Archivio mensile:aprile 2013

Video Games

E poi ci sono quelle sere in cui ti senti solo. Non importa quante persone potresti avere accanto, per te è solo frastuono. Tu rispondi ma non sai quello che dici, c’è un velo invisibile agli occhi altrui che ti separa dalla realtà. Sono quelle sere in cui vorresti essere già tornato, vorresti un abbraccio fisico e non un like su facebook. Sono quelle sere in cui pensi a sette miliardi di persone al Mondo, pensi a cosa staranno facendo in Cina a quest’ora, nelle dacie di Mosca, nei templi indiani, cosa provano gli altri, così diversi da te, eppure pensi che provano la stessa cosa, e ti domandi come facciano a scacciare quella cosa che chiamiamo solitudine. Non puoi farci niente, non puoi interrompere queste domande. Le mure di casa ti stanno strette, ma non ti aspetti nulla dal Mondo là fuori. Tutto questo amore che ti porti dentro, tutta questa voglia di dare, quasi ti dispiace un po’ che vada così perduta, svilita. Non riesci ad andare a letto per ora, sarebbe impossibile dormire. Aspetti che il dolore si affievolisca e sia solo un fastidio da sopportare tutto la notte e non farci caso la mattina dopo. Vorresti prendere tutta la rabbia che provi, la sofferenza che ti porti dentro, farne un impasto e utilizzarlo per fare qualcosa di buono, spostare le montagne, fermare le alluvioni e far piovere quando serve. Pensi che non devi pensarci, ma devi solo andare avanti. Hai voglia di costruire qualcosa, ma non sai bene cosa nemmeno tu. Forse lo stai già facendo, ma senza accorgertene. 

Una barca nel bosco

Mi si lamenta che io la nave l’ho abbandonata. E’ vero. Io non ero il capitano, ero l’ultimo dei mozzi, e non ce la facevo più a stare a marcire al porto. Mi annoiavo. Sempre le solite cose, sempre i soliti discorsi. Tutti che mi dicevano “io non farò molto per cambiare questo Paese, però…”  e io che mi stancavo di ascoltare già prima del “però”.

Perché non fai molto per cambiare questo Paese? Te lo dico io, perché ho provato anche io quello che provi tu adesso: ti guardi intorno, e ti senti costantemente un coglione che sta facendo uno sforzo immane per cambiare questo Paese mentre gli altri se la spassano e se la godono. E allora pensi, ma a me chi me lo fa fare? Ma chissenefrega!
Così non ti accorgi che piano piano, diventi come chi non fa nulla per cambiare questo Paese, e anche tu alimenti un circolo vizioso anziché virtuoso. Hai provato a ribaltare il tuo ragionamento caro amico? Ad esempio, “e se io, anziché prendere esempio dagli altri, fossi esempio per gli altri, a fare di più, a farlo meglio, a fare qualcosa per cambiare questo Paese?” Pensaci.

Nel frattempo hai ragione a dire che sono scappato, mi sono tuffato. Eravamo ancorati al porto, nessuno mi aiutava a tirare su l’àncora e partire, tutti se ne fregavano, o quasi. Allora mi sono deciso, e mi sono buttato in mare aperto.

Però non mi si dica che è più coraggioso rimanere sulla nave. Chi non parte, tutto sommato, non sta così male come dice. Credimi amico mio, nuotare nell’oceano da soli, è molto più rischioso e incosciente che farlo su una nave. Si è sempre in mezzo al mare alla ricerca della terraferma o almeno di un’altra nave che veleggi con il vento poppa; quando cala la notte si gela in acqua, e il mare in tempesta mi spaventa e mi fa bere tanta di quell’acqua che nemmeno ti immagini!

A volte vengo preso dallo sconforto, come se sapessi già che la mia è una partita persa, perché senza nave verrò mangiato prima o poi da un pesce più grosso di me, o sbranato da uno squalo bianco, il più temibile. Ho corso un grosso rischio, e come quelli che prendono un gommone per venire in Italia a trovar fortuna, spero di essere “pescato” da un’altra nave con le vele al vento.

