2033: cronache della crisi

Ognuno di noi aveva reagito alla crisi in maniera differente.

C’era chi aveva fatto finta di nulla, come se la crisi non lo riguardasse, e forse era proprio così. Continuavano a vivere come se niente fosse, forse proprio perché era la stessa cosa che avevano fatto fin da quando erano nati: vivere come quello che succede intorno a loro non gli riguardasse, anche perché, di fatto, non aveva nessuna influenza su di loro e loro nulla potevano realmente. Forse erano stati i più fortunati, nonostante avessero trascorso quel periodo con il tarlo della crisi in testa, che mano a mano che si insinuava tra di loro era già finita quella vecchia, di crisi, e n’era aggiunta un’altra. Loro erano arrivati tardi, quando ormai non c’era più nulla da fare, più nulla da recuperare, perché tutto era andato perduto. Credo che erano gli unici, se se ne fossero accorti prima, che avrebbero potuto far qualcosa per salvare almeno i cocci. Ma così non è stato.

C’era chi usava tutte le sue forze per combatterla la crisi, mantenendo in piedi dei meccanismi che ormai erano saltati, morti. Non ci si rassegnava al Mondo che era cambiato da un pezzo, ai comunisti e ai fascisti di cui ancora si parlava, che ormai non esistevano più o tuttalpiù erano la stessa cosa, ai pasti pranzo e cena con il telegiornale, al fine settimana fuori porta. Erano quelli che non avevano colto il dramma, ma anche le occasioni, del cambiamento. Erano quelli che non si erano accorti del minareto costruito dieci anni fa dietro casa e del supermarket con l’insegna in ideogrammi, in cui ormai andava anche l’anziana nonna a fare la spesa. Il risveglio era stato brusco, ormai vivevano di cimeli nostalgici, di musica d’altri tempi, di racconti delle bravate di gioventù. Loro la crisi la stavano vivendo, finalmente.

C’era chi s’era chiuso a riccio, in se stesso, rifiutando il Mondo circostante e creandosene uno proprio, ma soltanto nella propria testa. Chi avesse potuto, si sarebbe andato a cacciare su un eremo ai confini del Mondo reale, sulle vette dell’Himalaya o in un isolotto in mezzo al Pacifico. In alternativa, aveva deciso di uscire sempre meno, chiudersi in casa, parlare sempre meno, scrivere sempre meno, pensare troppo e non agire mai. C’avevo pensato anche io, devo ammetterlo, ma poi avevo capito che mi costava troppa fatica, e soprattutto non sarebbe servito a nulla, se non ad uccidermi mentalmente, socialmente, e di lì a poco fisicamente. Noi parlavamo di loro come di quelli depressi, ma in fin dei conti chi non lo era almeno un po’ in quel periodo, tra di noi? Purtroppo loro hanno pagato il prezzo più caro, forse anche per colpa della nostra incomprensione, perché non sono più qui insieme a noi a ricordare i tempi della crisi.

C’era chi si ostinava a dire che la crisi non c’era, non era mai esistita né cominciata, e che questa finta storia della crisi avrebbe fatto si che un giorno malaugurato, sarebbe arrivata davvero. E fu proprio così che anche per loro avvenne qualche anno dopo. Non si sarebbero più ripresi dopo quello che era successo, in cui tutto quello che avevano costruito, tutto quello per cui avevano combattuto faticosamente, si era sgretolato come un castello di sabbia alla prima timida onda. Quando anche l’ultima carta era stata scoperta, non c’era più niente da fare, era troppo tardi per rimediare ad anni di dati fasulli, imbrogli, menzogne. Anziché tenersele per sé, come quelli di prima, le credenze erano state trasformate lentamente in realtà, sbandierate ai quattro venti nel tentativo, in parte riuscito, di convincere tutti. Adesso diciamo che sono dei pazzi, ma forse, a guardar bene, lo erano anche allora.

C’era chi aveva accolto a braccia aperta la nuova moda del momento contro la crisi, condividendo acriticamente tutto quello che comportava, pur di aggrapparsi a qualcosa che avesse un’identità ben precisa, fatta di dogmi trascritti, club autoreferenziali e limiti imposti, oltre ai quali c’era, a loro parere, il caos. Ho l’impressione che loro avessero rinunciato a pensare. Il nome della nuova moda non era importante: si poteva chiamare new age, si poteva chiamare hipsteria, poteva prendere a riferimento qualche religione orientale o filosofia perduta e ripescata dal santone di turno; tutto andava bene pur di colmare quel senso di vuoto ineluttabile che provavamo allora come oggi, consapevoli che combatterlo era stato uno sforzo inutile, così come lasciarsi trasportare verso il nulla da esso. Dopo vent’anni, ormai, avevamo saggiamente imparato a conviverci.

Un tempo ci domandavamo cosa avrebbero scritto i posteri di noi e della nostra epoca, come quando meravigliati ascoltavamo i racconti delle guerre del XX secolo, così piccini e increduli che non ci sembrava vero. Adesso lo sapevamo.

Ognuno di noi aveva reagito come poteva, usando la sua testa e il suo cuore per plasmare il Mondo in qualcosa che avremmo voluto che fosse, nella speranza in fondo di far la cosa giusta. La crisi, impalpabile ma più tangibile di quella materiale, era dentro di noi, cani sciolti con la voglia di trascendere quello che siamo, dei nostri genitori, che avevano barattato il successo con il calore della comunità, dei nostri nonni, usciti da due guerre con la voglia di rivalsa nei confronti della povertà, degli antenati dei nostri nonni, per qualche altra ragione che ormai si era persa nella memoria. La crisi era dell’uomo, del suo essere caduco, imperfetto, contraddittorio, irrazionale nella scelte quanto razionale nelle idee, impulsivo, ossessivo, vigliacco.

Per me la crisi era cominciata con l’aver conosciuto le miserie e le ricchezze dei grandi centri urbani, così estremi rispetto a dove ero venuto, in cui eravamo tutti felicemente e drammaticamente uguali, medi, ignoranti. Avevo conosciuto le parole di conforto di chi può permettersele, senza farle mai susseguire dai fatti, ed avevo imparato velocemente a prenderne le distanze, senza però riuscire a trovare una via d’uscita, anche io, come tutti gli altri, ingabbiato in qualcosa che non era mai abbastanza puro. Mi davano del pazzo allora, ed ahimè non sono riuscito a scrollarmi quell’appellativo di dosso nemmeno vent’anni dopo. Per me, dopotutto, nulla è cambiato perché sempre è stato lo stesso, come la ricerca di qualcosa che plachi la mia irrequietezza.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: