasloco, sto girando per grandi centri commerciali per con l’obiettivo formale di cercare di superare il mio malessere per lo shopping e più praticamente per fornirmi di quelle due/tre cose che mi renderebbero la vita più semplice, come un tappetino per il cesso o uno scolapiatti per il lavandino. Come da pronostico, questo piccolo tour ha fallito miseramente ma in compenso mi ha dato grande ispirazione. A parte essermi imbattuto su vagonate di gadget natalizi di dubbia utilità, su cui dovrò tornare con un post a parte – come ad esempio una testa mozzata di babbo natale, fornita di pannello solare sopra il cappello e picchetto nell’altra estremità da piantare comodamente in giardino (credo che si illumini a una certa) – mi sono anche accorto di come, delle migliaia di cose che avevo intorno a me, la maggiorparte era di una bellezza o qualità abbastanza infima.

Adesso che guardo meglio per casa, anche senza bisogno di andare in giro, mi rendo di quante cose, di cui ci circondiamo, che sono brutte, fatte male, poco curate nei particolari e nel progetto. Non parlo di quelli oggetti a cui, per un motivo o per l’altro, siamo affezionati a prescindere (a volte) dalla loro bellezza. Ma piuttosto dei piccoli oggetti che compriamo più spesso di quanto si pensi senza rifletterci due volte, tipo gli utensili di cucina o i mobili multiuso di compensato che si sgretolano. Qui diciamo che ci mettono un carico da novanta visto che quasi tutta la produzione arriva dalla Cina e praticamente è solo di serie.

Cominciando ad avere di meno per avere di più (in bellezza) potrebbe essere un buon inizio per cambiare rotta. Detto in maniera più chiara, scegliere meno ma scegliere cose di qualità. Abituare l’occhio come si fa di fronte ad un’opera d’arte. Ho l’impressione che ci siamo pian piano disabituati al bello, alla qualità, alle cose fatte con cura, alla finitura fatta bene anche quando non si vede, a curare un gusto estetico che non sorge spontaneo ed innato nelle persone, ma deve essere alimentato ed accudito poco a poco.