Crocevia

L’ispirazione è una brutta bestia. Ci sono mesi in cui è come se fosse qualcosa che ti martella di continuo il cervello, e più dovresti concentrarti per fare qualcos’altro più ti prende e non ti lascia andare finché non trova il suo sfogo nelle parole. Poi capita che intervenga di mezzo qualcosa e la tua vita cambia, come le tue priorità. Inizi a toccare il reale con mano, ti appassioni alle cose concrete, a dove sei, a quello che fai, ma soprattutto a quello che potresti fare. E la tua ispirazione sembra – o lo è – svanita. Ci sono ancora tanti stimoli che provengono dall’esterno. C’è da leggere quello che succede in Italia, c’è la morte di Nelson Mandela, c’è il Mondo intorno a te che cambia, ma tu non ci sei, o meglio tutto il resto sono cose che capitano inevitabilmente senza la presunzione di doverle combattere o modificare. Ma soprattutto tutto ciò che è troppo distante ti appare sfocato, insignificante, se non del tutto superfluo. Cerchi di fare uno sforzo, capire cos’è che ti succede, e per una volta provi a descrivere un sentimento – l’amore – con cui tanti si sono confrontati e cimentati. A te appare come qualcosa che addolcisce il tutto, il futuro ma anche le esperienze vissute. Intrattiene la nostra mente come se fosse una droga, inebriati dallo stato delle cose che, anche se non sono come dovrebbero, anche se non sono e non saranno mai perfette, ci appaiono soddisfacenti. A pensarci bene, in un momento di riacquistata lucidità, ti rendi conto che è un sentimento pericoloso. Non sai cosa è meglio. Se quella continua ricerca e disperazione, che teneva la mente così lucida e pronta a cogliere ogni piccolo particolare per trasformarlo in una storia, in un motivo di ispirazione, oppure questo stato di appagamento, un po’ inebetito, che ti lascia senza commenti. Ci dovrà pure essere una via di mezzo, anche se è difficile trovare il percorso che riaccenda la scintilla godendo di quello che abbiamo. 

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Fermata Pechino

Già sul volo sento che sto andando in Cina. Inaspettatamente i visi occidentali sono pochi, molti volti orientali, che non hanno bisogno di compilare nessuna arrival card. Sul retro, quando ci si riferisce agli stranieri in visita, si parla di aliens (sarà anche corretto ma suona troppo strano). Undici ore di volo dall’Australia, ma solo un paio d’ore di fuso orario da Sydney a Pechino. Accanto a me, una bellissima ragazza cinese che non mi rivolge parola per tutto il viaggio nonostante i miei goffi tentativi di attaccar bottone. Provo ad informarmi, chiedendo alla hostess su come si dica “senza glutine” in cinese. Non lo sa, anche se mi sta servendo un pasto gluten free. Chissà cosa pensa quando lo serve, se si domanda che vorrà dire. Magari penserà che sono uno strambo, mezzo malato, che ha bisogno di cibi speciali dal nome esotico. Forse fa solo il suo lavoro, come io al ristorante che per un po’ continuavo a servire “rhubab and berry crumble” senza avere la minima idea di quale fosse la sua composizione. L’hostess gentile torna dopo cinque minuti, si deve essere informata da qualcuno e mi dice che gluten free si dice u cu zan, con tono soddisfatto di colui che ha compiuto il suo dovere. La ringrazio.

All’aeroporto c’è un po’ di confusione su quale sia il varco d’uscita a cui dirigersi. Finalmente trovo quello giusto, per una visita veloce senza necessità di visto se entro le settantadue ore. Io ne ho solo sei a disposizione. I due ragazzi prima di me vengono rimbalzati, devo compilare un form per l’immigrazione. Arriva il mio turno, spiego le mie intenzioni e l’addetto alla dogana mi squadra e mi dice “solo per questa volta” come se stesse facendomi un favore. Sotto di lui, alla portata della mia mano, ci sono cinque pulsati con faccine diverse, dalla più triste alla più sorridente, per indicare il grado di soddisfazione del servizio. Lui non può vedere, ma ho come l’impressione che sappia lo stesso.  Ovviamente io metto quella verde che sorride di più: greatly satisfied e sorrido a mia volta. Prelevo cinquecento yuan, l’equivalente di circa ottanta dollari australiani, e mi dirigo verso il treno che collega l’aeroporto al centro città. Sono pezzato ovunque, c’è un caldo umido-afoso-appiccicoso e un cielo velato. Io spero soltanto che sul treno l’aria condizionata sistemi le cose, per il momento.

