Storie da farm

Abbiamo rivisto l’alba questa mattina. Una palla di fuoco sorgere sulla linea dell’orizzonte, tra le foreste di eucalipti. La volta scorsa eravamo al McDonald’s, punto di riferimento di ogni piccolo centro, soprattutto fuori dalla City. 

Il farmer ci ha parlato con orgoglio della sua piantagione di finger lime dalle diverse varietà, uno dei pochi coltivatori (sono solo 3 in Australia) a possederle tutte. A quanto dice le spedisce in tutto il mondo attraverso un mercato all’ingrosso di Melbourne, nei ristoranti più famosi, in cui è conosciuto anche come citrus caviar, il caviale di agrumi, per la somiglianza con le più note uova di storione. Nei giorni scorsi ci ha portato in giro nella sua land, a lavare i tappeti asiatici giù al fiume, tra le piante di macadamia, nel capanno degli attrezzi dove un marchingegno ingegnoso separa i frutti per grandezza.

Ho visto per la prima volta la pianta del caffè, ne abbiamo mangiato il guscio rosso e sputato i due chicchi bianchi, non  ancora maturi, gli stessi chicchi che una volta tostati e macinati produrranno il caffè come lo conosciamo noi, come ci è più familiare. E assurdo pensare che consumiamo caffè per tutta la vita e conosciamo solo il prodotto finale, quella polverina marrone scuro o quei chicchi dello stesso colore, così diversi da come appaiono in natura. Dovrebbero vederli tutti dal vivo, per capire quanto difficile sia raccoglierne i frutti, quanto sia laborioso il processo di tostatura: forse lo apprezzeremo di più tutte le volte che lo beviamo, forse saremo disposti a pagarlo di più ai produttori dell’Africa e dell’America Latina, forse ne consumeremo di meno, con più attenzione e parsimonia, come si fa quando si gusta qualcosa di prezioso e raro. Quella del caffè è una pianta delle dimensioni di un piccolo albero che ignoranti come siamo non sapremo riconoscere nemmeno se andremo a sbatterci contro. La nostra impreparazione in materia equivale a quella di chi s’immagina che le salcicce spuntano appese dagli alberi. Continuando di questo passo, non saranno pochi. E’ sconcertante. 

Ho raccolto un po’ di campioni di piante da portare con me. Come quella del pepe nero australiano, che non è una pianta del pepe vera e propria ma un suo sostituto. Dalle foglie, una volta essiccate e macinate, si ottiene una polverina simile per sapore alle bacche del pepe comune che conosciamo. Dalla corteccia di un albero si ricava la cannella – si, avete capito bene, cannella – con cui aromatizziamo i nostri piatti e produciamo perfino delle gomme da masticare. E poi ancora i frutti di macadamia, di finger lime, le piante di cannabis, le foglie di una pianta chiamata miraa o khat che, se masticate come le foglie della coca, fa rimanere svegli, allevia lo sforzo fisico e alimenta il desiderio sessuale. La cultura occidentale, con i suoi tabù e moralismi, è riuscita nell’assurdità di dividere perfino le piante, che sono qualcosa di naturale, in quelle buone e quelle cattive, in quelle utili e quelle inutili, in quelle di cui si può parlare e quelle di cui solo citarne il nome è un tabù e crea scompiglio. Ci sono delle piante che sono intrise nella cultura di un popolo da millenni, come la coca per nelle popolazioni indigene sudamericane o alcune spezie particolari per l’Asia. Toccare con mano questi frutti che almeno secondo i credenti sono stati creati per volere di Dio rende le nostre “leggine” e imposizioni ridicole e patetiche, perché pretendono di cancellare con un colpo di bacchetta magica storia, cultura, tradizioni, conoscenze. Certamente, l’uso distorto che l’Occidente ha fatto di alcuni derivati del mondo naturale, ha sconvolto il significato di alcune piante che invece andrebbero studiate per i loro sbalorditivi principi curativi ancora in parte sconosciuti.    

Il nostro amico che vive ai margini della società mi ha colpito. Ha studiato Social Science e Journalism all’Università, eppure dopo una vita da vagabondo e svariati lavori manuali ha deciso di ritirarsi, dodici anni fa, in quest’eremo. Tuttavia s’interessa ancora al mondo contemporaneo, e questo lo dimostra dal fatto che pochi giorni dopo la caduta del governo Monti e il ritorno di Berlusconi lui lo sapeva ed era pronto a discuterne con me. Negli anni Settanta aspetta che finisca la guerra del Vietnam, o almeno il coinvolgimento nel conflitto dell’Australia, uno degli alleati americani, e fugge in Sud Africa. Siamo nel 1973 e viaggiare non era certamente come oggi, non esistevano le maps e le applications di cui disponiamo, non poteva “geolocalizzarsi”, bisognava affidarsi al proprio intuito, acutizzare i sensi e qualche volta sperare nella buona sorte. Viaggia per quattro anni in Asia: non ho afferrato se ha partecipato o meno a quella famigerata guerra, anche se porta diverse cicatrici sul suo corpo, magari dovute a qualcos’altro. L’Asia dell’epoca, così differente, lenta ed esotica, gli è rimasta nel cuore, insieme a tutti gli oggetti provenienti da quel mondo con cui ha arredato la sua dimora: tavolini bassi e finemente decorati, amuleti di ogni sorta e piccoli buddha, tre statue cinesi che rappresentano la legge, la salute e la fortuna, utensili da cucina di bambù.  

Ci ha parlato della guerra, di come le proteste pacifiste siano iniziate, a suo dire, in Australia e poi solo successivamente negli States, ci ha raccontato di quando commerciava la marijuana in UK e come riusciva a trasportarla dal Marocco attraverso il Belgio con due passaporti diversi. Io non penso che le storie di questo vecchio siano tutte vere, ma piuttosto mezze verità. Ha imparato a fare il carpentiere navale, costruendo piccole imbarcazioni e barche a vela, una conservata nella rimessa insieme ad un container merci polacco grande abbastanza da contenere due trattori che solo Dio sa come sia arrivato fin lassù perché io non riesco ad immaginarmelo proprio. Insieme a qualche modellino di nave fatto da lui, ha tirato fuori due biciclette da corsa, che dopo qualche peripezia il giorno dopo lungo la costa abbiamo deciso di portarci via imballate dentro due scatoloni. La sua biblioteca è piccola ma ben fornita. Ho notato qualche classico, come Moby Dick, libri di sociologia e scienze sociali, probabilmente risalenti ai suoi studi, atlanti di cinquant’anni fa, libri di botanica sulle piante commestibili, la storia dell’arte di Gombrich e testi storici sulla gold rush australiana.  

Abbiamo fatto il bagno a Shelly beach, un tempo chiamata Italian beach per via di un gruppo di pescatori italiani stanziatisi alla foce del Nambucca negli anni Venti, chissà da quale borgo marino del nostro Paese – non so perché, ma mi piace immaginare dalla Liguria. Il nostro viaggio non è ancora finito, siamo quasi arrivati nella City, ma qualcuno ha deciso di buttarsi sui binari. Welcome back to civilization. 

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