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Gesù, il barbone!

C’è un caffè a Londra un po’ nascosto tra la stazione di Bank e quella di Cannon Street che mi piace molto. Per quel che ne so, i posti intorno alla City non mi piacciono un granché perché sono tutti in funzione delle persone che lavorano qui attorno, non sono delle destinazioni ma piuttosto dei luoghi dove andare in pausa pranzo oppure dopo lavoro. Sono chiusi nel weekend quando nella City ci sono poche persone ed in sintesi seguono gli orari delle corporations.

Ce n’è uno però che è diverso, è dentro ad una chiesa. Si chiama Host Café, la chiesa è quella di Storia Mary Aldermary e lo consiglio a chiunque fosse nei paraggi. Ognuno può portarsi il cibo che vuole, da casa o da altri negozi take away aperti qua attorno e consumarlo comodamente nelle panche di solito adibite alla preghiera. C’è anche qualche divano e diversi tavoli dove si può prendere il caffè e una zuppa calda, in tranquillità rispetto a ritmi del mondo fuori. L’insegna fuori dice che il caffè qua è… divino.

Ci torno spesso, con Patrick. Oggi mentre ero qua ho assistito ad una scena divertente. Un barbone è entrato quatto quatto nella chiesa – che è un luogo aperto al pubblico, come il caffè al suo interno del resto. Forse la chiesa, per i suoi principi, è – o dovrebbe essere – il luogo per eccellenza aperto al pubblico. Dentro c’erano circa una trentina di “clienti”, tra business men in meeting di lavoro, amici che si incontravo per pranzo o per un caffè, una famiglia con un neonato.

Il barbone era vestito di stracci e un sacco di iuta legato da una corda intorno alla vita, con una barba lunga e grigia, il cappuccio di una felpa sudicia sopra la testa da cui si poteva intravedere solo il naso e la bocca, ma non lo sguardo. Emanava un odore fetido e molto forte, anche a tre quattro metri di distanza.

Una delle ragazze che lavorano qui, appena accortasi della sua presenza, si è subito diretta verso di lui con sorriso ma con fermezza, per mandarlo via. Il barbone non ha apposto resistenza, presumo che sia un “cliente” regolare da queste parti – o almeno ci provi ad esserlo – e se n’è subito andato dalla chiesa-café.

Non è stato un episodio sgradevole di per se, ma un piccolo siparietto comico che ha fatto ridere sotto i baffi un po’ tutti, compreso il barbone, credo. Eppure una volta uscito e tornata la tranquillità – a parte la scia di tanfo che è stata prontamente coperta da uno spray per ambienti dalla ragazza del caffè – mi è venuta in mente una storia dentro uno dei cassetti della mia memoria, che forse ho sentito al catechismo quando ero giovane.

Non posso dire con certezza se è una parabola della Bibbia o semplicemente un racconto religioso, anche perché non riesco a trovare informazioni a riguardo. Ricordo che parlava di una piccolo paese in cui si aspettava l’arrivo del messia. La città era stata ripulita, così come la casa di Dio che era stata abbellita a festa. Il giorno del suo presunto arrivo tutto era pronto, quando ad un tratto un barbone era entrato nella chiesa ma era stato prontamente scacciato perché non poteva star lì ad inquinare l’aria con il suo tanfo. A parte quell’episodio non era successo altro, ed i fedeli erano stati tutto il giorno ad aspettare l’arrivo del Salvatore invano.

Beh, come finisce la storia potete cercarlo da soli. Presumo ci siate arrivati da soli alla conclusione. Ce lo siamo fatto scappare un’altra volta. Qui, oggi, a Londra, il 2 giugno del 2016, nella chiesa di St Mary Aldermary.

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Storie di confine tra Nicaragua e Costa Rica

Superato il ponte che attraversa il fiume Sapoa prima di riversarsi nel lago di Nicaragua, il più grande del Centro America, ci siamo ritrovati in Costa Rica.

Ho notato un gruppo di persone accampate, come se stessero lì da un bel po’ di tempo. Sono a gruppi sparsi intorno agli edifici del controllo passaporti, vicino alle bancarelle che vendono il cibo e agli stand dei biglietti dell’autobus. Ci sono materassi gonfiabili, vestiti, fornelli da campeggio, a volte tende. Una cosa che si nota è che le persone accampate sono diverse dai “nica” (nicaraguensi) o “tico” (costaricani): per lo più hanno tratti somatici africani, una carnagione scura, alcuni sono bianchi. Sono afro americani, ma da dove vengono? Nelle coste dell’Atlantico di Costa Rica e Nicaragua – come in tutti gli altri paesi che si affacciano sul mar caraibico – ci sono comunità di afro americano che parlano una lingua creola con una propria cultura ed identità diversa da quella Maya e, in parte, dai discendenti dei coloni spagnoli. Eppure non sono loro. Aspettando l’autobus per San Jose, la capitale della Costa Rica, chiedo ad un ragazzo che ha appena finito il suo turno ai controlli di sicurezza chi sono quelle persone accampate, fatto sta che sono cubani.

