Archivio mensile:dicembre 2013

Towards the east ocean

Siamo riusciti per un altro anno ad organizzare il Christmas Party con i colleghi del lavoro. Se l’anno scorso era toccato al ristorante coreano, quest’anno abbiamo puntato sul cinese. East Ocean Restaurant. Arrivati all’ingresso, non mi ispirava fiducia già dall’insegna, anche se alcuni colleghi sembrava ne avessero sentito parlare come un ottimo ristorante. Aperto circa 25 anni fa, si trova nella Chinatown e serve piatti caldi fino alle 4 del mattino. Io mi guardo intorno e penso che siamo il gruppo di lavoro più strampalato e divertente del mondo. Magari mi sbaglio, ma se ci facessero una foto tutti insieme, e scrivessero sotto la storia di ognuno, non si capirebbe come mai queste persone, per un certo periodo, si sono ritrovate a lavorare tutte assieme. Io le osservo, e ci osservo, cercando di godermi la cena ma senza perdere nulla dei tratti di ciascuno. C’è Lupe, o Ruby, madre di una bambina di 6 anni, quasi 7 anni, ancora fidanzata, che vive in una casa con una famiglia molto numerosa tra nonni e parenti vari, originaria di Tonga, ma nata in Nuova Zelanda. C’è Doni che viene dal Kerala, in India, con la moglie ma senza figli. C’è Anoj dal Nepal, Melody dalle Filippine, James dall’Inghilterra, Andrea dall’Australia, solo per citarli alcuni senza aggiungere altro alle loro storie. Potrebbe sembrare il classico gruppo che si forma per l’Erasmus, unito dalla stessa Università, ma non è così. Ognuno ha un’età diversa, un background di studio diverso, che ci rende tutti un po’ unici e mal amalgamati. Ci sono io, che sto cercando di smettere di definirmi, anche se è innegabile che sia frutto dell’Italia. C’è il mio imperscrutabile capo, coreano ma australiano. Non saprei come definirlo in realtà, eppure, in parte grazie al suo carisma, ha tirato fuori un po’ il meglio da tutti noi, chi un po’ allo sbando oppure chi ai margini della società per un motivo o per l’altro. Arrivati dall’interno del ristorante, inizio a controllare la carta dei vini. Ci sono posti – tra cui quello dove mi trovo – in cui non ti aspetti di trovare una bottiglia di Chateau Lafite Rothschild 1er Cru del 1996 a 2.880 dollari, oppure una specie di liquore cinese chiamato Gui Zhou Mao Tai vecchio di 50 anni a 7.688 dollari, oppure una bottiglia di Hennessy Richard a 4.380 dollari. Sono cose che non ti aspetti insieme al piatto di fried rice a 26 dollari e qualche spicciolo. Rimani stordito. Rimani stordito di fronte all’enormità di questo posto, con poco più di 500 coperti e pareti fatte di acquari con granchi giganti, aragoste e abaloni che verranno cucinati notte tempo. La tua mente spazia a immagini, chissà pescate da quale film, in cui uomini d’affari, magari non solo cinesi, che dopo aver “fatto business” tutto il giorno e magari quasi tutta la notte, vengono qui verso le 3 del mattina una volta concluso l’affare, e organizzano una tavolata di 15 persone ordinando vino francese da 3.000 dollari a bottiglia e mostri marini poco prima ancora vivi. Per un’attimo ti svegli e torni alla realtà mentre vedi quel signore di mezza età che ti sta servendo e pensi “ecco, un giorno sarò così, lui sarò io”. Ti guardi intorno, cercando di capire perché il bancone del bar sembra un deposito di oggetti degli anni Ottanta ammassati alla rinfusa e ancora non capisci perché un posto del genere, che noi (europei) definiremo dozzinale possiede una carta dei vini da mille e una notte. L’ordinazione non è affatto semplice. La cameriera, anche lei sulla cinquatina (la mia versione al femminile diciamo) sembra non capire affatto inglese – magari vive qui da 30 anni – perché anche se lo parla, quando ordino ha bisogno di vedere il menù, scritto in cinese ed inglese, per ricopiare sul suo taccuino i nomi dei piatti ripetendoli insieme a me in cinese. Vengono scelte cose un po’ a caso tra cui meduse – a quanto pare i cinesi sono i migliori a cucinarle, pipis (una specie di vongola locale), carni con riso e verdure miste. A serata conclusa, intorno alle 3 del mattino, c’è ancora gente che arriva  a mangiare qualcosa, mentre io mi dirigo a casa osservando ancora quell’insegna al neon lampeggiante che mi ricorda più un bordello che un ristorante.

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Crocevia

L’ispirazione è una brutta bestia. Ci sono mesi in cui è come se fosse qualcosa che ti martella di continuo il cervello, e più dovresti concentrarti per fare qualcos’altro più ti prende e non ti lascia andare finché non trova il suo sfogo nelle parole. Poi capita che intervenga di mezzo qualcosa e la tua vita cambia, come le tue priorità. Inizi a toccare il reale con mano, ti appassioni alle cose concrete, a dove sei, a quello che fai, ma soprattutto a quello che potresti fare. E la tua ispirazione sembra – o lo è – svanita. Ci sono ancora tanti stimoli che provengono dall’esterno. C’è da leggere quello che succede in Italia, c’è la morte di Nelson Mandela, c’è il Mondo intorno a te che cambia, ma tu non ci sei, o meglio tutto il resto sono cose che capitano inevitabilmente senza la presunzione di doverle combattere o modificare. Ma soprattutto tutto ciò che è troppo distante ti appare sfocato, insignificante, se non del tutto superfluo. Cerchi di fare uno sforzo, capire cos’è che ti succede, e per una volta provi a descrivere un sentimento – l’amore – con cui tanti si sono confrontati e cimentati. A te appare come qualcosa che addolcisce il tutto, il futuro ma anche le esperienze vissute. Intrattiene la nostra mente come se fosse una droga, inebriati dallo stato delle cose che, anche se non sono come dovrebbero, anche se non sono e non saranno mai perfette, ci appaiono soddisfacenti. A pensarci bene, in un momento di riacquistata lucidità, ti rendi conto che è un sentimento pericoloso. Non sai cosa è meglio. Se quella continua ricerca e disperazione, che teneva la mente così lucida e pronta a cogliere ogni piccolo particolare per trasformarlo in una storia, in un motivo di ispirazione, oppure questo stato di appagamento, un po’ inebetito, che ti lascia senza commenti. Ci dovrà pure essere una via di mezzo, anche se è difficile trovare il percorso che riaccenda la scintilla godendo di quello che abbiamo.