Archivio mensile:giugno 2013

Fermata Pechino

Già sul volo sento che sto andando in Cina. Inaspettatamente i visi occidentali sono pochi, molti volti orientali, che non hanno bisogno di compilare nessuna arrival card. Sul retro, quando ci si riferisce agli stranieri in visita, si parla di aliens (sarà anche corretto ma suona troppo strano). Undici ore di volo dall’Australia, ma solo un paio d’ore di fuso orario da Sydney a Pechino. Accanto a me, una bellissima ragazza cinese che non mi rivolge parola per tutto il viaggio nonostante i miei goffi tentativi di attaccar bottone. Provo ad informarmi, chiedendo alla hostess su come si dica “senza glutine” in cinese. Non lo sa, anche se mi sta servendo un pasto gluten free. Chissà cosa pensa quando lo serve, se si domanda che vorrà dire. Magari penserà che sono uno strambo, mezzo malato, che ha bisogno di cibi speciali dal nome esotico. Forse fa solo il suo lavoro, come io al ristorante che per un po’ continuavo a servire “rhubab and berry crumble” senza avere la minima idea di quale fosse la sua composizione. L’hostess gentile torna dopo cinque minuti, si deve essere informata da qualcuno e mi dice che gluten free si dice u cu zan, con tono soddisfatto di colui che ha compiuto il suo dovere. La ringrazio.

All’aeroporto c’è un po’ di confusione su quale sia il varco d’uscita a cui dirigersi. Finalmente trovo quello giusto, per una visita veloce senza necessità di visto se entro le settantadue ore. Io ne ho solo sei a disposizione. I due ragazzi prima di me vengono rimbalzati, devo compilare un form per l’immigrazione. Arriva il mio turno, spiego le mie intenzioni e l’addetto alla dogana mi squadra e mi dice “solo per questa volta” come se stesse facendomi un favore. Sotto di lui, alla portata della mia mano, ci sono cinque pulsati con faccine diverse, dalla più triste alla più sorridente, per indicare il grado di soddisfazione del servizio. Lui non può vedere, ma ho come l’impressione che sappia lo stesso.  Ovviamente io metto quella verde che sorride di più: greatly satisfied e sorrido a mia volta. Prelevo cinquecento yuan, l’equivalente di circa ottanta dollari australiani, e mi dirigo verso il treno che collega l’aeroporto al centro città. Sono pezzato ovunque, c’è un caldo umido-afoso-appiccicoso e un cielo velato. Io spero soltanto che sul treno l’aria condizionata sistemi le cose, per il momento.

Se non ricordo male si suol dire pazienza cinese per indicare colui che ne ha molta. Di fronte al tempio (buddista?) a cui ho deciso di recarmi ce ne vuole molta, in attesa dell’apertura. Durante il tragitto non ho incontrato nessun altro occidentale. E’ una sensazione mai provata prima. Significa veramente sentirsi diversi. Ho deciso di prendere la metropolitana, abbastanza moderna, fino a Dongzhimen, per poi cambiare sulla linea due fino a Yonghegong, dove c’è il Lama Temple. Apre alle nove, sono le otto e trenta del mattino e siamo tutti qui ad aspettare. Io scrivo. Le stazioni della metro sono vecchio stile ma affascinanti, rivestite con mattonelline verde acquamarina e neon in bella vista sul soffitto. Sono molto affollate, ognuno procede spedito verso la sua meta e non c’è tempo per ripensamenti o cambi di rotta. Di fronte all’ingresso del tempio, incastrato tra vicoli polverosi e negozi che vendono oggetti di culto misti a souvenir, si affolla un mondo variegato: mendicanti, fedeli, giovani coppie benestanti che sostano le loro Mercedes dai sedili rivesti  di tessuto ricamato direttamente di fronte alla porta d’ingresso. Io non c’entro nulla, e questo mi fa stare bene. Forse, dopo questo pit stop a Pechino, mi è venuto il mal di Cina, o il mal d’Asia, oppure più semplicemente quella (in)sana voglia di viaggiare nei luoghi dove si prova un forte estraniamento culturale, dove non ci si sente a casa, dove forse non si potrà mai sentirsi come tale. Avrei voglia di comunicare, parlare con le persone che ho intorno, ma non lo faccio. La differenza linguistica a volte è una forte barriera, mentre altre basta muovere gli occhi, un gesto del corpo, e ci si comprende, come lo sguardo di una giovane cinese che incrocio lungo il mio cammino.