Quando siamo stati a Cuba avevo sentito di storie di Cubani bloccati al confine tra Costa Rica e Nicaragua. C’è che diceva 700, c’è chi diceva 3000, c’è chi diceva 6000. Una bella differenza di numeri. Sono tutti diretti negli Stati Uniti, ma anche se Miami dista solo circa 170 chilometri da La Habana, il tragitto in mare credo che sia il più pericolo e rischioso. Non possono andare neppure a Cancun, in Messico, che dista solo 150 chilometri dalle coste cubane, perché il governo messicano non rilascia facilmente dei visti di ingresso per i cittadini cubani. Per cui sono costretti ad andare in Ecuador, il paese più vicino a Cuba per cui i cubani non hanno bisogno di alcun visto. E poi dall’Ecuador risalire fino agli Stati Uniti, passando per Colombia, Panama, Costa Rica, Nicaragua, Honduras, El Salvador, Guatemala e Messico, qualcosa come 8 diversi paesi, 7 valute diverse (in Panama ed El Salvador si usano dollari americani), circa 5000 chilometri, per intenderci circa 1000 chilometri in più della distanza che c’è tra Roma e Mosca. A volte l’Europa è troppo piccola per certe cose – in tutti i sensi.

Aspettando il nostro bus, mentre parlo con l’ufficiale dell’immigrazione sul perché i cubani sono bloccati al confine, una signora ci interrompe e mi spiega animatamente che la colpa è della Costa Rica perché non gli permette di proseguire verso il Nicaragua. Innesco così un piccolo battibecco tra l’ufficiale nicaraguense e la signora cubana. Apparentemente alcuni cubani sono stati deportati dal governo del Costa Rica, altri vengono fatti passare con il contagocce. A seconda di dove si ascolti la storia la colpa è di qualcun altro. Al di là del confine mi dicono che è il Nicaragua che non fa passare i cubani, in quanto il governo non è più in buoni rapporti con Cuba. Secondo la signora sono 6000, non solo a Pena Blancas, il posto di confine dove siamo passati noi, ma lungo tutto il bordo tra Costa Rica e Nicaragua, concentrati per lo più ai posti di blocco. Lei è arrivata quasi un mese fa, e da allora sta aspettando per passare. Anche lei – come tutti gli altri cubani – è partita da Quito in Ecuador dicendomi che è una città non molto bella e pericolosa. Poi dalla Colombia ha dovuto prendere una piccola imbarcazione per arrivare a Panama, perché al confine tra i due paesi la famosa autostrada interamericana si interrompe nelle paludi del Darién “gap”. Ha attraversato Panama e Costa Rica, e dal 13 novembre sta aspettando al confine con il Nicaragua per passare, praticamente prima che io partissi da Sydney per il mio viaggio.

Mentre ascolto la sua storia la signora parla per un po’ con l’ufficiale dell’immigrazione. Secondo lui une delle colpe della situazione è dei cubani perché non sono uniti. Ognuno agisce per conto suo invece che avere più pressione (politica presumo) agendo in gruppo, considerando in quanti sono al confine che aspettano. Dice che i nicaraguensi, nella stessa situazione, avrebbero agito tutti insieme, cosa che gli distingue dai cubani. Già a La Habana i cubani mi ricordavano gli italiani, e questo forse è un motivo in più. La signora gli da ragione, in una certa misura. Parlano in uno spagnolo molto fitto per cui non riesco a cogliere tutto. Lei è diretta a Las Vegas, dove ha dei parenti. Presumo cercherà di superare il confine tra il Messico e gli Stati Uniti illegalmente, anche se non ne sono sicuro. Lui dice che alcuni cubani si sono spacciati da nicaraguensi e sono riusciti a passare più facilmente. Arrivati al confine tra Costa Rica e Panama troviamo più o meno la stessa situazione.

Questa storia è una delle tante migrazioni di cui non si parla dalle nostre parti. Numeri diversi da quelli europei. Forse irrisori, ma pur sempre una storia che valeva la pena raccontare. Un articolo della BCC del 18 Novembre 2016 parla di 2000 cubani fermati al confine tra Costa Rica e Nicaragua. Probabilmente la determinata signora con con cui ho parlato era una di quelli.

Buoni propositi per il 2015

Oggi ho aiutato una mia amica a spostare alcuni pacchi. Erano otto scatoloni che mi aveva lasciato più di sei mesi fa, quando era tornata ad Hong Kong. Era luglio, io mi ero appena trasferito nella casa nuova, e oltre alle mie poche cose, c’erano anche i suoi scatoloni, forse più ingombrati rispetto a tutto quello che avevo io all’epoca. Gli avevo trovato un posticino, un po’ disilluso sul fatto che sarebbe tornata. Invece a gennaio è riuscita a tornare a Sydney, come aveva promesso.

Nel tragitto verso casa sua, in macchina, siamo passati in uno di quei negozi di vestiti usati, per la precisione Vinnies, e mi sono liberato di quattro o cinque borsoni carichi di vestiti, piuttosto nuovi, che ormai non usavo più. Era già chiuso, ma c’è una specie di sportello in cui poter gettare tutto dentro. La strada era affollata vista l’ora di cena, e io mi son sentito un po’ come un barbone a tirare fuori camicie, calze, mutande, magliette e pantaloni tutti insieme, appallottolati, per gettarli dentro questa specie di bancomat dove invece di ritirare le banconote può gettare i tuoi vestiti vecchi, perché non è sempre detto che siano pure usati. Mi domando se ci sono posti così in Italia, dove mi tutto mi sembra più complicato, per cui per liberarti di vestiti vecchi, almeno dalle mie parti, devi chiamare il parroco, che poi gli deve scegliere, e poi se non vanno bene devi riportarli via, fatto che stai che si finisce sempre per tenerli tutti lì dentro l’armadio o in qualche ripostiglio, anno dopo anno, affezionandosi lentamente a cose morte.

