Archivio mensile:settembre 2014

Il mio lavoro

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Oggi ho deciso di scrivere un po’ di quello che sto facendo, qui in Australia. Lavoro in un ristorante. Ma non è un ristorante qualunque. Forse è considerato un ristorante sotto la media, ma ultimamente mi sto rendendo conto che ha qualcosa di diverso rispetto agli altri ristoranti.

Io lavoro molto spesso da solo. Tre sere su cinque sono da solo, perché posso seguire i clienti (mi piace chiamarle persone) che ci sono. E’ un ristorante che lavora (quasi) solo su prenotazione, quindi ogni sera so indicativamente quante persone arriveranno. Nome, cognome, numero di telefono, indirizzo, orario di arrivo, a volte conosco anche l’anniversario di matrimonio, il compleanno dei figli, le intolleranze alimentari, il tavolo preferito (se sono clienti regolari).

Ora provate a immaginarvi questa casa costruita nel 1913, in mattoni su due piani, con due piccoli cortili a terrazza prima dell’ingresso, e un grande albero di magnolia. Per entrare bisogna suonare il campanello, all’ingresso illuminato da una piccola lanterna c’è una porta verde con un grande batacchio di metallo al centro. A volte, chi non vede il campanello, usa quello per suonare. Dietro la porta, ci sono io. Ogni volta che si viene a mangiare, le persone vedono solo me. Non vedono nessun’altro. Non vedono nessun’altro che fa i caffè o che prepara le bevande. Sono sempre io. Non vedono la cucina e nessuno che cucina, anche se c’è qualcuno che lo fa, fortunatamente. Le faccio accomodare al loro tavolo, d’inverno a volte vicino al camino accesso. Ci sono due caminetti nelle due stanze principali, due grandi chandelier, un sofà stile impero di fronte ad una grande vetrata opaca che da sul cortile. Sopra c’è un drappo talmente ben stirato che sembra quasi finto, di ceramica, tant’è che ci sono state diverse persone che mi hanno chiesto se era vero oppure no. E’ tutto vero. A parte i quadri, grandi riproduzioni di pittori francesi, alcuni anche meno conosciuti, ritratti tardo-milleottocento, grandi vasi di fiori, persone riunite intorno a un tavolo che mangiano. Può sembrare tutto un po’ kitsch, eppure tende al classico. Forse è tutto un po’ decadente. Ricorda i fasti di un tempo. Sembra l’Impero Romano qualche mese prima del crollo, la monarchia francese qualche giorno prima della rivoluzione, gli sfarzi demodè dei nobili caduti in disgrazia, l’orchestra del Titanic che suona ancora mentre la nave sta affondando, e l’acqua inizia a salire sopra le caviglie. Tutto è un po’ vetusto, obsoleto. Perfino il cibo, anche se mediamente buono, ricorda un’epoca passata, sia nelle presentazione che nella combinazione di colori, e di gusti. E’ come mangiare alla tavola di Maria Antonietta, non quella pop di Sofia Coppola ma quella dei libri di storia.

Insomma provate ad immaginarvi questo posto, in cui andate per cena, in cui di solito ci sono pochi tavoli, facciamo cinque come stasera, quattro da due e uno da quattro per un totale di dodici persone. E’ certamente un posto strano. Beh, ultimamente, forse anche prima, anche se non me ne ero mai accorto, scatta qualcosa di magico. C’è sempre un’empatia che si sviluppa tra me e i clienti, sia che siano nuovi sia che siano persone regolari, abitué del ristorante, magari che vengono una volta ogni due mesi, o a volte anche più spesso. Penso che venire qui a mangiare li fa sentire un po’ a casa mia, anche perché da due anni vedono prevalentemente solo me.

Vestito tutto di nero, con la camicia abbottonata fino al collo, le scarpe lucide, a volte mi sento quasi uno stoico. Anche se posso parlare con i colleghi della cucina, di fatto sono molto spesso da solo, sono l’unica presenza per il cliente, e per questo è come se mi sentissi in dovere di riempire un vuoto. Forse dovremmo dargli un nome, tipo “la sindrome del cameriere solitario”. La mia è una prova d’attore mischiata con la realtà, è una solitudine che nascondo bene: concedo sempre qualcosa che va oltre il mio lavoro ma che è parte di me, e il cliente non è più solo un cliente, ma una persona che ha una storia da raccontare.

Capita delle volte, quando la serata sta per finire, e gli ultimi tavoli se ne stanno andando, che qualcuno mi chiede come mi chiamo, ma la cosa più bizzarra e che si presenta a sua volta. “E mi dica, qual è il suo nome?”. “Mi chiamo David, piacere”. “Piacere mio, il mio nome è Amy. E lui e mio marito Brendon”. E’ come se avvertissero la necessità di presentarsi. Non sono più il cameriere che li serve al tavolo, sono quasi un loro pari, anche se non mangio con loro. Di fatto ero sempre presente lì, ho trascorso la serata insieme a loro, anche se non eravamo seduti allo stesso tavolo. Abbiamo commentato il cibo insieme. Mi hanno chiesto da dove venivo quando hanno ordinato da bere. Abbiamo parlato di questa vecchia canzone, Strange di Grace Jones, di dove sono andato a pescarla. Abbiamo parlato di Frantic e di Polansky, conoscono il regista ma no, il film non l’hanno ancora visto. Lo guarderanno e ne parleremo la prossima volta. Prima del dolce c’è chi mi confessa che vuole andare a vivere in Toscana, mi chiede se è possible trovare lavoro, mi dice di rimanere in contatto. Sembra una cosa seria. Non c’è nessun problema, le dico. Dopo il dolce, prima di pagare il conto, andiamo più sul profondo, mi chiedono se mi manca la mia famiglia, certo che mi manca, però le racconto anche che ho conosciuto qualcuno qui, parliamo dell’amore e della vita, mi raccontano di come si sono conosciuti, di lei che è di Sydney e di lui che è inglese ma si è trasferito in Australia trenta anni fa. Parliamo dell’Australia, di come è cambiata da trent’anni a questa parte.

E solo alla fine della cena ci siamo presentati, come se in qualche modo, fossimo diventati amici. Come quando si incontra qualcuno con cui si va subito d’accordo, si sta a “chiacchera” per un’ora e poi ci si ricorda che non ci si è ancora presentati! Ecco allora che si scambiano i nomi, come se non fosse importate, e si continua a parlare. Se ci penso, non è una cosa normale. A volte penso sia una cosa malata. Eppure, mi sorprende e mi appassiona vedere come sconosciuti, nel giro di una sera, diventano familiari, e magari io divento familiare a loro, e magari loro rimangano impressi a me come io rimango impresso a loro, e si ricordano di me alla seconda visita (anche perché, non dimentichiamocelo, io sono da solo), ma anche io mi ricordo di loro. C’è chi mi fa gli auguri, chi mi augura la buonanotte e mi bacia sulle guance prima di uscire mentre io gli aspetto all’ingresso, per salutarli dalla porta in cui gli ho fatti entrare, poco meno di due ore prima.

Io non so che cos’è ma quando ho finito di lavorare, a volte, non mi sembra nemmeno di aver lavorato. Ho passato una serata in compagnia, sono entusiasta dell’empatia che si è formata con delle persone che, fino a qualche ora prima, non avevo mai visto e conosciuto. Ora so qualcosa di loro, e forse non le rivedrò più, se ci penso bene sono degli sconosciuti di cui però conosco qualcosa. Adesso ho una piccola collezione di storie di sconosciuti, conosciuti una sera di lavoro come tante altre.