Eppure non mi pento ancora del giorno in cui mi tuffai. Quando sono di notte, in mezzo al mare, alzo gli occhi al cielo e vedo delle stelle diverse da quelle che conoscevo, e mi emoziono ancora. E di giorno, quando sono in difficoltà, a volte vengo soccorso da un branco di delfini, che mi fanno attaccare sulle loro pinne per farmi riposare un poco. E poi ascolto il canto delle orche in lontananza, e a volte mi trastullo con un branco di pinguini. Mi nutro di nuovi pesci, e vedo cose che non conoscevo ma che esistono, che sono reali, che tu nemmeno ti immagini e non crederesti mai alle storie che potrei raccontarti se ci rivedremo ancora ma io ho visto tutto con i miei occhi, questi qui vedi, gli stessi che hai anche tu: animali di ogni forma, colore e dimensione, che cambiano la mia prospettiva sul Mondo… non aver paura amico mio, alcuni sono innocui e solo con l’esperienza imparerai la lezione e ne saprai far tesoro. Imparerai a distinguere il bene dal male, anche dentro di te.

Io non mi stancherò di nuotare. Sento che mi fa bene. Il mio fiato migliora, le mie spalle si stanno ingrossando, i miei muscoli si stanno rafforzando, sto crescendo. Sulla nave, in porto, mi sentivo un rammollito. Come fai a resistere ancora? Se non senti la forza di tuffarti anche tu, almeno fai tutto quello che puoi per scuotere l’equipaggio, incitali a partire! Hai ragione quando dici che io forse non ho fatto abbastanza, non ho provato a convincere tutti che la cosa giusta da fare è partire. Ma tu che mi conosci fin da piccolo, ti ricorderai che ero sempre impaziente, pronto a fare, a mordere questa vita. Ero curioso, e più di una volta l’abbiamo rischiata grossa, insieme.

Un giorno, mentre nuoto, tra tutte le navi che incontrerò, spero di riuscire a ritrovare la mia nave, tirata a lucido, nuova di zecca, con tante persone sopra, amici e parenti, tutti indaffarati nella corsa verso la vittoria che la vita ci impone. Io non vorrei stare su un’altra nave, ma se la vita mi imporrà questa scelta, allora ti prometto che sarà un concorrente leale e onesto. E che vinca il migliore!

Io continuo ad alimentare il mio sogno, perché mi fa sentire meno stanco e meno solo qua in mezzo al mare, e anche se quel giorno non arriverà mai non mi pentirò di quel giorno in cui mi tuffai!

Manifesto per la mia generazione

Lo so, anche se è finta l’epoca delle ideologie, e siamo entrati nel post moderno, io ho ancora bisogno di aggrapparmi a qualcosa che sia riconosciuto come un valore, diviso e separato da ciò che non lo è. Anche se a volte fa male, anche se a volte non fa parte di me, anche se a volte  addirittura è contro la mia natura, senza quel microscopico piccolissimo valore, come se fosse una stella polare pronta ad indicarmi la strada, io non riesco a proseguire, non riesco ad andare avanti. 

Io voglio prenderlo, quel valore, e buttarlo fuori, scatenarlo, non nasconderlo e vergognarmene ma esserne fiero, orgoglioso. Ha bisogno di essere esposto al vento gelido e alle correnti, colpito, stracciato e mortificato, preso a sassate per diventare duro come la roccia, costante come l’acqua, inafferrabile come l’aria. Devo portarlo come una spilla sul petto, renderlo sempre visibile e vulnerabile, attaccabile ma indistruttibile, anteporlo a tutto. Farlo diventare il mio faro nello notte. Trasformarlo in una fonte di energia inesauribile con cui alimentarsi costantemente, con cui alimentare chi mi sta intorno. 

A me non interessa me stesso, ma deve essere oltre me stesso, irraggiungibile in un certo senso. Non è un punto d’arrivo, ma uno stato d’essere. E’ speranza che riesco a instillare nelle persone che incontro, senza stancarmi mai di farlo, giorno dopo giorno, fino a quando non saranno in grado di farlo anche loro negli altri. Anche solo fosse per il ricordo lasciato. E’ contagioso come la più micidiale delle influenze. E’ tenacia nel cambiamento, è fiducia nel mutamento, è l’opposto della rassegnazione e combatte la rinuncia. 