E’ stata una liberazione, è stato divertente, ho fatto qualche risata con la mia amica. E’ stato un momento di quelli lì in cui stai bene con te stesso perché fai qualcosa che ti rende felice, senza pensare troppo a quello che possono pensare gli altri. Anche muovere gli scatoloni, in fin dei conti, è stato quasi  divertente, sarà che ormai ci sono abituato, sarà che mi fa venire in mente ricordi di traslochi bislacchi avvenuti in passato. Dovrei pensare di fare il traslocatore, visto che mi diverte ogni tanto… ma forse anche no. Muovere le cose mi aiuta a riflettere. E’ complicato spostarsi da una parte all’altra. Abbiamo tutti una serie di oggetti, di piccole cose insignificanti a prescindere dal loro valore economico, ma significative per ognuno di noi, che ci portiamo dietro, anzi, che dobbiamo portarci dietro per riconoscerci, per sentirci aderenti con noi stessi.

Finito il trasloco sono rimasto un po’ a chicchera con la mia amica. Non deve essere semplice ricominciare una nuova vita, ancora una volta, da un’altra parte. Anche se ti pagano la macchina, anche se ti pagano l’affitto, non deve essere semplice. La nostra generazione prende lo spostarsi come qualcosa di normale, di positivo. Forse lo è. Mi ero appassionato – ma ancora lo sono – di autori che elogiano il nomadismo, lo spostarsi incessante dell’uomo in cerca di qualcosa di migliore, un po’ come se non fossimo mai soddisfatti di quello che già abbiamo ora, qui. Oppure come se fosse legato, come sostengono alcuni, alla genetica, per cui l’uomo non potrà fare a meno di sentire il desiderio di spostarsi, perché non nasce albero, con le radici, anche se poi ognuno di noi le radici ce l’ha, come si suol dire. E’ vero, mi sono spostato anche io, però, ripensandoci, quanto è difficile.

Abbiamo parlato un po’ di Hong Kong, delle proteste. E’ bello sentirselo raccontare da qualcuno che c’era, fisicamente, piuttosto che leggerlo su qualche giornale, anche se affidabile. Non perché ci siano chissà quali colpi di scena, ma semplicemente una storia diventa più interessante se ce la racconta qualcuno che conosciamo, presente sul posto. Io non ci sono mai stato ad Hong Kong, eppure è un’altro posto che, dopo la conversazione con la mia amica, sarei curioso di vedere. Penso a cosa vuol dire essere nati e cresciuti là, in un posto che non è mai stato uno Stato ma che funziona come uno Stato, essere prima cittadini delle colonie britanniche e poi essere cittadini di Hong Kong ma con qualche legame in più con la Cina. Sembra confuso, forse per questo mi piace.

Ho deciso di camminare un po’ per tornare a casa. E’ sabato sera, uno di quei sabati liberatori in cui hai buttato dei vestiti vecchi, hai rivisto qualcuno che conoscevi, ti senti soddisfatto per aver spostato degli scatoloni che non avresti creduto di farlo mai e poi mai: insomma, non un sabato qualunque. La città è in fermento per l’Australian Day, che sarà lunedì, persone per strada ad ogni angolo, un po’ eccitate all’idea di avere tre giorni di fila finalmente liberi del lavoro, anche se non per tutti. In fondo alla via vedo dei lampi che illuminano il cielo, segno che tra poco comincerà a piovere, e subito questa città si trasforma in Gotham City.

Tutti siamo alla ricerca di qualcosa. Una direzione da prendere, qualcosa che ci fa sentire noi stessi, o sarebbe meglio dire felici. Qui sta il segreto. Alcuni, forse tanti, si sentono in dovere di fare quello che fa piacere agli altri. Passano la vita così, con gli stessi problemi di tutti in fin dei conti, la famiglia, i soldi, l’amore, la carriera, però incentrata su qualcosa che hanno scelto perché rende felice anche chi gli sta intorno. Io per questo 2015 ho bisogno di alimentare quei momenti – piccoli, ma pure grandi – che mi fanno star bene.

Non è semplice individuarli, ma io una mezza idea ce l’ho. Al prossimo trasloco.

Una preghiera per Bobby / Prayers for Bobby

L’omosessualità è un peccato. Gli omosessuali sono condannati a bruciare all’inferno per l’eternità.

Se volessero cambiare, potrebbero essere guariti dai loro atti impuri. Se si allontanassero dalla tentazione, potrebbero tornare normali. Se solamente cercassero di perseverare, ciò non accadrebbe.

Questo è quello che io ho detto a mio figlio Bobby, quando ho saputo che era gay. Quando mi ha detto di essere omosessuale, il mio mondo è crollato. Ho fatto tutto quello che ho potuto per guarirlo dalla sua malattia. Sono otto mesi che mio figlio si è suicidato gettandosi da un ponte.

