Archivio mensile:gennaio 2013

Dalla lettera di un’abusata

“Voi siete sicuri che volete sapere perché vi odio così tanto?

Siete proprio sicuri che volte saperlo, a costo di rovinarvi la vita per sempre? Lo avete voluto voi, io ho provato a proteggervi fino adesso, cosa che voi non siete riusciti a fare con me anche se era il vostro unico compito. Avete fallito.

Vi odio perché non vi siete mai accorti di nulla. Vi preoccupavate solo di passare l’immagine della famiglia medio borghese in cui tutto andava bene. Vi domandate perché sono così adesso?

Io non provo più nulla dopo quello che è successo. Nessun sentimento. Non riesco ad avere la ben che minima relazione intima con qualcuno. Non riesco ad intessere nessun legame affettivo. Non provo più nulla per colpa vostra!

Per colpa di quello che non avete fatto, per colpa di quello di cui non vi siete accorti. Ho cercato aiuto. Ho provato a parlare con qualcuno. Forse non è stato abbastanza, o forse non è servito a nulla.

Io non ve lo perdonerò mai quello che è successo. Non posso. Avete ragione quando dite che devo farmi curare. Lo penso anche io. Se sono quella che sono è a causa di quello che è successo.

E’ una cicatrice indelebile, una ferita aperta che ogni volta ritorna, basta un film, un libro, un ricordo. Sono convinta che mi farete soffrire ancora. Ancor di più dopo che vi avrò detto tutto, perché non mi crederete. Perché è una cosa abominevole, una cosa mostruosa.

Arriverete a negare la realtà di quello che è stato, uccidendomi per la seconda volta.

Con questa confessione non avrò risolto nulla, anzi, avrò solo complicato le cose. Finalmente potrete dire che sono stata egoista, con ragione. Perché porterò le vostre vite nel baratro che io sto vivendo, senza possibilità di uscita o redenzione.”

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2033: cronache della crisi

Ognuno di noi aveva reagito alla crisi in maniera differente.

C’era chi aveva fatto finta di nulla, come se la crisi non lo riguardasse, e forse era proprio così. Continuavano a vivere come se niente fosse, forse proprio perché era la stessa cosa che avevano fatto fin da quando erano nati: vivere come quello che succede intorno a loro non gli riguardasse, anche perché, di fatto, non aveva nessuna influenza su di loro e loro nulla potevano realmente. Forse erano stati i più fortunati, nonostante avessero trascorso quel periodo con il tarlo della crisi in testa, che mano a mano che si insinuava tra di loro era già finita quella vecchia, di crisi, e n’era aggiunta un’altra. Loro erano arrivati tardi, quando ormai non c’era più nulla da fare, più nulla da recuperare, perché tutto era andato perduto. Credo che erano gli unici, se se ne fossero accorti prima, che avrebbero potuto far qualcosa per salvare almeno i cocci. Ma così non è stato.

C’era chi usava tutte le sue forze per combatterla la crisi, mantenendo in piedi dei meccanismi che ormai erano saltati, morti. Non ci si rassegnava al Mondo che era cambiato da un pezzo, ai comunisti e ai fascisti di cui ancora si parlava, che ormai non esistevano più o tuttalpiù erano la stessa cosa, ai pasti pranzo e cena con il telegiornale, al fine settimana fuori porta. Erano quelli che non avevano colto il dramma, ma anche le occasioni, del cambiamento. Erano quelli che non si erano accorti del minareto costruito dieci anni fa dietro casa e del supermarket con l’insegna in ideogrammi, in cui ormai andava anche l’anziana nonna a fare la spesa. Il risveglio era stato brusco, ormai vivevano di cimeli nostalgici, di musica d’altri tempi, di racconti delle bravate di gioventù. Loro la crisi la stavano vivendo, finalmente.

C’era chi s’era chiuso a riccio, in se stesso, rifiutando il Mondo circostante e creandosene uno proprio, ma soltanto nella propria testa. Chi avesse potuto, si sarebbe andato a cacciare su un eremo ai confini del Mondo reale, sulle vette dell’Himalaya o in un isolotto in mezzo al Pacifico. In alternativa, aveva deciso di uscire sempre meno, chiudersi in casa, parlare sempre meno, scrivere sempre meno, pensare troppo e non agire mai. C’avevo pensato anche io, devo ammetterlo, ma poi avevo capito che mi costava troppa fatica, e soprattutto non sarebbe servito a nulla, se non ad uccidermi mentalmente, socialmente, e di lì a poco fisicamente. Noi parlavamo di loro come di quelli depressi, ma in fin dei conti chi non lo era almeno un po’ in quel periodo, tra di noi? Purtroppo loro hanno pagato il prezzo più caro, forse anche per colpa della nostra incomprensione, perché non sono più qui insieme a noi a ricordare i tempi della crisi.