Se non ricordo male si suol dire pazienza cinese per indicare colui che ne ha molta. Di fronte al tempio (buddista?) a cui ho deciso di recarmi ce ne vuole molta, in attesa dell’apertura. Durante il tragitto non ho incontrato nessun altro occidentale. E’ una sensazione mai provata prima. Significa veramente sentirsi diversi. Ho deciso di prendere la metropolitana, abbastanza moderna, fino a Dongzhimen, per poi cambiare sulla linea due fino a Yonghegong, dove c’è il Lama Temple. Apre alle nove, sono le otto e trenta del mattino e siamo tutti qui ad aspettare. Io scrivo. Le stazioni della metro sono vecchio stile ma affascinanti, rivestite con mattonelline verde acquamarina e neon in bella vista sul soffitto. Sono molto affollate, ognuno procede spedito verso la sua meta e non c’è tempo per ripensamenti o cambi di rotta. Di fronte all’ingresso del tempio, incastrato tra vicoli polverosi e negozi che vendono oggetti di culto misti a souvenir, si affolla un mondo variegato: mendicanti, fedeli, giovani coppie benestanti che sostano le loro Mercedes dai sedili rivesti  di tessuto ricamato direttamente di fronte alla porta d’ingresso. Io non c’entro nulla, e questo mi fa stare bene. Forse, dopo questo pit stop a Pechino, mi è venuto il mal di Cina, o il mal d’Asia, oppure più semplicemente quella (in)sana voglia di viaggiare nei luoghi dove si prova un forte estraniamento culturale, dove non ci si sente a casa, dove forse non si potrà mai sentirsi come tale. Avrei voglia di comunicare, parlare con le persone che ho intorno, ma non lo faccio. La differenza linguistica a volte è una forte barriera, mentre altre basta muovere gli occhi, un gesto del corpo, e ci si comprende, come lo sguardo di una giovane cinese che incrocio lungo il mio cammino.

Il buon viaggiatore non si ferma a fare foto, ma descrive quello che vede. Lunghe bacchette d’incenso che tre a tre vengono bruciate in diverse tappe lungo il cammino che si snoda all’interno del parco in cui sono ospitati più di un tempio. Io ne avevo comprato un poche, e dopo averne usate solo tre ho regalato tutte le altre, non sapendo che mi sarebbero servite anche dopo. Il buon viaggiatore osserva e riporta fedelmente quello che vede, descrivendolo. E’ come assistere ad un messa, e nel momento dell’eucarestia descrivere quel disco bianco, commestibile, grande poco più di una moneta, che viene messo sulle mani o direttamente in bocca dei fedeli… senza sapere che sia un’ostia. Io qui non capisco bene quello che vedo, ma semplicemente lo riporto. Per un attimo mi sento persino a casa, anche qui, come se ci fossi già stato, sempre stato. Sarà la mia attitudine a non trovare pace, o sarà che provo empatia anche per queste persone, seppure lontane anni luce dalla mia cultura.

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le conseguenze dell’amore

A volte, quando cala il sole, provo un senso di inquietudine. Forse è la stessa angoscia che attanaglia l’uomo dalla notte dei secoli. Chissà cosa avrà pensato l’uomo primitivo, nella sua caverna, o nella sua casa di paglia e fango, al tramonto, stordito da una lunga e  faticosa giornata, assopendosi nella speranza che il sole sarebbe risorto ancora il giorno dopo. Senza capire cosa fosse, senza sapere come funzionasse, avendolo intuito certamente, ma confidando nella forza della speranza. Confidando in qualcosa che portava dentro di sé. Una fiammella, un fuoco che arde, qualcosa che ti sussurra e ti dica: “vedrai, non sarà l’ultima volta”. Alla fine di un lungo giorno, quale consolazione poteva trarre se non quello di addormentarsi con la persona amata? Poteva, quello che chiamiamo amore, alleviare il suo dolore? Poteva farne a meno? Chissà se anche lui provava lo stesso senso di inquietudine dal pagliericcio in cui dormiva, attenuato dal calore del corpo di un’altra persona confusa e spaventata come lui. Chissà se si sentiva meno solo nelle distese africane, in cui lo sguardo si estende a perdita d’occhio e ti mozza il fiato tanto che non bastano i polmoni a colmare quel senso d’immensità che trasmette.

