le conseguenze dell’amore

A volte, quando cala il sole, provo un senso di inquietudine. Forse è la stessa angoscia che attanaglia l’uomo dalla notte dei secoli. Chissà cosa avrà pensato l’uomo primitivo, nella sua caverna, o nella sua casa di paglia e fango, al tramonto, stordito da una lunga e  faticosa giornata, assopendosi nella speranza che il sole sarebbe risorto ancora il giorno dopo. Senza capire cosa fosse, senza sapere come funzionasse, avendolo intuito certamente, ma confidando nella forza della speranza. Confidando in qualcosa che portava dentro di sé. Una fiammella, un fuoco che arde, qualcosa che ti sussurra e ti dica: “vedrai, non sarà l’ultima volta”. Alla fine di un lungo giorno, quale consolazione poteva trarre se non quello di addormentarsi con la persona amata? Poteva, quello che chiamiamo amore, alleviare il suo dolore? Poteva farne a meno? Chissà se anche lui provava lo stesso senso di inquietudine dal pagliericcio in cui dormiva, attenuato dal calore del corpo di un’altra persona confusa e spaventata come lui. Chissà se si sentiva meno solo nelle distese africane, in cui lo sguardo si estende a perdita d’occhio e ti mozza il fiato tanto che non bastano i polmoni a colmare quel senso d’immensità che trasmette.

Dove trovava la forza di sopravvivere l’uomo primitivo? Non c’è televisione, non c’è pubblicità, non c’è distrazione che sia in grado di sciogliere quel nodo che a volte si forma tra lo stomaco e lo sterno prima di addormentarsi. Come faceva ad addomesticarlo, ad ammansirlo in modo da allontanare i brutti sogni? Dalla mattina alla sera, come metafora della vita, si ritrovava nudo, uguale a tutti i suoi simili, pronto a pagare il conto finale a quella cosa che chiamiamo Natura come se lui, l’uomo, fosse qualcosa di diverso, di distaccato e separato da tutto questo che ci circonda. A volte penso… dannazione! Dannazione poter scindere pensare analizzare e fare tutte quelle cose con cui ci distinguiamo dagli animali… ah Signore non sai quanto darei se potessi anche solo per un istante rinunciare a tutto questo per lasciarmi andare agli istinti allo spirito alla passione senza soffocare più nulla in un pianto a singhiozzo.

Fino a quando a forza di piangere non riesco più a respirare, ho bisogno di aprire la finestra ma non basta, mi manca fiato come se l’aria non contesse più un’atomo d’ossigeno allora corro giù per le scale fin fuori dal portone per prendere aria con tutto il mio corpo. Alzo lo sguardo al cielo ma scorgo solo le stelle e la luna che non mi riscalda il cuore abbastanza, allungo la vista all’orizzonte, giù verso il molo oltre il mare e corro corro corro quasi a volermi buttare nell’acqua gelata e nuotare fino a quando le forze me lo consentiranno con la certezza che arriverò a terra. Osservo la linea che separa i due elementi con ansia, aspetto qualcosa che tutti diamo per scontato, che la notte finisca, che quella palla infuocata torni ancora a risplendere nel cielo per darmi nuova forza e placare le mie paure.

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