Archivio mensile:gennaio 2015

Buoni propositi per il 2015

Oggi ho aiutato una mia amica a spostare alcuni pacchi. Erano otto scatoloni che mi aveva lasciato più di sei mesi fa, quando era tornata ad Hong Kong. Era luglio, io mi ero appena trasferito nella casa nuova, e oltre alle mie poche cose, c’erano anche i suoi scatoloni, forse più ingombrati rispetto a tutto quello che avevo io all’epoca. Gli avevo trovato un posticino, un po’ disilluso sul fatto che sarebbe tornata. Invece a gennaio è riuscita a tornare a Sydney, come aveva promesso.

Nel tragitto verso casa sua, in macchina, siamo passati in uno di quei negozi di vestiti usati, per la precisione Vinnies, e mi sono liberato di quattro o cinque borsoni carichi di vestiti, piuttosto nuovi, che ormai non usavo più. Era già chiuso, ma c’è una specie di sportello in cui poter gettare tutto dentro. La strada era affollata vista l’ora di cena, e io mi son sentito un po’ come un barbone a tirare fuori camicie, calze, mutande, magliette e pantaloni tutti insieme, appallottolati, per gettarli dentro questa specie di bancomat dove invece di ritirare le banconote può gettare i tuoi vestiti vecchi, perché non è sempre detto che siano pure usati. Mi domando se ci sono posti così in Italia, dove mi tutto mi sembra più complicato, per cui per liberarti di vestiti vecchi, almeno dalle mie parti, devi chiamare il parroco, che poi gli deve scegliere, e poi se non vanno bene devi riportarli via, fatto che stai che si finisce sempre per tenerli tutti lì dentro l’armadio o in qualche ripostiglio, anno dopo anno, affezionandosi lentamente a cose morte.

E’ stata una liberazione, è stato divertente, ho fatto qualche risata con la mia amica. E’ stato un momento di quelli lì in cui stai bene con te stesso perché fai qualcosa che ti rende felice, senza pensare troppo a quello che possono pensare gli altri. Anche muovere gli scatoloni, in fin dei conti, è stato quasi  divertente, sarà che ormai ci sono abituato, sarà che mi fa venire in mente ricordi di traslochi bislacchi avvenuti in passato. Dovrei pensare di fare il traslocatore, visto che mi diverte ogni tanto… ma forse anche no. Muovere le cose mi aiuta a riflettere. E’ complicato spostarsi da una parte all’altra. Abbiamo tutti una serie di oggetti, di piccole cose insignificanti a prescindere dal loro valore economico, ma significative per ognuno di noi, che ci portiamo dietro, anzi, che dobbiamo portarci dietro per riconoscerci, per sentirci aderenti con noi stessi.

Finito il trasloco sono rimasto un po’ a chicchera con la mia amica. Non deve essere semplice ricominciare una nuova vita, ancora una volta, da un’altra parte. Anche se ti pagano la macchina, anche se ti pagano l’affitto, non deve essere semplice. La nostra generazione prende lo spostarsi come qualcosa di normale, di positivo. Forse lo è. Mi ero appassionato – ma ancora lo sono – di autori che elogiano il nomadismo, lo spostarsi incessante dell’uomo in cerca di qualcosa di migliore, un po’ come se non fossimo mai soddisfatti di quello che già abbiamo ora, qui. Oppure come se fosse legato, come sostengono alcuni, alla genetica, per cui l’uomo non potrà fare a meno di sentire il desiderio di spostarsi, perché non nasce albero, con le radici, anche se poi ognuno di noi le radici ce l’ha, come si suol dire. E’ vero, mi sono spostato anche io, però, ripensandoci, quanto è difficile.

Abbiamo parlato un po’ di Hong Kong, delle proteste. E’ bello sentirselo raccontare da qualcuno che c’era, fisicamente, piuttosto che leggerlo su qualche giornale, anche se affidabile. Non perché ci siano chissà quali colpi di scena, ma semplicemente una storia diventa più interessante se ce la racconta qualcuno che conosciamo, presente sul posto. Io non ci sono mai stato ad Hong Kong, eppure è un’altro posto che, dopo la conversazione con la mia amica, sarei curioso di vedere. Penso a cosa vuol dire essere nati e cresciuti là, in un posto che non è mai stato uno Stato ma che funziona come uno Stato, essere prima cittadini delle colonie britanniche e poi essere cittadini di Hong Kong ma con qualche legame in più con la Cina. Sembra confuso, forse per questo mi piace.

Ho deciso di camminare un po’ per tornare a casa. E’ sabato sera, uno di quei sabati liberatori in cui hai buttato dei vestiti vecchi, hai rivisto qualcuno che conoscevi, ti senti soddisfatto per aver spostato degli scatoloni che non avresti creduto di farlo mai e poi mai: insomma, non un sabato qualunque. La città è in fermento per l’Australian Day, che sarà lunedì, persone per strada ad ogni angolo, un po’ eccitate all’idea di avere tre giorni di fila finalmente liberi del lavoro, anche se non per tutti. In fondo alla via vedo dei lampi che illuminano il cielo, segno che tra poco comincerà a piovere, e subito questa città si trasforma in Gotham City.

Tutti siamo alla ricerca di qualcosa. Una direzione da prendere, qualcosa che ci fa sentire noi stessi, o sarebbe meglio dire felici. Qui sta il segreto. Alcuni, forse tanti, si sentono in dovere di fare quello che fa piacere agli altri. Passano la vita così, con gli stessi problemi di tutti in fin dei conti, la famiglia, i soldi, l’amore, la carriera, però incentrata su qualcosa che hanno scelto perché rende felice anche chi gli sta intorno. Io per questo 2015 ho bisogno di alimentare quei momenti – piccoli, ma pure grandi – che mi fanno star bene.

Non è semplice individuarli, ma io una mezza idea ce l’ho. Al prossimo trasloco.