Dove trovava la forza di sopravvivere l’uomo primitivo? Non c’è televisione, non c’è pubblicità, non c’è distrazione che sia in grado di sciogliere quel nodo che a volte si forma tra lo stomaco e lo sterno prima di addormentarsi. Come faceva ad addomesticarlo, ad ammansirlo in modo da allontanare i brutti sogni? Dalla mattina alla sera, come metafora della vita, si ritrovava nudo, uguale a tutti i suoi simili, pronto a pagare il conto finale a quella cosa che chiamiamo Natura come se lui, l’uomo, fosse qualcosa di diverso, di distaccato e separato da tutto questo che ci circonda. A volte penso… dannazione! Dannazione poter scindere pensare analizzare e fare tutte quelle cose con cui ci distinguiamo dagli animali… ah Signore non sai quanto darei se potessi anche solo per un istante rinunciare a tutto questo per lasciarmi andare agli istinti allo spirito alla passione senza soffocare più nulla in un pianto a singhiozzo.

Fino a quando a forza di piangere non riesco più a respirare, ho bisogno di aprire la finestra ma non basta, mi manca fiato come se l’aria non contesse più un’atomo d’ossigeno allora corro giù per le scale fin fuori dal portone per prendere aria con tutto il mio corpo. Alzo lo sguardo al cielo ma scorgo solo le stelle e la luna che non mi riscalda il cuore abbastanza, allungo la vista all’orizzonte, giù verso il molo oltre il mare e corro corro corro quasi a volermi buttare nell’acqua gelata e nuotare fino a quando le forze me lo consentiranno con la certezza che arriverò a terra. Osservo la linea che separa i due elementi con ansia, aspetto qualcosa che tutti diamo per scontato, che la notte finisca, che quella palla infuocata torni ancora a risplendere nel cielo per darmi nuova forza e placare le mie paure.

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E poi ci sono quelle sere in cui ti senti solo. Non importa quante persone potresti avere accanto, per te è solo frastuono. Tu rispondi ma non sai quello che dici, c’è un velo invisibile agli occhi altrui che ti separa dalla realtà. Sono quelle sere in cui vorresti essere già tornato, vorresti un abbraccio fisico e non un like su facebook. Sono quelle sere in cui pensi a sette miliardi di persone al Mondo, pensi a cosa staranno facendo in Cina a quest’ora, nelle dacie di Mosca, nei templi indiani, cosa provano gli altri, così diversi da te, eppure pensi che provano la stessa cosa, e ti domandi come facciano a scacciare quella cosa che chiamiamo solitudine. Non puoi farci niente, non puoi interrompere queste domande. Le mure di casa ti stanno strette, ma non ti aspetti nulla dal Mondo là fuori. Tutto questo amore che ti porti dentro, tutta questa voglia di dare, quasi ti dispiace un po’ che vada così perduta, svilita. Non riesci ad andare a letto per ora, sarebbe impossibile dormire. Aspetti che il dolore si affievolisca e sia solo un fastidio da sopportare tutto la notte e non farci caso la mattina dopo. Vorresti prendere tutta la rabbia che provi, la sofferenza che ti porti dentro, farne un impasto e utilizzarlo per fare qualcosa di buono, spostare le montagne, fermare le alluvioni e far piovere quando serve. Pensi che non devi pensarci, ma devi solo andare avanti. Hai voglia di costruire qualcosa, ma non sai bene cosa nemmeno tu. Forse lo stai già facendo, ma senza accorgertene. 

Una barca nel bosco

Mi si lamenta che io la nave l’ho abbandonata. E’ vero. Io non ero il capitano, ero l’ultimo dei mozzi, e non ce la facevo più a stare a marcire al porto. Mi annoiavo. Sempre le solite cose, sempre i soliti discorsi. Tutti che mi dicevano “io non farò molto per cambiare questo Paese, però…”  e io che mi stancavo di ascoltare già prima del “però”.

Perché non fai molto per cambiare questo Paese? Te lo dico io, perché ho provato anche io quello che provi tu adesso: ti guardi intorno, e ti senti costantemente un coglione che sta facendo uno sforzo immane per cambiare questo Paese mentre gli altri se la spassano e se la godono. E allora pensi, ma a me chi me lo fa fare? Ma chissenefrega!
Così non ti accorgi che piano piano, diventi come chi non fa nulla per cambiare questo Paese, e anche tu alimenti un circolo vizioso anziché virtuoso. Hai provato a ribaltare il tuo ragionamento caro amico? Ad esempio, “e se io, anziché prendere esempio dagli altri, fossi esempio per gli altri, a fare di più, a farlo meglio, a fare qualcosa per cambiare questo Paese?” Pensaci.

Nel frattempo hai ragione a dire che sono scappato, mi sono tuffato. Eravamo ancorati al porto, nessuno mi aiutava a tirare su l’àncora e partire, tutti se ne fregavano, o quasi. Allora mi sono deciso, e mi sono buttato in mare aperto.

Però non mi si dica che è più coraggioso rimanere sulla nave. Chi non parte, tutto sommato, non sta così male come dice. Credimi amico mio, nuotare nell’oceano da soli, è molto più rischioso e incosciente che farlo su una nave. Si è sempre in mezzo al mare alla ricerca della terraferma o almeno di un’altra nave che veleggi con il vento poppa; quando cala la notte si gela in acqua, e il mare in tempesta mi spaventa e mi fa bere tanta di quell’acqua che nemmeno ti immagini!

A volte vengo preso dallo sconforto, come se sapessi già che la mia è una partita persa, perché senza nave verrò mangiato prima o poi da un pesce più grosso di me, o sbranato da uno squalo bianco, il più temibile. Ho corso un grosso rischio, e come quelli che prendono un gommone per venire in Italia a trovar fortuna, spero di essere “pescato” da un’altra nave con le vele al vento.

Eppure non mi pento ancora del giorno in cui mi tuffai. Quando sono di notte, in mezzo al mare, alzo gli occhi al cielo e vedo delle stelle diverse da quelle che conoscevo, e mi emoziono ancora. E di giorno, quando sono in difficoltà, a volte vengo soccorso da un branco di delfini, che mi fanno attaccare sulle loro pinne per farmi riposare un poco. E poi ascolto il canto delle orche in lontananza, e a volte mi trastullo con un branco di pinguini. Mi nutro di nuovi pesci, e vedo cose che non conoscevo ma che esistono, che sono reali, che tu nemmeno ti immagini e non crederesti mai alle storie che potrei raccontarti se ci rivedremo ancora ma io ho visto tutto con i miei occhi, questi qui vedi, gli stessi che hai anche tu: animali di ogni forma, colore e dimensione, che cambiano la mia prospettiva sul Mondo… non aver paura amico mio, alcuni sono innocui e solo con l’esperienza imparerai la lezione e ne saprai far tesoro. Imparerai a distinguere il bene dal male, anche dentro di te.

Io non mi stancherò di nuotare. Sento che mi fa bene. Il mio fiato migliora, le mie spalle si stanno ingrossando, i miei muscoli si stanno rafforzando, sto crescendo. Sulla nave, in porto, mi sentivo un rammollito. Come fai a resistere ancora? Se non senti la forza di tuffarti anche tu, almeno fai tutto quello che puoi per scuotere l’equipaggio, incitali a partire! Hai ragione quando dici che io forse non ho fatto abbastanza, non ho provato a convincere tutti che la cosa giusta da fare è partire. Ma tu che mi conosci fin da piccolo, ti ricorderai che ero sempre impaziente, pronto a fare, a mordere questa vita. Ero curioso, e più di una volta l’abbiamo rischiata grossa, insieme.

Un giorno, mentre nuoto, tra tutte le navi che incontrerò, spero di riuscire a ritrovare la mia nave, tirata a lucido, nuova di zecca, con tante persone sopra, amici e parenti, tutti indaffarati nella corsa verso la vittoria che la vita ci impone. Io non vorrei stare su un’altra nave, ma se la vita mi imporrà questa scelta, allora ti prometto che sarà un concorrente leale e onesto. E che vinca il migliore!

Io continuo ad alimentare il mio sogno, perché mi fa sentire meno stanco e meno solo qua in mezzo al mare, e anche se quel giorno non arriverà mai non mi pentirò di quel giorno in cui mi tuffai!

Manifesto per la mia generazione

Lo so, anche se è finta l’epoca delle ideologie, e siamo entrati nel post moderno, io ho ancora bisogno di aggrapparmi a qualcosa che sia riconosciuto come un valore, diviso e separato da ciò che non lo è. Anche se a volte fa male, anche se a volte non fa parte di me, anche se a volte  addirittura è contro la mia natura, senza quel microscopico piccolissimo valore, come se fosse una stella polare pronta ad indicarmi la strada, io non riesco a proseguire, non riesco ad andare avanti. 

Io voglio prenderlo, quel valore, e buttarlo fuori, scatenarlo, non nasconderlo e vergognarmene ma esserne fiero, orgoglioso. Ha bisogno di essere esposto al vento gelido e alle correnti, colpito, stracciato e mortificato, preso a sassate per diventare duro come la roccia, costante come l’acqua, inafferrabile come l’aria. Devo portarlo come una spilla sul petto, renderlo sempre visibile e vulnerabile, attaccabile ma indistruttibile, anteporlo a tutto. Farlo diventare il mio faro nello notte. Trasformarlo in una fonte di energia inesauribile con cui alimentarsi costantemente, con cui alimentare chi mi sta intorno. 

A me non interessa me stesso, ma deve essere oltre me stesso, irraggiungibile in un certo senso. Non è un punto d’arrivo, ma uno stato d’essere. E’ speranza che riesco a instillare nelle persone che incontro, senza stancarmi mai di farlo, giorno dopo giorno, fino a quando non saranno in grado di farlo anche loro negli altri. Anche solo fosse per il ricordo lasciato. E’ contagioso come la più micidiale delle influenze. E’ tenacia nel cambiamento, è fiducia nel mutamento, è l’opposto della rassegnazione e combatte la rinuncia. 

Io ho bisogno di credere che esiste ancora qualcosa che è giusto, qualcosa di immateriale, di intangibile, che possa trasformarsi anche in qualcosa di concreto, da poter distinguere con ciò che è sbagliato. Io voglio separare il bene dal male. Io non riesco a mettere in discussione tutto. Ci sono delle cose, in cui credo, su cui non si discute, a cui non posso rinunciare.  

Io non credo nella reincarnazione, ho solo questa vita da spendermi, e devo sbrigarmi a farlo. Io soffro per l’horror vacui, e voglio impegnarmi per lasciare un segno che rimanga dopo di me, perché è l’unica cosa che mi fa sentire di vivere pienamente.  Io ho bisogno di ripetermelo in continuazione, ho bisogno costante di sbraitarlo ai quattro venti. Ho bisogno di lanciare il messaggio, anche se non arriverà, anche se correrà il rischio di andar disperso, anche se dovrò spendere tutte le mie energie per farlo. Non c’è altro per cui valga la pena vivere. 

Io ho bisogno di prendere ogni singolo individuo che incontro nel mio cammino, mettergli le mani tra le spalle, e scuoterlo violentemente come se fosse l’ultimo albero rimasto sulla terra esposto alla più temibile delle glaciazioni e domandargli: perché?

Adesso datemi una risposta.  

 

Connections

Una conoscente mi ha mandato due numeri di Internazionale che, dopo qualche mese, ho trovato il tempo di leggere e sfogliare. Si parlava dell’incontro di Davos, raccontato da Carrère di cui ormai, dopo Limonov, voglio leggere tutto; e si parlava anche di come, le teorie scientifiche cambiano sempre più rapidamente, perché le scoperte fatte anni fa erano approssimative o sbagliate, e quindi bisogna tenersi aggiornati, perché quelle che consideriamo verità a volte non lo so, o sono contingenti, finché non arriva qualcuno che dimostra che le cose non stanno così, ma diversamente. 

Mi viene in mente sempre la cara vecchia Economia, quando ci veniva insegnata come quarant’anni fa su banchi di scuola e dell’Università, con il modello IS-LM ripudiato dal suo stesso autore, Hicks, in un articolo di dieci anni dopo, senza che nessuno tra i docenti ne facesse mai menzione, per poi avere l’imbarazzo di scoprirlo da soli ed iniziare ad essere veramente, ma veramente confusi. 

Ma a parte questo, che fa comunque un po’ male, e la dice lunga sull’insegnamento di certe cose, mi ha colpito il passaggio di un altro articolo, sul filosofo contemporaneo (per ora, diamogli queste definizione) Žižek: 

Per tornare all’esempio dell’immigrazione, Žižek procederebbe convenendo che le posizioni della destra vanno prese sul serio, non come segnali del bisogno di promuovere una cultura più omogenea, di preservare i posti di lavoro in patria o di impedire agli stranieri di gravare sullo stato sociale, ma come sintomo delle contraddizioni dirompenti del capitalismo.

Magari, a tanti, non può sembrare illuminante, ma il principio, che sta alla base di questo ragionamento, è questo: se non ce la faccio, non ce la faccio proprio ad arrivare a fine mese, sono da solo, disperato, e non ho intenzione di ammazzarmi, allora tanto vale affiliarsi con quelli che definiamo movimenti fascisti, estremisti, o definiamoli come vi pare (magari sarebbe più corretto movimenti popolari) perché mi dicono che, una volta che starò con loro, avrò un lavoro, avrò una casa, avrò di che vivere, avrò protezione. Non mi sembra un ragionamento tanto perverso.

Allora, procedendo nell’analisi, se dovrò capire questi movimenti, forse non mi devo limitare a liquidarli in quattro e quattr’otto come derive estremiste, come ignoranti che hanno bisogno di più cultura, è cosa da stolti. Per capire il movimento (Polanyi) dobbiamo capire le cause alla base della sua origine. La precarietà, il senso di insicurezza, il senso di perdere il lavoro, la fame, la paura. Sensazioni e sentimenti giustificabili. Come mai ci sono questi sbalzi, cosa li produce, come possiamo impedirli o superarli? E’ li che dobbiamo puntare il nostro obiettivo.  

Mi divertono le posizioni della sinistra, dei radical, che stanno lì a fare distinguo e discrimini senza immergersi effettivamente nella questione e senza dare risposte alle domande delle persone. “C’è più bisogno di cultura” sembra essere il motto. Come se fosse facile parlare di cultura (un’altra bestia nera o animale dalle mille teste per definizione, raggio d’azione, significato) quando non si ha il culo parato.

E’ evidente ormai a tutti che c’è qualcosa che non va per come abbiamo impostato questo sistema. A volte non possiamo farci nulla, a volte, mi domando, dipende anche da noi, fautori di azioni che lo alimentano, che consideriamo ingiuste ma giustifichiamo dicendoci e dicendo “e io che ci posso fare, è la mia posizione, non posso farci nulla, tanto va così”. No, non è abbastanza, non mi basta, non è sufficiente come giustificazione. Non possiamo agire come conniventi o collusi. Alla fine ce ne accorgiamo solo quando la cosa ci tocca (o per meglio dire ci scotta!) da vicino. Riflettiamoci. 

 

 

Si torna a casa, per un po’.

Alla fine ho ceduto, dopo un anno e mezzo qui in Australia, ho deciso di prendermi un break. Per capire come vanno le cose in Italia. Per toccare con mano quello che succede. Per vedere, per sentire, per non far finta di nascondere quella che è stata tutta la mia vita per più di venticinque anni, per affrontare le ferite ancora aperte.

