Storie di confine tra Nicaragua e Costa Rica

Superato il ponte che attraversa il fiume Sapoa prima di riversarsi nel lago di Nicaragua, il più grande del Centro America, ci siamo ritrovati in Costa Rica.

Ho notato un gruppo di persone accampate, come se stessero lì da un bel po’ di tempo. Sono a gruppi sparsi intorno agli edifici del controllo passaporti, vicino alle bancarelle che vendono il cibo e agli stand dei biglietti dell’autobus. Ci sono materassi gonfiabili, vestiti, fornelli da campeggio, a volte tende. Una cosa che si nota è che le persone accampate sono diverse dai “nica” (nicaraguensi) o “tico” (costaricani): per lo più hanno tratti somatici africani, una carnagione scura, alcuni sono bianchi. Sono afro americani, ma da dove vengono? Nelle coste dell’Atlantico di Costa Rica e Nicaragua – come in tutti gli altri paesi che si affacciano sul mar caraibico – ci sono comunità di afro americano che parlano una lingua creola con una propria cultura ed identità diversa da quella Maya e, in parte, dai discendenti dei coloni spagnoli. Eppure non sono loro. Aspettando l’autobus per San Jose, la capitale della Costa Rica, chiedo ad un ragazzo che ha appena finito il suo turno ai controlli di sicurezza chi sono quelle persone accampate, fatto sta che sono cubani.

Quando siamo stati a Cuba avevo sentito di storie di Cubani bloccati al confine tra Costa Rica e Nicaragua. C’è che diceva 700, c’è chi diceva 3000, c’è chi diceva 6000. Una bella differenza di numeri. Sono tutti diretti negli Stati Uniti, ma anche se Miami dista solo circa 170 chilometri da La Habana, il tragitto in mare credo che sia il più pericolo e rischioso. Non possono andare neppure a Cancun, in Messico, che dista solo 150 chilometri dalle coste cubane, perché il governo messicano non rilascia facilmente dei visti di ingresso per i cittadini cubani. Per cui sono costretti ad andare in Ecuador, il paese più vicino a Cuba per cui i cubani non hanno bisogno di alcun visto. E poi dall’Ecuador risalire fino agli Stati Uniti, passando per Colombia, Panama, Costa Rica, Nicaragua, Honduras, El Salvador, Guatemala e Messico, qualcosa come 8 diversi paesi, 7 valute diverse (in Panama ed El Salvador si usano dollari americani), circa 5000 chilometri, per intenderci circa 1000 chilometri in più della distanza che c’è tra Roma e Mosca. A volte l’Europa è troppo piccola per certe cose – in tutti i sensi.

Aspettando il nostro bus, mentre parlo con l’ufficiale dell’immigrazione sul perché i cubani sono bloccati al confine, una signora ci interrompe e mi spiega animatamente che la colpa è della Costa Rica perché non gli permette di proseguire verso il Nicaragua. Innesco così un piccolo battibecco tra l’ufficiale nicaraguense e la signora cubana. Apparentemente alcuni cubani sono stati deportati dal governo del Costa Rica, altri vengono fatti passare con il contagocce. A seconda di dove si ascolti la storia la colpa è di qualcun altro. Al di là del confine mi dicono che è il Nicaragua che non fa passare i cubani, in quanto il governo non è più in buoni rapporti con Cuba. Secondo la signora sono 6000, non solo a Pena Blancas, il posto di confine dove siamo passati noi, ma lungo tutto il bordo tra Costa Rica e Nicaragua, concentrati per lo più ai posti di blocco. Lei è arrivata quasi un mese fa, e da allora sta aspettando per passare. Anche lei – come tutti gli altri cubani – è partita da Quito in Ecuador dicendomi che è una città non molto bella e pericolosa. Poi dalla Colombia ha dovuto prendere una piccola imbarcazione per arrivare a Panama, perché al confine tra i due paesi la famosa autostrada interamericana si interrompe nelle paludi del Darién “gap”. Ha attraversato Panama e Costa Rica, e dal 13 novembre sta aspettando al confine con il Nicaragua per passare, praticamente prima che io partissi da Sydney per il mio viaggio.

Mentre ascolto la sua storia la signora parla per un po’ con l’ufficiale dell’immigrazione. Secondo lui une delle colpe della situazione è dei cubani perché non sono uniti. Ognuno agisce per conto suo invece che avere più pressione (politica presumo) agendo in gruppo, considerando in quanti sono al confine che aspettano. Dice che i nicaraguensi, nella stessa situazione, avrebbero agito tutti insieme, cosa che gli distingue dai cubani. Già a La Habana i cubani mi ricordavano gli italiani, e questo forse è un motivo in più. La signora gli da ragione, in una certa misura. Parlano in uno spagnolo molto fitto per cui non riesco a cogliere tutto. Lei è diretta a Las Vegas, dove ha dei parenti. Presumo cercherà di superare il confine tra il Messico e gli Stati Uniti illegalmente, anche se non ne sono sicuro. Lui dice che alcuni cubani si sono spacciati da nicaraguensi e sono riusciti a passare più facilmente. Arrivati al confine tra Costa Rica e Panama troviamo più o meno la stessa situazione.

Questa storia è una delle tante migrazioni di cui non si parla dalle nostre parti. Numeri diversi da quelli europei. Forse irrisori, ma pur sempre una storia che valeva la pena raccontare. Un articolo della BCC del 18 Novembre 2016 parla di 2000 cubani fermati al confine tra Costa Rica e Nicaragua. Probabilmente la determinata signora con con cui ho parlato era una di quelli.

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