C’era chi si ostinava a dire che la crisi non c’era, non era mai esistita né cominciata, e che questa finta storia della crisi avrebbe fatto si che un giorno malaugurato, sarebbe arrivata davvero. E fu proprio così che anche per loro avvenne qualche anno dopo. Non si sarebbero più ripresi dopo quello che era successo, in cui tutto quello che avevano costruito, tutto quello per cui avevano combattuto faticosamente, si era sgretolato come un castello di sabbia alla prima timida onda. Quando anche l’ultima carta era stata scoperta, non c’era più niente da fare, era troppo tardi per rimediare ad anni di dati fasulli, imbrogli, menzogne. Anziché tenersele per sé, come quelli di prima, le credenze erano state trasformate lentamente in realtà, sbandierate ai quattro venti nel tentativo, in parte riuscito, di convincere tutti. Adesso diciamo che sono dei pazzi, ma forse, a guardar bene, lo erano anche allora.

C’era chi aveva accolto a braccia aperta la nuova moda del momento contro la crisi, condividendo acriticamente tutto quello che comportava, pur di aggrapparsi a qualcosa che avesse un’identità ben precisa, fatta di dogmi trascritti, club autoreferenziali e limiti imposti, oltre ai quali c’era, a loro parere, il caos. Ho l’impressione che loro avessero rinunciato a pensare. Il nome della nuova moda non era importante: si poteva chiamare new age, si poteva chiamare hipsteria, poteva prendere a riferimento qualche religione orientale o filosofia perduta e ripescata dal santone di turno; tutto andava bene pur di colmare quel senso di vuoto ineluttabile che provavamo allora come oggi, consapevoli che combatterlo era stato uno sforzo inutile, così come lasciarsi trasportare verso il nulla da esso. Dopo vent’anni, ormai, avevamo saggiamente imparato a conviverci.

Un tempo ci domandavamo cosa avrebbero scritto i posteri di noi e della nostra epoca, come quando meravigliati ascoltavamo i racconti delle guerre del XX secolo, così piccini e increduli che non ci sembrava vero. Adesso lo sapevamo.

Ognuno di noi aveva reagito come poteva, usando la sua testa e il suo cuore per plasmare il Mondo in qualcosa che avremmo voluto che fosse, nella speranza in fondo di far la cosa giusta. La crisi, impalpabile ma più tangibile di quella materiale, era dentro di noi, cani sciolti con la voglia di trascendere quello che siamo, dei nostri genitori, che avevano barattato il successo con il calore della comunità, dei nostri nonni, usciti da due guerre con la voglia di rivalsa nei confronti della povertà, degli antenati dei nostri nonni, per qualche altra ragione che ormai si era persa nella memoria. La crisi era dell’uomo, del suo essere caduco, imperfetto, contraddittorio, irrazionale nella scelte quanto razionale nelle idee, impulsivo, ossessivo, vigliacco.

Per me la crisi era cominciata con l’aver conosciuto le miserie e le ricchezze dei grandi centri urbani, così estremi rispetto a dove ero venuto, in cui eravamo tutti felicemente e drammaticamente uguali, medi, ignoranti. Avevo conosciuto le parole di conforto di chi può permettersele, senza farle mai susseguire dai fatti, ed avevo imparato velocemente a prenderne le distanze, senza però riuscire a trovare una via d’uscita, anche io, come tutti gli altri, ingabbiato in qualcosa che non era mai abbastanza puro. Mi davano del pazzo allora, ed ahimè non sono riuscito a scrollarmi quell’appellativo di dosso nemmeno vent’anni dopo. Per me, dopotutto, nulla è cambiato perché sempre è stato lo stesso, come la ricerca di qualcosa che plachi la mia irrequietezza.

Hipster dal capo d’angelo ardenti

Ho l’impressione che l’arte contemporanea ormai sia solo espressione del fallimento del modello sociale, produttivo, industriale che si è imposto negli ultimi cinquant’anni.

Da una parte ci sono alcuni artisti celebrati in tutto il mondo: mi viene in mente, tanto per citarne uno, Anish Kapoor, di cui è in corso una mostra qui a Sydney, al Museo di Arte Contemporanea (un nome una garanzia, in tutto il Mondo lo stesso). Mi viene in mente solo una cosa. Che noia. E non perché è Anish Kapoor, con i suoi specchi riflettenti e la cera che cola, che può anche piacermi. Che noia quest’arte che è la stessa in tutte le città globali, che è la stessa che ho già visto a Londra tre anni fa, che è la stessa a New York, a Singapore, a Tokyo, a Berlino, a Milano, a Hong Kong, a Los Angeles, a Rio de Janeiro, a Città del Capo, a Sydney appunto. Che è la stessa come è identico nelle città tutto il nuovo fatto di cemento sottile e vetro lucido, con i grandi shopping center, gli uffici, le persone che corrono, i semafori. Che mi dice sempre le stesse cose e che ha sempre le stesse persone, anche se fatte di carne e ossa diverse, che gli ronzano attorno. Con le stesse cose da dire, con le stesse lamentele sterili, con gli stessi vestiti con cui devono distinguersi gli dagli altri, ma tutti uguali alla fine della fiera.

Che noia noi umani, così flessibili, che possiamo vivere ovunque ormai, non perché siamo in grado di adattarci maggiormente rispetto ai nostri avi – e qui sta il punto e l’errore di giudizio – ma piuttosto perché abbiamo reso tutto talmente piatto e uguale che vivere a Shanghai o a Boston, a parte qualche piccola stronzatella, non sarebbe poi così diverso. La cosa più tragica, e comica se vogliano, è che, oltre a pensare di essere più flessibili, ci sentiamo addirittura migliori del ‘nonno di Heidi’ (per intenderci) perché per noi viaggiare e spostarsi non è mai stato così semplice. Sta proprio qui l’errore di valutazione. Se è così semplice, dove sta la difficoltà che dimostra la nostra bravura e la nostra capacità di adattamento, il nostro reagire e agire di fronte a situazioni impreviste? E’ facile atterrare in aeroporto e trovare lo spazzolino e il dentifricio dello stesso brand che conosciamo dall’altra parte della Terra. Facile e terribilmente noioso, angosciante e frustrante. Perché poi, basta un nonnulla per rivelarci per quello che siamo: persone incapaci di intendere e potere, parafrasando il diritto. Tornando al nostro amico indiano, capisco quanto sia rassicurante per i più di noi arrivare qui, a Sydney, e ritrovarsi alla mostra di qualcosa che abbiamo già visto, che conosciamo, di cui possiamo vantarci con gli amici.

Tutta quest’arte non mi sembra altro che espressione di un potere, come poteva essere quello papale che ha voluto la cappella Sistina, all’epoca riservata a pochi eletti, per incutere soggezione nelle delegazioni degli ospiti. Ma indubbiamente, di fronte un’opera del genere, non si può che rimanere sconcertati almeno per lo spirito di sacrificio, le difficoltà e l’immane lavoro ai limiti dell’umano fatto dell’artista – ho cercato di escludere volutamente un giudizio sull’estetica dell’opera, che può essere comunque soggettivo. L’arte contemporanea di oggi, acclamata dalle tribù metropolitane che la seguono, è anch’essa sintomo di un potere, per i pochi che possono permettersi di possederla e mostrarla agli ospiti in soggezione (come Giulio II), ma rispetto al passato oggi si cerca di renderla anche qualcosa di più, attraverso la forzatura dell’esposizione museale, come se fosse espressione della cultura popolare. Lancio un’appello: che rimanga nei palazzi, come avveniva un tempo – ed è sempre stato – per l’arte finanziata dai mecenati a suffragio della loro rilevanza e importanza religiosa (nel ‘500), politico-autocratica (nel ‘900), economica (oggi). Sarà eventualmente il tempo, e la Storia, a dire se ha influenzato ed è manifestazione della nostra cultura in un gioco di rimandi. Che non si cerchi di propinarcela in rappresentanza di noi tutti. Perché per ora è solo un passatempo di uno sparuto gruppo di affezionati che per l’eseguita numerica è ridicolo che si assurgano a detentori della ‘cultura popolare’ contemporanea.

Dalla parte opposta di quello che ormai è diventato istituzione ci sono i cosiddetti incontri indipendenti, considerati fuori dal circuito artistico, fatti per lo più da coloro che volevano entrarci, nel circuito, che vogliono scalzare le istituzioni esistenti per darcele delle altre (anche no, grazie). Quello che si può trovare in questo caso è un tentativo di autocritica che purtroppo però poi non è mai seguito dai fatti – “cari Signori, solo con i tentativi e le false partenze, senza ombra di dubbio importanti, non si cambia questo Mondo e ben più grave non si da il buon esempio”. Recupero di materiali di scarto, riflessioni sulle nostre azioni,  installazioni, performance, vernissage che ci aiutino a riscoprire la nostra identità, o di un luogo, di un contesto sociale, di un ambiente post-industriale ed abbandonato, di una tradizione… e bla bla bla.

