L’anno che verrà

Mi ero sbagliato in qualche post precedente a scrivere che questo Paese, presto, diventerà cinese, o per lo meno asiatico. Mi ero sbagliato perché questo Paese, cinese ed asiatico, lo è già. Il 10 febbraio è iniziato l’anno del Serpente, secondo il capodanno cinese, ed oggi lo abbiamo festeggiato con una grande parata per le strade di Sydney, forse una delle più grandi parate che si tiene in città dopo quella del Mardi Gras, la sfilata dell’orgoglio gay in programma tra due settimane. Sono rimasto sbalordito, questo pomeriggio, nel vedere la City, il cuore pulsante di questa città, chiuso al traffico, con la via principale, George Street, transennata e colma di persone ai lati, nell’attesa di veder sfilare il gigantesco serpente che era stato allestito. Tutto si svolgeva sotto il Municipio di Sydney, Town Hall, con il saluto del sindaco, Mrs. Clover Moore, e del vice sindaco, un’altra donna, ma stavolta di origine cinese. Come se a Milano o a Roma festeggiassimo questo evento – qui popolare quanto i fuochi d’artificio di fine anno – direttamente in Piazza del Duomo o in via dei Fori Imperiali. 

Una delegazione in visita è arrivata direttamente dalla città di Shenzhen, una delle più potenti economicamente di tutta la Cina. Tremila persone hanno partecipato attivamente alla parata, più di venti associazioni che svolgono promozione culturale cinese in Australia, migliaia di partecipanti per le strade, una macchina, anche se di dimensioni ridotte, simile a quella delle Olimpiadi. Il primo intervento, che mi ha lasciato spiazzato, è stato fatto da un’aborigeno, per non dimenticare chi sono (stati, aggiungerei) i primi “possessori” di questa terra. Il serpente si è dipanato verso la stazione centrale, per poi svoltare in direzione Chinatown e perdersi per le stradine del quartiere cinese.

Io ho scoperto che sono nato nell’Anno del Maiale, tendenzialmente ho poca pazienza, agisco impulsivamente e quando mi arrabbio – cosa che accade di rado veramente – sollevo un putiferio: insomma, tutte cose che avevo intuito. 

Da qui la Cina non solo è vicina, come diciamo e sentiamo dire in Italia, ma non fa più paura. Forse mi spaventa di più tornare a casa. 

 

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