Mi pento profondamente per la mia ignoranza sui gay e sulle lesbiche. Capisco che tutto quello che avevo appreso non erano altro che pregiudizi e dicerie crudeli. Se avessi cercato di vedere più lontano di ciò che si diceva, se avessi semplicemente ascoltato mio figlio, quando mi aveva aperto il suo cuore, io non sarei qui ora davanti a voi, piena di rimpianto… Credo che Dio amasse il suo spirito buono e pieno d’amore. Agli occhi di Dio tutto ciò che conta è la bontà e l’amore. Io non sapevo che quando condannavo gli omosessuali alla dannazione eterna, ogni volta io parlavo di Bobby come di un malato e di un perverso e di un pericolo per i nostri ragazzi, io distruggevo la sua autostima e il suo rispetto di se … Alla fine il suo spirito è stato stritolato oltre ogni limite.

Non era la volontà di Dio che Bobby scavalcasse il parapetto del ponte dell’autostrada e che si gettasse sotto le ruote di un camion che l’ha ammazzato sul colpo. La morte di Bobby è il risultato diretto dell’ignoranza dei suoi genitori e della loro paura della parola GAY.

Avrebbe voluto fare lo scrittore. Non avrebbe dovuto essere stato privato delle sue speranze e dei suoi sogni.

Ci sono altri ragazzi come Bobby, seduti nelle vostre congregazioni, invisibili ai vostri occhi, essi vi ascoltano quando ripetete “amen”. E ciò farà tacere le loro preghiere. Le loro preghiere a Dio per la comprensione, l’accoglienza e il vostro amore.

Ma la vostra ostilità, la vostra paura, la vostra ignoranza della parola gay faranno tacere queste preghiere. Allora, prima di dire “amen” a casa vostra o nei vostri luoghi di culto… Rifletteteci… Rifletteteci e ricordate… Un ragazzo vi ascolta.

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Homosexuality is a sin. Homosexuals are done to spend eternity in hell. If they want to change they could be heel of their evils ways. If thye return from temptation they could be normal again. If only they try and try harder if does not work these are the things I told my son Bobby when I found that he was gay.

When he told me he was homosexual, my world felt apart. I did everything I could to cure him of his sickness. Eight months ago my son jumped over a bridge and kill himself. I deeply regret my lack of knowledge about gay and lesbian people.

I see, everything I was taught and told was bigotry and dehumanizing slander. If I have investigated beyond of what I was told. If I’ve just listened my son, when he poured his heart up to me.

I would not be standing with you fill with regret. I believed that God was pleased with Bob kindness and loving spirit. In God eyes kindness and love what is all about.

I did not know each time I echo the eternal damnation for gay people. Each time I refer to Bobby as a sick and pervert, danger to our children his self-esteem his sense of worth was destroyed and final his spirit was destroyed beyond repair. It was not God´s will that Bobby climbed over the sided of a free way over a 18 wheel track which kill himself instantly.
Boby´s death was the direct result of his parents ignorance and fear of the word GAY. He wanted to be a writer. His hopes and dreams should not be taken away from him but they were.

There are children like Bobby sitting in your congregations unknown like you they will be listening to you as you echo Amen; and that would sum silence their prayers. Their prayers to God to understanding and acceptance and for your love. But your hatred and fear and ignorance of the word GAY would silence those prayers. So before your echo amen in your home and in places of workshop, think think and remember a child is listening.

(Mary Griffith)

Il mio lavoro

(apri il link prima di leggere)

Oggi ho deciso di scrivere un po’ di quello che sto facendo, qui in Australia. Lavoro in un ristorante. Ma non è un ristorante qualunque. Forse è considerato un ristorante sotto la media, ma ultimamente mi sto rendendo conto che ha qualcosa di diverso rispetto agli altri ristoranti.

Io lavoro molto spesso da solo. Tre sere su cinque sono da solo, perché posso seguire i clienti (mi piace chiamarle persone) che ci sono. E’ un ristorante che lavora (quasi) solo su prenotazione, quindi ogni sera so indicativamente quante persone arriveranno. Nome, cognome, numero di telefono, indirizzo, orario di arrivo, a volte conosco anche l’anniversario di matrimonio, il compleanno dei figli, le intolleranze alimentari, il tavolo preferito (se sono clienti regolari).

Ora provate a immaginarvi questa casa costruita nel 1913, in mattoni su due piani, con due piccoli cortili a terrazza prima dell’ingresso, e un grande albero di magnolia. Per entrare bisogna suonare il campanello, all’ingresso illuminato da una piccola lanterna c’è una porta verde con un grande batacchio di metallo al centro. A volte, chi non vede il campanello, usa quello per suonare. Dietro la porta, ci sono io. Ogni volta che si viene a mangiare, le persone vedono solo me. Non vedono nessun’altro. Non vedono nessun’altro che fa i caffè o che prepara le bevande. Sono sempre io. Non vedono la cucina e nessuno che cucina, anche se c’è qualcuno che lo fa, fortunatamente. Le faccio accomodare al loro tavolo, d’inverno a volte vicino al camino accesso. Ci sono due caminetti nelle due stanze principali, due grandi chandelier, un sofà stile impero di fronte ad una grande vetrata opaca che da sul cortile. Sopra c’è un drappo talmente ben stirato che sembra quasi finto, di ceramica, tant’è che ci sono state diverse persone che mi hanno chiesto se era vero oppure no. E’ tutto vero. A parte i quadri, grandi riproduzioni di pittori francesi, alcuni anche meno conosciuti, ritratti tardo-milleottocento, grandi vasi di fiori, persone riunite intorno a un tavolo che mangiano. Può sembrare tutto un po’ kitsch, eppure tende al classico. Forse è tutto un po’ decadente. Ricorda i fasti di un tempo. Sembra l’Impero Romano qualche mese prima del crollo, la monarchia francese qualche giorno prima della rivoluzione, gli sfarzi demodè dei nobili caduti in disgrazia, l’orchestra del Titanic che suona ancora mentre la nave sta affondando, e l’acqua inizia a salire sopra le caviglie. Tutto è un po’ vetusto, obsoleto. Perfino il cibo, anche se mediamente buono, ricorda un’epoca passata, sia nelle presentazione che nella combinazione di colori, e di gusti. E’ come mangiare alla tavola di Maria Antonietta, non quella pop di Sofia Coppola ma quella dei libri di storia.