No, non ho chiuso qui questo capitolo. Ormai Sydney, che non è proprio dietro l’angolo anche se mi sembra solo adesso più vicina, è parte di me, un angolino di casa, un po’ di serenità. Ho resistito a lungo, non ho provato ad ambientarmi, non mi sono lasciato andare, ma alla fine ho lasciato aperto uno spiraglio, e poco a poco un altro modo di vivere ha preso parte di me, mi ha coinvolto. Anche se tornerò tra qualche mese a me sembra di essere arrivato ieri. Forse è questo quello che deve lasciarti un posto quando ti accoglie, non ti fa accorgere il tempo che passa. Ti fa star bene.

Però i giorni se ne sono andati, son volati insieme ai mesi, alle feste e ai compleanni, e più di un anno è già trascorso. Sono spaventato. Ho paura di tornare. Ho paura di rivedere visi amati segnati dall’età che scorre inesorabile, ho paura di quello che potranno vedere loro, o di quello che non potranno più trovare e continueranno a cercare, insistentemente. Ed io, cosa mi sono perso? Ci riconosceremo ancora? Sarà ancora amore?

Nei momenti di lucidità estrema mi accorgo di aver incontrato sempre persone che, alla fin fine, hanno gli stessi problemi, ed anche se si ostinano a non risolvere, a non affrontare, a nasconderli sotto il tappetto come la polvere, a guardarli bene son tutti riconducibili a quella cosa che anche se non nominiamo chiamiamo tutti senso della vita, di cui abbiamo disperatamente bisogno per non sentirci quegli esseri fragili e deboli quali siamo.

Qualche giorno fa una mia amica mi scriveva di aver iniziato ad apprezzare l’incertezza, e mi parlava del viaggio come se non dovesse mai finire, perché ovunque arriveremo non ci stancheremo mai di dire: e adesso, che si fa?

Il mio viaggio non termina qui cara amica, ma riprenderà presto. Non mi stancherò di cercare quel senso, anche se mi ci vorrà una vita intera.

L’oroscopo di Rob Brezsny

C’erano tante cose di cui avrei potuto scrivere. Stavo meditando su tante cose in questo periodo di latitanza – cosa che tra l’altro, raccomanderei vivamente. Ma poi, basta poco, come una notte insonne, e ancora le stesse cose, solite, noiose, poco profonde, fasulle, banali, che mi fanno accendere la scintilla…

Fondamentalmente, la cosa divertente è che noi Occidentali vogliamo fare quelli distaccati, che hanno capito che il gatto nero non ha nulla a che fare con le mie disgrazie, che ridono, con aria saccente, del provinciale che gli vuole appioppare i cornetti rossi e altri talismani contro la malasorte. Siamo gli stessi che in sostanza non guardano il Grande Fratello o prendono per il culo Uomini e Donne e tutte le persone che lo seguono. Senza dimenticare poi, ovviamente, di essere fan della prima scemenza americana o inglese, perché fa cool, perché è di moda, perché mi fa sentire diverso dagli altri, appartenente a un’altra classe sociale.

Perché il punto alla fine è sempre lo stesso: la classe sociale. Distinguersi. Non confondere la merda con la cioccolata. Bene, se consideriamo tutto il resto merda, c’è qualcosa che devo dirvi, e forse non ve ne siete accorti: ci siete immersi fino al collo, anche voi che snobbate l’oroscopo di Branco, che magari era di moda negli anni Ottanta e adesso è solo roba per matusa, come Berlusconi e il professor Onida, tanto per rimanere legati all’attualità. Oppure, non si potrà più dire che sono vecchi, alla veneranda età di più di 150 anni messi assieme? Ah, i saggi, per fortuna che ci sono loro! Ma non dilunghiamoci in altri discorsi…

Il ragionamento che vi passa nella testa (provo a indovinare) è questo: “Io condivido il mio oroscopo di Rob Brezsny, che ci azzecca sempre e usa tanti personaggi ignoti alla parterre italiana, parole surreali e riferimenti artistici fighi. E ovviamente, è sottinteso che io leggo Internazionale.” Ovviamente, aggiungo io, non è proprio così sottinteso, e sinceramente, non ci interessa più di tanto.

