Natale al fronte

Recandomi al lavoro oggi, in maglietta, pantaloncini corti ed infradito, ho incontrato dentro la stazione del metrò un ragazzotto che chiedeva l’elemosina, forse un backpacker, forse no. Di fronte a lui, esattamente di fronte a lui, c’erano due signore di mezza età, con un cappello da babbo natale in testa, in piedi, che intonavano canzoni natalizie e chiedevano delle offerte ai passanti. “Erano gli uni di fronte agli altri ma non si guardavano”, si potrebbe dire. Le signore avevano un secchiello colorato, il giovanotto un cappello sgualcito. Lui era (o anche “se faceva finta” poco importa in questo caso) il povero, loro erano quelle che raccoglievano soldi per i poveri. Loro il povero ce l’avevano di fronte. Lui aveva loro di fronte a cui poteva chiedere una mano. Era uno scontro tra titani in qualche modo, indifferenze e diffidenze, solitudini allo stesso modo. Non siamo più capaci di comunicare tra umani sconosciuti. Non penso sia una dote, è uno stato d’essere che si insegna, è un’empatia che va allevata e nutrita. Sono due lati di una sola medaglia diventati la cosa più difficile da fare: dare una mano a chi ha bisogno e chiedere aiuto a chi può darlo. Ci hanno detto che non dobbiamo immischiarci dei fatti altrui, e con questa scusa stiamo a debita distanza. Ci hanno detto che dobbiamo cavarcela da soli, che essere forti vuol dire non chiedere mai nulla a nessuno: non è vero. Non so cosa sia più difficile, se permettere di farsi aiutare quando se ne ha bisogno oppure riuscire a essere fattivamente utili, non solo allo scopo di lavarci la coscienza e stare “meno” male. Avrei voluto rivolgere le mie parole alle signore, per dirgli che avevano di fronte un giovane che forse aveva bisogno di un supporto, avrei voluto rivolgere le mie parole a quel giovane, per dirgli che poteva rivolgersi a quelle signore se ne avesse sentito la necessità, senza vergogna e arroganza. Non l’ho fatto, sono rimasto impalato a guardare quella scena per qualche istante, ipnotizzato, come sempre senza fare nulla, sopraffatto da quella sensazione che mi hanno inculcato – di questo ne sono convinto – di intromissione e impotenza.

Il Natale si avvicina, anche se a me qua non pare Natale. Sarà il sole, le magliette corte e i pantaloncini, le infradito, le decorazioni kitsch, le piante in fiore e quant’altro. Farà strano solo a me perché per chi è nato e cresciuto qui (anche) questo è il Natale. A prescindere dagli alberi decorati con i fiocchi di neve, dalle renne vestite di sciarpe e cappelli di flanella, dai cartoni animati tra valli innevate e paesini di montagna. No, questo Natale sarà diverso.

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