Insomma provate ad immaginarvi questo posto, in cui andate per cena, in cui di solito ci sono pochi tavoli, facciamo cinque come stasera, quattro da due e uno da quattro per un totale di dodici persone. E’ certamente un posto strano. Beh, ultimamente, forse anche prima, anche se non me ne ero mai accorto, scatta qualcosa di magico. C’è sempre un’empatia che si sviluppa tra me e i clienti, sia che siano nuovi sia che siano persone regolari, abitué del ristorante, magari che vengono una volta ogni due mesi, o a volte anche più spesso. Penso che venire qui a mangiare li fa sentire un po’ a casa mia, anche perché da due anni vedono prevalentemente solo me.

Vestito tutto di nero, con la camicia abbottonata fino al collo, le scarpe lucide, a volte mi sento quasi uno stoico. Anche se posso parlare con i colleghi della cucina, di fatto sono molto spesso da solo, sono l’unica presenza per il cliente, e per questo è come se mi sentissi in dovere di riempire un vuoto. Forse dovremmo dargli un nome, tipo “la sindrome del cameriere solitario”. La mia è una prova d’attore mischiata con la realtà, è una solitudine che nascondo bene: concedo sempre qualcosa che va oltre il mio lavoro ma che è parte di me, e il cliente non è più solo un cliente, ma una persona che ha una storia da raccontare.

Capita delle volte, quando la serata sta per finire, e gli ultimi tavoli se ne stanno andando, che qualcuno mi chiede come mi chiamo, ma la cosa più bizzarra e che si presenta a sua volta. “E mi dica, qual è il suo nome?”. “Mi chiamo David, piacere”. “Piacere mio, il mio nome è Amy. E lui e mio marito Brendon”. E’ come se avvertissero la necessità di presentarsi. Non sono più il cameriere che li serve al tavolo, sono quasi un loro pari, anche se non mangio con loro. Di fatto ero sempre presente lì, ho trascorso la serata insieme a loro, anche se non eravamo seduti allo stesso tavolo. Abbiamo commentato il cibo insieme. Mi hanno chiesto da dove venivo quando hanno ordinato da bere. Abbiamo parlato di questa vecchia canzone, Strange di Grace Jones, di dove sono andato a pescarla. Abbiamo parlato di Frantic e di Polansky, conoscono il regista ma no, il film non l’hanno ancora visto. Lo guarderanno e ne parleremo la prossima volta. Prima del dolce c’è chi mi confessa che vuole andare a vivere in Toscana, mi chiede se è possible trovare lavoro, mi dice di rimanere in contatto. Sembra una cosa seria. Non c’è nessun problema, le dico. Dopo il dolce, prima di pagare il conto, andiamo più sul profondo, mi chiedono se mi manca la mia famiglia, certo che mi manca, però le racconto anche che ho conosciuto qualcuno qui, parliamo dell’amore e della vita, mi raccontano di come si sono conosciuti, di lei che è di Sydney e di lui che è inglese ma si è trasferito in Australia trenta anni fa. Parliamo dell’Australia, di come è cambiata da trent’anni a questa parte.

E solo alla fine della cena ci siamo presentati, come se in qualche modo, fossimo diventati amici. Come quando si incontra qualcuno con cui si va subito d’accordo, si sta a “chiacchera” per un’ora e poi ci si ricorda che non ci si è ancora presentati! Ecco allora che si scambiano i nomi, come se non fosse importate, e si continua a parlare. Se ci penso, non è una cosa normale. A volte penso sia una cosa malata. Eppure, mi sorprende e mi appassiona vedere come sconosciuti, nel giro di una sera, diventano familiari, e magari io divento familiare a loro, e magari loro rimangano impressi a me come io rimango impresso a loro, e si ricordano di me alla seconda visita (anche perché, non dimentichiamocelo, io sono da solo), ma anche io mi ricordo di loro. C’è chi mi fa gli auguri, chi mi augura la buonanotte e mi bacia sulle guance prima di uscire mentre io gli aspetto all’ingresso, per salutarli dalla porta in cui gli ho fatti entrare, poco meno di due ore prima.

Io non so che cos’è ma quando ho finito di lavorare, a volte, non mi sembra nemmeno di aver lavorato. Ho passato una serata in compagnia, sono entusiasta dell’empatia che si è formata con delle persone che, fino a qualche ora prima, non avevo mai visto e conosciuto. Ora so qualcosa di loro, e forse non le rivedrò più, se ci penso bene sono degli sconosciuti di cui però conosco qualcosa. Adesso ho una piccola collezione di storie di sconosciuti, conosciuti una sera di lavoro come tante altre.

Risvegli

Infinity – apri il link prima di continuare a leggere (e alza il volume). 