Inizio veramente a preoccuparmi per le persone di cui mi sono circondato. Seriamente, è la parola giusta. Sono seriamente preoccupato. Ecco, l’ho detto. Da quando è successo che mi sono rinchiuso dentro un circolo (o circo?) di persone che, se da un lato fanno le pulci e prendono per il culo tutto quello che è antico, ingenuo, credulone, premoderno, ancestrale e scaramantico – come se fosse materia di antropologi della domenica, già pronti tutti quanti a sancire che bisogna uscire da queste logiche per abbracciare la modernità, il metodo scientifico, il rigore razionale e di fatto, cazzate varie – mentre poi stanno dall’altro lato a scassare la minchia, ogni santissima settimana, con l’oroscopo di Rob Brezsny? Fresco fresco è appena uscito, in modo che tutti vedano che c’azzecca, che lo seguo, che io sto update fratello. 

Mi verrebbe da dire basta, fatemi scendere. Se sono salito di mia volontà, tempo addietro, chiedo scusa, mi sono sbagliato, fatemi scendere da questa oscenità, da questo controsenso, da questa contraddittorietà che distingue il pensiero dai fatti, dalle azioni.

La cosa più banale e più stupida di cui mi ricordo ora, che mi fa ancora un po’ male forse, ma adesso mi fa anche sorridere, è che molto spesso io ero quello accusato di insicurezza (come se fosse una colpa), che non volevo crescere, che non volevo accettare “il passo coi tempi”.

Quasi quasi, se trovassi un finanziatore, mi mettere a studiare piuttosto che le tribù della Papua Nuova Guinea – di cui forse non riusciremo proprio a capire nulla se non ci accorgiamo delle somiglianze con noi piuttosto che delle diversità – quella setta di saggi, o futuri tali, con le loro manie, fissazioni, riti sciamanici, e chi più ne a più ne metta, per mettere in piena luce tutta la loro fragilità di vivere in un’epoca così priva di punti di riferimento, di valori, di radici, di tutto quello che ci è stato detto di cestinare come qualcosa appartenente al passato che non deve riguardare o influire sull’homo sapiens sapiens. Ma quale? Ma dove! Io spero che un giorno vi accorgerete dell’insensatezza di tutto questo, di questa scissione, e la smetterete di mentire a voi stessi. Si, per la tanto onestà intellettuale che viene sempre acclamata.

Un’ultima cosa. Essendo una persona liberale, per favore, continuate pure a condividere il vostro oroscopo settimanale come se fosse il santino in grado di portare a termine le vostre commissioni settimanali, ma poi almeno abbiate l’accortezza, se non altro, di lasciare in pace questo Mondocane con i suoi (e vostri) demoni. E’ l’ora di finirla e pensare a cose poco poco più serie.

Taxi driver

Ormai sto svolgendo una piccola indagine ogni volta che prendo il taxi. Where are you from? Do you have family here? Do you like Sydney?

Non c’è un tassista australiano, come credo non ce ne siano a New York. O vengono dal Nepal, o vengono dal Bangladesh, qualcuno dal Camerun, qualcuno indiano, un greco. Hanno quasi tutti famiglia, e quando gli chiedo come gli sembra Sydney, mi dicono che gli piace. Forse dicono la verità, ma io credo che mentono. Sono dovuto scappare dal loro Paese per via della fame, e sono costretti a riportare a casa australiani sbronzi ed europei che stanno qui in vacanza. Se potessero, se io fossi loro, direi che questo posto mi fa schifo, che mi fanno schifo gli australiani con il loro stile di vita che se ne frega del resto nel mondo, che se potessi tornerei da dove sono venuto anche se tutto quello di bello che c’era è stato distrutto, depredato, saccheggiato dal colonialismo. Eppure, tutto questo non lo dicono, e continuano a dirmi che questa città è apposto, che c’hanno famiglia. Quando dicono questo, mi blocco e capisco: non importa dove tu sia, quando c’hai una moglie e due figli. Stasera, quest’ometto di Dhaka mi ha detto che con la famiglia, ti senti meno solo, anche a Sydney.