In sostanza, tutto quello che un tempo era e rappresentava lo scorrere della vita senza quella necessità di separare la vita dall’arte. Potremmo definirlo ‘cultura’ (ma così facendo già ce ne distacchiamo un pochettino), oppure (e lo sto esprimendo per come viene definita e sentita oggi) ‘cultura popolare’ o ‘tradizione popolare’: in questo caso ci allontaniamo di molto, imponendo una linea di demarcazione tra quello che è (targato) popolare con il resto, come se ce ne fosse effettivamente bisogno. Diventa più un appellativo di distinzione, un tentativo di autoanalisi mal riuscito. Non voglio credere di essere l’unico che non avverte questa necessità. Anzi, io avverto proprio il contrario. E’ come riconoscere al consumo critico o al compost fermentato del contadino qualcosa di artistico. Potremmo farlo, perdendo quella decenza e umiltà con cui al contadino non gli passa nemmeno nell’anticamera del cervello di proporcela come arte salvatrice della patria e dell’umanità intera, o più banalmente riflessione, ma la vive semplicemente come regola di buon senso. Sulla sua pelle.

Concludo, cari amici hipster: a tutti i followers non pensanti dell’arte contemporanea comunico che sarebbe più artistico cercare di capire le proprietà officinali delle piante locali conosciute per millenni dagli aborigeni, capire come queste genti si incamminassero tre mesi prima per arrivare in tempo al funerale di un capo tribù ancora in vita prima della loro partenza, capire come riuscissero a sopravvivere giorni e giorni nel deserto senza spazzolino, senza dentifricio, senza tutto quello che ci rende così fintamente potenti e sicuri di noi stessi senza accorgerci che è un’illusione, un miraggio, come la nostra immagine che si rispecchia nelle sculture di Kapoor.

Vivere, senza star lì a perder tempo ed etichettare cosa è arte e cosa non è arte. Separare, sempre separare abbiamo nella testa noi umani. Dovremmo iniziare a pensare ad unire. U-n-i-r-e, senza trattini possibilmente.

Inno alla Vita

(tutto sta chiuso qua dentro)

Ci sono delle canzoni che mi fanno venire voglia di partire. Una voglia matta. Ogni tanto mi domando che ci faccio qui. Come Chatwin. Lui se lo domandava quando si ritrovava in un posto nuovo senza conoscerne le ragioni, nei suoi vagabondaggi. Non devo preoccuparmi troppo per quello che lascio, perché c’è qualcosa dentro di me che non mi lascerà mai. E’ come una piccola gemma che proteggo, che non mostro, che porterò sempre con me e che nessuno potrà mai togliermi. E’ qualcosa di cui sono fatto, che si confonde con la materia e con lo spirito del mio corpo, che non si può né afferrare né possedere. E’ una cosa che è. Di questo ne sono certo e questo mi rende forte. Ci saranno le mie mille maschere a oscurare qualcosa che non posso racchiudere nemmeno in un pugno di una mano tanto è intangibile, e anche se sembro altro, anche se farò altro, sarò sempre e soltanto quella piccola cosa lì, che in un modo che non so nemmeno io conosco e capisco perfettamente, che mi è familiare, che ha un valore per me inestimabile, che non può morire o scomparire, che non si può vendere, che ha un’origine ancestrale e che mi tiene ancorato in un porto sicuro ovunque io sia, con chiunque io sia e qualsiasi cosa io stia facendo. E’ un ricordo. Un ricordo di un passato lontano e prezioso, felice e spensierato. E’ tutto quello che ho, anche quando mi illudo di possedere altro. Anche se fossi ricco di una ricchezza che si può vedere, che si può toccare, che anche gli stolti e gli sprovveduti riescono a riconoscere. E’ uno stato d’essere. E’ più che sufficiente, è eccedente, è traboccante e sempre in ebollizione. E’ voglia di vita. E’ il motore che spinge il mio corpo e la mia mente oltre. Noi umani non siamo fatti per stare fermi. Noi crediamo che siamo fatti per stare fermi ma non è così, ci sbagliamo. Come facciamo a capire, a conoscere, a comprendere, a essere pienamente umani se stiamo fermi in un posto solo, se ci assicuriamo contro i rischi della vita, quando sappiamo benissimo che c’è un rischio, uno soltanto, ma quello più importante, quello fondamentale, quello che da senso a quello che facciamo, al nostro respiro, alle nostre corse, al nostro affanno, ai pianti, al sudore, ai profumi, alla musica e al sangue caldo che ci scorre in corpo, contro cui non possiamo assicurarci: è la vita. E’ inevitabile. Non sappiamo cosa succederà domani. Non ci resta che andare. Partire, scoprire e curiosare, accrescere quel piccolo incommensurabile e straordinario fuoco che ci portiamo dentro. L’unica soluzione è liberarci della cose che incatenano e riducono la nostra vita alla materia e ci rendono piccoli esseri chiusi in se stessi privi di provare empatia per le vite altrui, che in fin dei conti non sono altro che lo specchio della nostra.