Io ho bisogno di credere che esiste ancora qualcosa che è giusto, qualcosa di immateriale, di intangibile, che possa trasformarsi anche in qualcosa di concreto, da poter distinguere con ciò che è sbagliato. Io voglio separare il bene dal male. Io non riesco a mettere in discussione tutto. Ci sono delle cose, in cui credo, su cui non si discute, a cui non posso rinunciare.  

Io non credo nella reincarnazione, ho solo questa vita da spendermi, e devo sbrigarmi a farlo. Io soffro per l’horror vacui, e voglio impegnarmi per lasciare un segno che rimanga dopo di me, perché è l’unica cosa che mi fa sentire di vivere pienamente.  Io ho bisogno di ripetermelo in continuazione, ho bisogno costante di sbraitarlo ai quattro venti. Ho bisogno di lanciare il messaggio, anche se non arriverà, anche se correrà il rischio di andar disperso, anche se dovrò spendere tutte le mie energie per farlo. Non c’è altro per cui valga la pena vivere. 

Io ho bisogno di prendere ogni singolo individuo che incontro nel mio cammino, mettergli le mani tra le spalle, e scuoterlo violentemente come se fosse l’ultimo albero rimasto sulla terra esposto alla più temibile delle glaciazioni e domandargli: perché?

Adesso datemi una risposta.  

 

Connections

Una conoscente mi ha mandato due numeri di Internazionale che, dopo qualche mese, ho trovato il tempo di leggere e sfogliare. Si parlava dell’incontro di Davos, raccontato da Carrère di cui ormai, dopo Limonov, voglio leggere tutto; e si parlava anche di come, le teorie scientifiche cambiano sempre più rapidamente, perché le scoperte fatte anni fa erano approssimative o sbagliate, e quindi bisogna tenersi aggiornati, perché quelle che consideriamo verità a volte non lo so, o sono contingenti, finché non arriva qualcuno che dimostra che le cose non stanno così, ma diversamente. 

Mi viene in mente sempre la cara vecchia Economia, quando ci veniva insegnata come quarant’anni fa su banchi di scuola e dell’Università, con il modello IS-LM ripudiato dal suo stesso autore, Hicks, in un articolo di dieci anni dopo, senza che nessuno tra i docenti ne facesse mai menzione, per poi avere l’imbarazzo di scoprirlo da soli ed iniziare ad essere veramente, ma veramente confusi. 

Ma a parte questo, che fa comunque un po’ male, e la dice lunga sull’insegnamento di certe cose, mi ha colpito il passaggio di un altro articolo, sul filosofo contemporaneo (per ora, diamogli queste definizione) Žižek: 

Per tornare all’esempio dell’immigrazione, Žižek procederebbe convenendo che le posizioni della destra vanno prese sul serio, non come segnali del bisogno di promuovere una cultura più omogenea, di preservare i posti di lavoro in patria o di impedire agli stranieri di gravare sullo stato sociale, ma come sintomo delle contraddizioni dirompenti del capitalismo.

Magari, a tanti, non può sembrare illuminante, ma il principio, che sta alla base di questo ragionamento, è questo: se non ce la faccio, non ce la faccio proprio ad arrivare a fine mese, sono da solo, disperato, e non ho intenzione di ammazzarmi, allora tanto vale affiliarsi con quelli che definiamo movimenti fascisti, estremisti, o definiamoli come vi pare (magari sarebbe più corretto movimenti popolari) perché mi dicono che, una volta che starò con loro, avrò un lavoro, avrò una casa, avrò di che vivere, avrò protezione. Non mi sembra un ragionamento tanto perverso.

Allora, procedendo nell’analisi, se dovrò capire questi movimenti, forse non mi devo limitare a liquidarli in quattro e quattr’otto come derive estremiste, come ignoranti che hanno bisogno di più cultura, è cosa da stolti. Per capire il movimento (Polanyi) dobbiamo capire le cause alla base della sua origine. La precarietà, il senso di insicurezza, il senso di perdere il lavoro, la fame, la paura. Sensazioni e sentimenti giustificabili. Come mai ci sono questi sbalzi, cosa li produce, come possiamo impedirli o superarli? E’ li che dobbiamo puntare il nostro obiettivo.  