E poi ci sono dei giorni in cui ti svegli mentro fuori piove. Ti immagini la piazzetta sotto casa tua con le gradinate umide e le persone con l’ombrello che l’attraversano. Ti immagini gli alberi, il rumore delle foglie picchiettate dall’acqua. Yoko Ono, il tuo senza tetto preferito, è ancora lì all’angolo, riparata, ancora devi rivolgergli la parola. Aspetterai un giorno d’estate. Troverai il coraggio di farlo. 

Le attività sono già aperte da un po’. Il supermercato biologico sotto casa, il pescivendolo, il chiosco delle informazioni, la clinica dentistica. Ce ne sono delle altre. Anche i sexy shop della via parallela saranno già aperte. E i pub, i caffè. Vedi tutto scorrere come il sangue nelle vene, senza soluzione di continuità, come la vita, sai soltanto che è una cosa bellissima.
Pensi, tutto sommato, non importa dove sei, qui, in Italia, in Germania, in Giappone, in Spagna, in Sud America, ovunque tu sia non è poi così diverso. Ogni cultura ha i suoi riti, le sue tradizioni, le sue routine quotidiane. Provale un po’, scegline una, quella che preferisci, e vivila. Noi iniziamo la colazione con il latte ed i biscotti, qua mi sono abituato a cucinarmi due uova col bacon. Sembra così diverso, ma se ci pensi non lo è, è solo cibo, è solo tradizione, tutto ruota intorno a quello che possiamo chiamare felicità. Scegli un posto, o magari non lo scegli perché non decidiamo dove nascere, non decidiamo nemmeno dove morire, ma non siamo alberi con radici attaccate alla terra, possiamo scegliere dove vivere. Avrà un prezzo, delle rinunce, dei sacrifici, delle soddisfazioni. Cosa ti rende così felice questa mattina?

Un pioggia fitta fitta continua a scendere. Ti fa sembrare l’appartamento in cui vivi un castello. Sbatte sulle finestre dalle rifiniture bianche, in stile coloniale. Apri gli occhi appena un po’, una luce tenue filtra oltre le nuvole dentro la tua stanza. Senti i soliti due uccelli che si posano sul tuo davanzale, a spulciare nei vasi di rosmarino, salvia, basilico e menta. Sono gli stessi che avevi a Milano. Sorridi. Il letto è ancora caldo. Sei nudo. Come tutte le sere, ti sei spogliato prima di andare a dormire. E’ da un po’ che dormi nudo tutte le sere, durante tutte le stagioni. Passi otto ore della tua giornata condividendo lo stesso letto, corpo a corpo, pelle contro pelle. Ancora una volta, è una sensazione bellissima. 

Ti sembra di conoscere ogni angolo del suo corpo, eppure ogni volta è una nuova scoperta, c’è sempre qualcosa che ti sembra di non aver notato la volta prima. A te non sembra di essere cambiato, eppure se ci pensi condividi lo stesso letto da quasi due anni. Non c’è altro che riesca ad appagarti di più. Ti senti parte del vortice, del sole che sorge ogni giorno e che tramonta ogni sera (e che dai per scontato), delle linee della metropolitana che partiranno anche questa mattina, dei progetti non realizzati, delle vacanze dell’ultimo minuto, dei momenti di tristezza e di quelli di gioia. Tutto ti sembra più equilibrato, più vicino a ciò che intendiamo quando diciamo voglio vivere la vita. Non vedi l’ora che sia di nuovo sera, e speri che il giorno dopo piova ancora. Non riesci a smetterci di pensare: è una sensazione bellissima. 

Yoko Ono

Da due settimane ci siamo trasferiti in un nuovo quartiere. Io devo ancora abituarmi. Di giorno sembra un posto tutto sommato tranquillo, anche un po’ snob con negozi di cibo italiano, ristoranti eleganti e gallerie d’arte. La sera si trasforma nel quartiere a luci rosse. Nulla di elegante o raffinato, ma una strada principale con qualche pub e delle prostitute. E’ anche il luogo di ritrovo principale di (alcuni presumo) giovani di Sydney. Qualche anno fa, due di loro sono stati ammazzati per strada con un pugno in faccia. Questo non vuol dire che sia un posto pericoloso. Per me è solo un fatto di cronaca.
Comunque, sto scrivendo questo post per parlare di Yoko Ono. O almeno così io l’ho battezzata, anche se non credo che sia lei. Noi abitiamo al terzo piano, e la finestra della nostra camera si affaccia su questa piazzetta, costeggiata dalla strada con tutti i pub e le prostitute. Da due settimane, praticamente da quando ci siamo trasferiti, Yoko Ono l’ho sempre vista seduta su un lato della piazza, sempre lo stesso, vicino ad una panetteria tedesca. Di giorno è seduta con la schiena appoggiata alla parete, di notte si accascia su un lato, credo per dormire. Io, pur non avendo degli orari di ufficio, ma essendo libero a volte la mattina, a volte il pomeriggio, altre volte la sera, sono rimasto stupito di vederla sempre là, quasi sempre nella stessa posizione. Non l’ho mai vista parlare con nessuno. Non l’ho mai vista alzarsi che so, per andare in un bagno pubblico o per comprare qualcosa da mangiare, sempre ne avesse la possibilità. È vestita con un cappotto di Burberry, pulito, porta uno scialle a fiori sulla testa, degli occhiali rotondi che nascondono dei tratti somatici asiatici. Ecco, tra tutte le persone che ci sono in questo delirio di quartiere in cui mi sono trasferito, la persona che più mi intriga è Yoko Ono. Un giorno, quando attraverso la piazza, vorrei scambiare due parole con lei, magari invitarla su da me per un tè o un caffè. Non credo che Patrick sia d’accordo con questo. Magari è proprio lei, quella di John Lennon, in incognito a Sydney. Magari uno di questi giorni tiro un sospiro profondo, mi prendo coraggio, e parlo con Yoko Ono. Prima che sia troppo tardi.

Celebriamo

Stamattina mi sono alzato tardi. Ho finito di vedere Angels in America per la prima volta. Mi sono incamminato per le strade del mio quartiere verso il centro. Anche se è autunno, a volte ci sono trenta gradi a Sydney. Oggi era uno di quei giorni. In cielo non c’era una nuvola, e potevo vedere la luce filtrare tra i giardini lussureggianti delle case coloniali. La luce, così come il colore, era tangibile, la potevo toccare.

A metà strada, mi sono imbattuto in un piccolo bar gestito da un ragazzo che una volta, tanto tempo fa, ha lavorato con me. Solo una volta, una domenica. La coincidenza vuole che il suo nome sia Domenico. Da quella volta è passato tanto tempo. A me non sembra che sia successo molto, certo alcune cose son successe, ma per lo più mi sembra di aver osservato la vita scorrere veloce intorno a me, sempre così stupito dal Mondo, dalle sue dinamiche, dalle cadute e dalle rivincite, dalle sue contraddizioni, dalla tragedia che una cosa così bella come la vita porta con se.

Lui sei mesi fa ha aperto un locale di cui è orgogliosissimo, e tre mesi fa ha avuto una bambina dalla sua ragazza russa, con cui stava già insieme prima di venire in Australia, e che sicuramente, di questo ne sono convinto, si prende cura tutti i giorni solo come un italiano saprebbe fare con la sua famiglia.

La vita di Domenico è come quella di tante altre persone. Forse è più dura e meno affascinante. Forse non affrescherà mai la cappella Sistina, ma porta con se quella scintilla di follia che lo spinge ad affermarsi, ad esprimere ed accrescere la sua volontà. Quella cosa che lo rende così umano. Oggi scrivo per celebrare tutti quelli come lui.

Dove sta il segreto della vita? Cosa ci rende vivi? Sta forse nelle mani di chi segue le proprie passioni? Io non so come le passioni nascono nelle persone, ma ci sono dei momenti in cui queste persone le riconosci, hanno dentro la vita, si lasciano trasportare dalle proprie passioni anche se le prosciugano, succhiano vita per restituircela in altre forme di cui noi possiamo goderne. Senza queste persone il Mondo mancherebbero quei momenti in cui ci sentiamo “tutti sulla stessa barca”, in cui proviamo empatia uno per l’altro, proviamo piacere per le piccole grandi cose.

Io sono solo uno spettatore. È un ruolo che mi sono scelto ed è un ruolo che mi piace. Sono solo la voce narrante di una storia, che cerca di dipanare il filo di una matassa. Forse non sarà sempre così, ma per ora è come stanno le cose. Del resto ogni spettacolo ha bisogno del suo pubblico. E non c’è spettacolo migliore a cui assistere se non quello della vita. Io non sono tra quelle persone. Io le riconosco soltanto, e non posso far altro che ammirarle e celebrare ogni giorno.

Punto e a capo

Manca poco alla scandenza, dopo che sono passati quasi due anni. Era il 14 febbraio del 2012 quando sono arrivato a Sydney e allo scadere dei due anni forse dovro’ lasciare il Paese, e sono da punto a capo. Mancano solo cinque settimane e ho deciso di lasciarmi andare alla dolcezza della caduta, non pianificare nulla di preciso se non farsi prendere dalla strizza i primi di febbraio. Ricominciare da capo in Nuova Zelanda, per un altro anno, e poi magari imparare un po’ di giapponese, il minimo indispensabile per lavorare in nero a Tokyo in un ristorante italiano con un visto turistico di tre mesi, e poi spostarsi ancora. Il Mondo in cui mi trovo e’ complicato e io non riesco a trovare una soluzione. Ci sono australiani che si spostano in Europa per prospettive di lavoro migliori, europei che si spostano in Australia perche’ non trovano lavoro, figli di famiglie benestanti che decidono di fare volontariato nei Paesi cosiddetti poveri, poveri che salgono su barche rischiando la vita per raggiungere i Paesi cosiddetti ricchi. Secondo me, il problema e’ piu’ profondo di quello che immaginiamo, e non riguarda solo le possibilita’ di lavoro, la carriera, i soldi: riguarda la natura umana, che non e’ fatta per stabilirsi definitivamente in un luogo preciso. Abbiamo snaturato noi stessi con l’idea che dobbiamo sistemarci, e che questo concetto implichi un posto dove vivere, possibilmente per sempre, e delle persone da frequentare, possibilmente sempre le stesse. Continuo a ricevere messaggi da alcuni amici che, una volta stabilitisi in Italia o all’estero con un posto di lavoro sicuro, con prospettive di carriera, con una casa confortevole dove tornare la sera dopo lavoro, sono turbati dal loro avvenire, o semplicemente insoddisfatti di quello che fanno, e mi domandano come fare per trasfersi, per emigrare, per fare qualcos’altro, come se le mie scelte negli ultimi due anni siano stati semplice, come se fosse stato semplice lasciare il posto da dove sono venuto e lasciare questo posto ancora che e’ diventato, inevitabilmente, un po’ casa mia. Mi scrivono come se avvessi fatto qualcosa di speciale, quando non e’ cosi’. Due anni fa ho agito impulsivamente e forse lo sto per rifare, pensando sinceramente che non sia la cosa giusta, neache per me, ma percependola come l’unica scelta possibile che mi faccia sentire ancora vivo. Penso che sia piu’ difficile restare dove si e’ infelici che inseguire la felicita’ senza trovarla mai, racchiudere tutto in una valigia e dover ripartire ancora senza organizzare una festa di congedo. Questo potrebbe essere la fine e l’inizio di nuovo, oppure soltato il pensiero di qualcosa di diverso che poi non si e’ avverato.  

