Piccoloborghese

Ultimamente sto pensando molto alla mia condizione. E’ un classico dei libri d’annata e della cinematografia d’autore, avrei dovuto accorgermene prima ed imparare qualcosa dalle serate trascorse a leggere o i pomeriggi passati al cinema. Forse non ci sarei cascato a capofitto, come mi ritrovo adesso. 

Si fa parte di un Mondo, di un Mondo piccolo, che non lascia alcuna speranza, che a volte tarpa le ali, e si cerca disperatamente di aggrapparsi a qualcosa che permetta di sentirsi diversi. E’ un doppio movimento: una spinta viene dai propri genitori, brami di rivalsa, per quello che hanno dovuto, a loro dire, patire, o per quello che non hanno potuto fare e a cui hanno dovuto rinunciare, scongiurando che avvenga lo stesso per il proprio figlio; l’altra viene dal figlio stesso, cresciuto in questo clima che ha alimentato le proprie ambizioni, senza sapere a cosa andava incontro, o a quali rinunce implica questa scelta.

Le cose inizialmente vanno bene, ma mano a mano che ci si addentra nel Mondo piccoloborghese, le cose tendono ad incrinarsi sempre più. Una volta finito l’incantesimo, si capisce che non c’è modo di entrare in quel Mondo, perché è vero quando si dice che o si è piccoloborghesi dalla nascita, oppure niente, anche se si entra, è un Mondo di cui non si farà mai parte completamente, non solo per una parziale accettazione da parte degli altri, ma anche per un compromesso che non si riesce mai a raggiungere con se stessi, fieri di essere arrivati lì perché si è partiti da un punto diverso, mai a proprio agio, sempre con il sospetto di togliere qualcosa all’origine, di far parte di qualcosa che non ci piace. Fondamentalmente, orgogliosi di essere poveri. 

Con il tempo ho anche capito che forse è stato meglio così. Ho iniziato a disprezzarlo quel Mondo, da prima poco a poco e poi sempre di più, fino ad arrivare ad odiarlo ed avere solo una cosa in testa: distruggerlo. Per me è stato il Mondo di chi esorta in un senso, per poi andare da tutt’altra parte. Come dice un buon vecchio proverbio, è il Mondo di chi predica bene e razzola male, di chi non fa coincidere i concetti con le azioni. E’ un modo debole, dal ventre molle, flaccido e conservativo, poco incline al cambiamento anche se a parole vorrebbe cambiare tutto. Si interessa delle periferie ma non vuole risolvere nulla veramente, parla di grandi ideali che poi non mette in pratica nemmeno nelle azioni più elementari, è paladino delle cause ambientaliste ma l’importante è che non ledano gli interessi famigliari. 

Forse mi bastava leggere il Pasolini del ’68 per rendermene conto da subito. 

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2 thoughts on “Piccoloborghese

  1. Dario ha detto:

    Stracondivido.
    Essere poveri è una condizione mentale di cui non ci si libera (orgogliosamente, nel mio caso) neanche se si ha la ventura di gonfiare il proprio conto in banca.
    Come scriveva PPP in “Scritti corsari”, il proletario ha purtroppo perso il suo status di dignità di fronte al ricco, perchè il capitalismo lo fa vergognare di essere tale. Dobbiamo recuperare la fierezza di essere proletari!

  2. australopiteko ha detto:

    Orgogliosamente, anche nel mio. Più che una condizione mentale, è uno stato d’essere. Non devo dimostrare di essere qualcos’altro, che tra l’altro non stimo, perché io già sono. Comunque hai centrato il bersaglio. Provo profonda pena per chi rinuncia alla propria dignità ad ogni costo. Per me è l’unica cosa che non ha un prezzo e me la tengo bene stretta, per il semplice motivo che senza dignità nemmeno la mia vita avrebbe più valore.

    Sai qual è il mio problema con il conto in banca? Quando lo osservo un po’ cresciuto, mi viene in mente una sola cosa: e adesso, che me ne faccio? Non trovo mai una risposta abbastanza valida.

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