Hipster dal capo d’angelo ardenti

Ho l’impressione che l’arte contemporanea ormai sia solo espressione del fallimento del modello sociale, produttivo, industriale che si è imposto negli ultimi cinquant’anni.

Da una parte ci sono alcuni artisti celebrati in tutto il mondo: mi viene in mente, tanto per citarne uno, Anish Kapoor, di cui è in corso una mostra qui a Sydney, al Museo di Arte Contemporanea (un nome una garanzia, in tutto il Mondo lo stesso). Mi viene in mente solo una cosa. Che noia. E non perché è Anish Kapoor, con i suoi specchi riflettenti e la cera che cola, che può anche piacermi. Che noia quest’arte che è la stessa in tutte le città globali, che è la stessa che ho già visto a Londra tre anni fa, che è la stessa a New York, a Singapore, a Tokyo, a Berlino, a Milano, a Hong Kong, a Los Angeles, a Rio de Janeiro, a Città del Capo, a Sydney appunto. Che è la stessa come è identico nelle città tutto il nuovo fatto di cemento sottile e vetro lucido, con i grandi shopping center, gli uffici, le persone che corrono, i semafori. Che mi dice sempre le stesse cose e che ha sempre le stesse persone, anche se fatte di carne e ossa diverse, che gli ronzano attorno. Con le stesse cose da dire, con le stesse lamentele sterili, con gli stessi vestiti con cui devono distinguersi gli dagli altri, ma tutti uguali alla fine della fiera.

Che noia noi umani, così flessibili, che possiamo vivere ovunque ormai, non perché siamo in grado di adattarci maggiormente rispetto ai nostri avi – e qui sta il punto e l’errore di giudizio – ma piuttosto perché abbiamo reso tutto talmente piatto e uguale che vivere a Shanghai o a Boston, a parte qualche piccola stronzatella, non sarebbe poi così diverso. La cosa più tragica, e comica se vogliano, è che, oltre a pensare di essere più flessibili, ci sentiamo addirittura migliori del ‘nonno di Heidi’ (per intenderci) perché per noi viaggiare e spostarsi non è mai stato così semplice. Sta proprio qui l’errore di valutazione. Se è così semplice, dove sta la difficoltà che dimostra la nostra bravura e la nostra capacità di adattamento, il nostro reagire e agire di fronte a situazioni impreviste? E’ facile atterrare in aeroporto e trovare lo spazzolino e il dentifricio dello stesso brand che conosciamo dall’altra parte della Terra. Facile e terribilmente noioso, angosciante e frustrante. Perché poi, basta un nonnulla per rivelarci per quello che siamo: persone incapaci di intendere e potere, parafrasando il diritto. Tornando al nostro amico indiano, capisco quanto sia rassicurante per i più di noi arrivare qui, a Sydney, e ritrovarsi alla mostra di qualcosa che abbiamo già visto, che conosciamo, di cui possiamo vantarci con gli amici.

Tutta quest’arte non mi sembra altro che espressione di un potere, come poteva essere quello papale che ha voluto la cappella Sistina, all’epoca riservata a pochi eletti, per incutere soggezione nelle delegazioni degli ospiti. Ma indubbiamente, di fronte un’opera del genere, non si può che rimanere sconcertati almeno per lo spirito di sacrificio, le difficoltà e l’immane lavoro ai limiti dell’umano fatto dell’artista – ho cercato di escludere volutamente un giudizio sull’estetica dell’opera, che può essere comunque soggettivo. L’arte contemporanea di oggi, acclamata dalle tribù metropolitane che la seguono, è anch’essa sintomo di un potere, per i pochi che possono permettersi di possederla e mostrarla agli ospiti in soggezione (come Giulio II), ma rispetto al passato oggi si cerca di renderla anche qualcosa di più, attraverso la forzatura dell’esposizione museale, come se fosse espressione della cultura popolare. Lancio un’appello: che rimanga nei palazzi, come avveniva un tempo – ed è sempre stato – per l’arte finanziata dai mecenati a suffragio della loro rilevanza e importanza religiosa (nel ‘500), politico-autocratica (nel ‘900), economica (oggi). Sarà eventualmente il tempo, e la Storia, a dire se ha influenzato ed è manifestazione della nostra cultura in un gioco di rimandi. Che non si cerchi di propinarcela in rappresentanza di noi tutti. Perché per ora è solo un passatempo di uno sparuto gruppo di affezionati che per l’eseguita numerica è ridicolo che si assurgano a detentori della ‘cultura popolare’ contemporanea.

Dalla parte opposta di quello che ormai è diventato istituzione ci sono i cosiddetti incontri indipendenti, considerati fuori dal circuito artistico, fatti per lo più da coloro che volevano entrarci, nel circuito, che vogliono scalzare le istituzioni esistenti per darcele delle altre (anche no, grazie). Quello che si può trovare in questo caso è un tentativo di autocritica che purtroppo però poi non è mai seguito dai fatti – “cari Signori, solo con i tentativi e le false partenze, senza ombra di dubbio importanti, non si cambia questo Mondo e ben più grave non si da il buon esempio”. Recupero di materiali di scarto, riflessioni sulle nostre azioni,  installazioni, performance, vernissage che ci aiutino a riscoprire la nostra identità, o di un luogo, di un contesto sociale, di un ambiente post-industriale ed abbandonato, di una tradizione… e bla bla bla.

In sostanza, tutto quello che un tempo era e rappresentava lo scorrere della vita senza quella necessità di separare la vita dall’arte. Potremmo definirlo ‘cultura’ (ma così facendo già ce ne distacchiamo un pochettino), oppure (e lo sto esprimendo per come viene definita e sentita oggi) ‘cultura popolare’ o ‘tradizione popolare’: in questo caso ci allontaniamo di molto, imponendo una linea di demarcazione tra quello che è (targato) popolare con il resto, come se ce ne fosse effettivamente bisogno. Diventa più un appellativo di distinzione, un tentativo di autoanalisi mal riuscito. Non voglio credere di essere l’unico che non avverte questa necessità. Anzi, io avverto proprio il contrario. E’ come riconoscere al consumo critico o al compost fermentato del contadino qualcosa di artistico. Potremmo farlo, perdendo quella decenza e umiltà con cui al contadino non gli passa nemmeno nell’anticamera del cervello di proporcela come arte salvatrice della patria e dell’umanità intera, o più banalmente riflessione, ma la vive semplicemente come regola di buon senso. Sulla sua pelle.

Concludo, cari amici hipster: a tutti i followers non pensanti dell’arte contemporanea comunico che sarebbe più artistico cercare di capire le proprietà officinali delle piante locali conosciute per millenni dagli aborigeni, capire come queste genti si incamminassero tre mesi prima per arrivare in tempo al funerale di un capo tribù ancora in vita prima della loro partenza, capire come riuscissero a sopravvivere giorni e giorni nel deserto senza spazzolino, senza dentifricio, senza tutto quello che ci rende così fintamente potenti e sicuri di noi stessi senza accorgerci che è un’illusione, un miraggio, come la nostra immagine che si rispecchia nelle sculture di Kapoor.

Vivere, senza star lì a perder tempo ed etichettare cosa è arte e cosa non è arte. Separare, sempre separare abbiamo nella testa noi umani. Dovremmo iniziare a pensare ad unire. U-n-i-r-e, senza trattini possibilmente.

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