Towards the east ocean

Siamo riusciti per un altro anno ad organizzare il Christmas Party con i colleghi del lavoro. Se l’anno scorso era toccato al ristorante coreano, quest’anno abbiamo puntato sul cinese. East Ocean Restaurant. Arrivati all’ingresso, non mi ispirava fiducia già dall’insegna, anche se alcuni colleghi sembrava ne avessero sentito parlare come un ottimo ristorante. Aperto circa 25 anni fa, si trova nella Chinatown e serve piatti caldi fino alle 4 del mattino. Io mi guardo intorno e penso che siamo il gruppo di lavoro più strampalato e divertente del mondo. Magari mi sbaglio, ma se ci facessero una foto tutti insieme, e scrivessero sotto la storia di ognuno, non si capirebbe come mai queste persone, per un certo periodo, si sono ritrovate a lavorare tutte assieme. Io le osservo, e ci osservo, cercando di godermi la cena ma senza perdere nulla dei tratti di ciascuno. C’è Lupe, o Ruby, madre di una bambina di 6 anni, quasi 7 anni, ancora fidanzata, che vive in una casa con una famiglia molto numerosa tra nonni e parenti vari, originaria di Tonga, ma nata in Nuova Zelanda. C’è Doni che viene dal Kerala, in India, con la moglie ma senza figli. C’è Anoj dal Nepal, Melody dalle Filippine, James dall’Inghilterra, Andrea dall’Australia, solo per citarli alcuni senza aggiungere altro alle loro storie. Potrebbe sembrare il classico gruppo che si forma per l’Erasmus, unito dalla stessa Università, ma non è così. Ognuno ha un’età diversa, un background di studio diverso, che ci rende tutti un po’ unici e mal amalgamati. Ci sono io, che sto cercando di smettere di definirmi, anche se è innegabile che sia frutto dell’Italia. C’è il mio imperscrutabile capo, coreano ma australiano. Non saprei come definirlo in realtà, eppure, in parte grazie al suo carisma, ha tirato fuori un po’ il meglio da tutti noi, chi un po’ allo sbando oppure chi ai margini della società per un motivo o per l’altro. Arrivati dall’interno del ristorante, inizio a controllare la carta dei vini. Ci sono posti – tra cui quello dove mi trovo – in cui non ti aspetti di trovare una bottiglia di Chateau Lafite Rothschild 1er Cru del 1996 a 2.880 dollari, oppure una specie di liquore cinese chiamato Gui Zhou Mao Tai vecchio di 50 anni a 7.688 dollari, oppure una bottiglia di Hennessy Richard a 4.380 dollari. Sono cose che non ti aspetti insieme al piatto di fried rice a 26 dollari e qualche spicciolo. Rimani stordito. Rimani stordito di fronte all’enormità di questo posto, con poco più di 500 coperti e pareti fatte di acquari con granchi giganti, aragoste e abaloni che verranno cucinati notte tempo. La tua mente spazia a immagini, chissà pescate da quale film, in cui uomini d’affari, magari non solo cinesi, che dopo aver “fatto business” tutto il giorno e magari quasi tutta la notte, vengono qui verso le 3 del mattina una volta concluso l’affare, e organizzano una tavolata di 15 persone ordinando vino francese da 3.000 dollari a bottiglia e mostri marini poco prima ancora vivi. Per un’attimo ti svegli e torni alla realtà mentre vedi quel signore di mezza età che ti sta servendo e pensi “ecco, un giorno sarò così, lui sarò io”. Ti guardi intorno, cercando di capire perché il bancone del bar sembra un deposito di oggetti degli anni Ottanta ammassati alla rinfusa e ancora non capisci perché un posto del genere, che noi (europei) definiremo dozzinale possiede una carta dei vini da mille e una notte. L’ordinazione non è affatto semplice. La cameriera, anche lei sulla cinquatina (la mia versione al femminile diciamo) sembra non capire affatto inglese – magari vive qui da 30 anni – perché anche se lo parla, quando ordino ha bisogno di vedere il menù, scritto in cinese ed inglese, per ricopiare sul suo taccuino i nomi dei piatti ripetendoli insieme a me in cinese. Vengono scelte cose un po’ a caso tra cui meduse – a quanto pare i cinesi sono i migliori a cucinarle, pipis (una specie di vongola locale), carni con riso e verdure miste. A serata conclusa, intorno alle 3 del mattino, c’è ancora gente che arriva  a mangiare qualcosa, mentre io mi dirigo a casa osservando ancora quell’insegna al neon lampeggiante che mi ricorda più un bordello che un ristorante.

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