Mi divertono le posizioni della sinistra, dei radical, che stanno lì a fare distinguo e discrimini senza immergersi effettivamente nella questione e senza dare risposte alle domande delle persone. “C’è più bisogno di cultura” sembra essere il motto. Come se fosse facile parlare di cultura (un’altra bestia nera o animale dalle mille teste per definizione, raggio d’azione, significato) quando non si ha il culo parato.

E’ evidente ormai a tutti che c’è qualcosa che non va per come abbiamo impostato questo sistema. A volte non possiamo farci nulla, a volte, mi domando, dipende anche da noi, fautori di azioni che lo alimentano, che consideriamo ingiuste ma giustifichiamo dicendoci e dicendo “e io che ci posso fare, è la mia posizione, non posso farci nulla, tanto va così”. No, non è abbastanza, non mi basta, non è sufficiente come giustificazione. Non possiamo agire come conniventi o collusi. Alla fine ce ne accorgiamo solo quando la cosa ci tocca (o per meglio dire ci scotta!) da vicino. Riflettiamoci. 

 

 

Si torna a casa, per un po’.

Alla fine ho ceduto, dopo un anno e mezzo qui in Australia, ho deciso di prendermi un break. Per capire come vanno le cose in Italia. Per toccare con mano quello che succede. Per vedere, per sentire, per non far finta di nascondere quella che è stata tutta la mia vita per più di venticinque anni, per affrontare le ferite ancora aperte.

No, non ho chiuso qui questo capitolo. Ormai Sydney, che non è proprio dietro l’angolo anche se mi sembra solo adesso più vicina, è parte di me, un angolino di casa, un po’ di serenità. Ho resistito a lungo, non ho provato ad ambientarmi, non mi sono lasciato andare, ma alla fine ho lasciato aperto uno spiraglio, e poco a poco un altro modo di vivere ha preso parte di me, mi ha coinvolto. Anche se tornerò tra qualche mese a me sembra di essere arrivato ieri. Forse è questo quello che deve lasciarti un posto quando ti accoglie, non ti fa accorgere il tempo che passa. Ti fa star bene.

Però i giorni se ne sono andati, son volati insieme ai mesi, alle feste e ai compleanni, e più di un anno è già trascorso. Sono spaventato. Ho paura di tornare. Ho paura di rivedere visi amati segnati dall’età che scorre inesorabile, ho paura di quello che potranno vedere loro, o di quello che non potranno più trovare e continueranno a cercare, insistentemente. Ed io, cosa mi sono perso? Ci riconosceremo ancora? Sarà ancora amore?

Nei momenti di lucidità estrema mi accorgo di aver incontrato sempre persone che, alla fin fine, hanno gli stessi problemi, ed anche se si ostinano a non risolvere, a non affrontare, a nasconderli sotto il tappetto come la polvere, a guardarli bene son tutti riconducibili a quella cosa che anche se non nominiamo chiamiamo tutti senso della vita, di cui abbiamo disperatamente bisogno per non sentirci quegli esseri fragili e deboli quali siamo.

Qualche giorno fa una mia amica mi scriveva di aver iniziato ad apprezzare l’incertezza, e mi parlava del viaggio come se non dovesse mai finire, perché ovunque arriveremo non ci stancheremo mai di dire: e adesso, che si fa?

Il mio viaggio non termina qui cara amica, ma riprenderà presto. Non mi stancherò di cercare quel senso, anche se mi ci vorrà una vita intera.

L’oroscopo di Rob Brezsny

C’erano tante cose di cui avrei potuto scrivere. Stavo meditando su tante cose in questo periodo di latitanza – cosa che tra l’altro, raccomanderei vivamente. Ma poi, basta poco, come una notte insonne, e ancora le stesse cose, solite, noiose, poco profonde, fasulle, banali, che mi fanno accendere la scintilla…

Fondamentalmente, la cosa divertente è che noi Occidentali vogliamo fare quelli distaccati, che hanno capito che il gatto nero non ha nulla a che fare con le mie disgrazie, che ridono, con aria saccente, del provinciale che gli vuole appioppare i cornetti rossi e altri talismani contro la malasorte. Siamo gli stessi che in sostanza non guardano il Grande Fratello o prendono per il culo Uomini e Donne e tutte le persone che lo seguono. Senza dimenticare poi, ovviamente, di essere fan della prima scemenza americana o inglese, perché fa cool, perché è di moda, perché mi fa sentire diverso dagli altri, appartenente a un’altra classe sociale.