Il buon viaggiatore non si ferma a fare foto, ma descrive quello che vede. Lunghe bacchette d’incenso che tre a tre vengono bruciate in diverse tappe lungo il cammino che si snoda all’interno del parco in cui sono ospitati più di un tempio. Io ne avevo comprato un poche, e dopo averne usate solo tre ho regalato tutte le altre, non sapendo che mi sarebbero servite anche dopo. Il buon viaggiatore osserva e riporta fedelmente quello che vede, descrivendolo. E’ come assistere ad un messa, e nel momento dell’eucarestia descrivere quel disco bianco, commestibile, grande poco più di una moneta, che viene messo sulle mani o direttamente in bocca dei fedeli… senza sapere che sia un’ostia. Io qui non capisco bene quello che vedo, ma semplicemente lo riporto. Per un attimo mi sento persino a casa, anche qui, come se ci fossi già stato, sempre stato. Sarà la mia attitudine a non trovare pace, o sarà che provo empatia anche per queste persone, seppure lontane anni luce dalla mia cultura.

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le conseguenze dell’amore

A volte, quando cala il sole, provo un senso di inquietudine. Forse è la stessa angoscia che attanaglia l’uomo dalla notte dei secoli. Chissà cosa avrà pensato l’uomo primitivo, nella sua caverna, o nella sua casa di paglia e fango, al tramonto, stordito da una lunga e  faticosa giornata, assopendosi nella speranza che il sole sarebbe risorto ancora il giorno dopo. Senza capire cosa fosse, senza sapere come funzionasse, avendolo intuito certamente, ma confidando nella forza della speranza. Confidando in qualcosa che portava dentro di sé. Una fiammella, un fuoco che arde, qualcosa che ti sussurra e ti dica: “vedrai, non sarà l’ultima volta”. Alla fine di un lungo giorno, quale consolazione poteva trarre se non quello di addormentarsi con la persona amata? Poteva, quello che chiamiamo amore, alleviare il suo dolore? Poteva farne a meno? Chissà se anche lui provava lo stesso senso di inquietudine dal pagliericcio in cui dormiva, attenuato dal calore del corpo di un’altra persona confusa e spaventata come lui. Chissà se si sentiva meno solo nelle distese africane, in cui lo sguardo si estende a perdita d’occhio e ti mozza il fiato tanto che non bastano i polmoni a colmare quel senso d’immensità che trasmette.

Dove trovava la forza di sopravvivere l’uomo primitivo? Non c’è televisione, non c’è pubblicità, non c’è distrazione che sia in grado di sciogliere quel nodo che a volte si forma tra lo stomaco e lo sterno prima di addormentarsi. Come faceva ad addomesticarlo, ad ammansirlo in modo da allontanare i brutti sogni? Dalla mattina alla sera, come metafora della vita, si ritrovava nudo, uguale a tutti i suoi simili, pronto a pagare il conto finale a quella cosa che chiamiamo Natura come se lui, l’uomo, fosse qualcosa di diverso, di distaccato e separato da tutto questo che ci circonda. A volte penso… dannazione! Dannazione poter scindere pensare analizzare e fare tutte quelle cose con cui ci distinguiamo dagli animali… ah Signore non sai quanto darei se potessi anche solo per un istante rinunciare a tutto questo per lasciarmi andare agli istinti allo spirito alla passione senza soffocare più nulla in un pianto a singhiozzo.

Fino a quando a forza di piangere non riesco più a respirare, ho bisogno di aprire la finestra ma non basta, mi manca fiato come se l’aria non contesse più un’atomo d’ossigeno allora corro giù per le scale fin fuori dal portone per prendere aria con tutto il mio corpo. Alzo lo sguardo al cielo ma scorgo solo le stelle e la luna che non mi riscalda il cuore abbastanza, allungo la vista all’orizzonte, giù verso il molo oltre il mare e corro corro corro quasi a volermi buttare nell’acqua gelata e nuotare fino a quando le forze me lo consentiranno con la certezza che arriverò a terra. Osservo la linea che separa i due elementi con ansia, aspetto qualcosa che tutti diamo per scontato, che la notte finisca, che quella palla infuocata torni ancora a risplendere nel cielo per darmi nuova forza e placare le mie paure.