Perché il punto alla fine è sempre lo stesso: la classe sociale. Distinguersi. Non confondere la merda con la cioccolata. Bene, se consideriamo tutto il resto merda, c’è qualcosa che devo dirvi, e forse non ve ne siete accorti: ci siete immersi fino al collo, anche voi che snobbate l’oroscopo di Branco, che magari era di moda negli anni Ottanta e adesso è solo roba per matusa, come Berlusconi e il professor Onida, tanto per rimanere legati all’attualità. Oppure, non si potrà più dire che sono vecchi, alla veneranda età di più di 150 anni messi assieme? Ah, i saggi, per fortuna che ci sono loro! Ma non dilunghiamoci in altri discorsi…

Il ragionamento che vi passa nella testa (provo a indovinare) è questo: “Io condivido il mio oroscopo di Rob Brezsny, che ci azzecca sempre e usa tanti personaggi ignoti alla parterre italiana, parole surreali e riferimenti artistici fighi. E ovviamente, è sottinteso che io leggo Internazionale.” Ovviamente, aggiungo io, non è proprio così sottinteso, e sinceramente, non ci interessa più di tanto.

Inizio veramente a preoccuparmi per le persone di cui mi sono circondato. Seriamente, è la parola giusta. Sono seriamente preoccupato. Ecco, l’ho detto. Da quando è successo che mi sono rinchiuso dentro un circolo (o circo?) di persone che, se da un lato fanno le pulci e prendono per il culo tutto quello che è antico, ingenuo, credulone, premoderno, ancestrale e scaramantico – come se fosse materia di antropologi della domenica, già pronti tutti quanti a sancire che bisogna uscire da queste logiche per abbracciare la modernità, il metodo scientifico, il rigore razionale e di fatto, cazzate varie – mentre poi stanno dall’altro lato a scassare la minchia, ogni santissima settimana, con l’oroscopo di Rob Brezsny? Fresco fresco è appena uscito, in modo che tutti vedano che c’azzecca, che lo seguo, che io sto update fratello. 

Mi verrebbe da dire basta, fatemi scendere. Se sono salito di mia volontà, tempo addietro, chiedo scusa, mi sono sbagliato, fatemi scendere da questa oscenità, da questo controsenso, da questa contraddittorietà che distingue il pensiero dai fatti, dalle azioni.

La cosa più banale e più stupida di cui mi ricordo ora, che mi fa ancora un po’ male forse, ma adesso mi fa anche sorridere, è che molto spesso io ero quello accusato di insicurezza (come se fosse una colpa), che non volevo crescere, che non volevo accettare “il passo coi tempi”.

Quasi quasi, se trovassi un finanziatore, mi mettere a studiare piuttosto che le tribù della Papua Nuova Guinea – di cui forse non riusciremo proprio a capire nulla se non ci accorgiamo delle somiglianze con noi piuttosto che delle diversità – quella setta di saggi, o futuri tali, con le loro manie, fissazioni, riti sciamanici, e chi più ne a più ne metta, per mettere in piena luce tutta la loro fragilità di vivere in un’epoca così priva di punti di riferimento, di valori, di radici, di tutto quello che ci è stato detto di cestinare come qualcosa appartenente al passato che non deve riguardare o influire sull’homo sapiens sapiens. Ma quale? Ma dove! Io spero che un giorno vi accorgerete dell’insensatezza di tutto questo, di questa scissione, e la smetterete di mentire a voi stessi. Si, per la tanto onestà intellettuale che viene sempre acclamata.

Un’ultima cosa. Essendo una persona liberale, per favore, continuate pure a condividere il vostro oroscopo settimanale come se fosse il santino in grado di portare a termine le vostre commissioni settimanali, ma poi almeno abbiate l’accortezza, se non altro, di lasciare in pace questo Mondocane con i suoi (e vostri) demoni. E’ l’ora di finirla e pensare a cose poco poco più serie.